Qua si leggono spesso commenti riguardo al fatto che le parole inglesi sono ormai onnipresenti nelle frasi italiane (e, a detta di molti, solitamente usate alla cazzo di cane).
Questo articolo mette a confronto l’uso di forestierismi tra alcuni giornali italiani, francesi, tedeschi, spagnoli e del Regno Unito. Hanno usato solo due giornali per paese, ma i dati (la cui raccolta è ancora in corso comunque) paiono già sufficienti a trarre alcune conclusioni.
~~TLDR~~ Sunto: i giornali italiani usano più parole straniere di quelli di Spagna, Francia, Germania e Regno Unito messi assieme. Che ne pensate?
Prima di leggere posso già prevedere numeri bassissimi per Francia e Spagna. O sicuramente molto meno dell’Italia.
Edit:
*Eccciavevoragggione*
Nel giornalismo spesso si abusa, probabilmente perché l’inglese è più sintetico e le parole più corte aiutano nei titoli.
Comunque ogni volta che un giornalista scrive “beauty” invece di “bellezza” immagino Manzoni che esce dalla tomba ed inizia a bestemmiare come Mosconi
Non chiamerei negazionisti quei terrapiattisti che hanno vissuto prima che la teoria della terra piatta fosse smentita con un metodo scientifico.
Allo stesso modo, non mi azzarderei a chiamare negazionisti quelli che hanno sottovalutato l’influenza dell’inglese in Italia in assenza di dati comparativi affidabili.
Che l’italiano sia più permeabile a forestierismi che altre lingue è innegabile (ed è un po’ buffo che l’articolo parli di fantomatici negazionisti)
Più che altro la forma di giudizio mi pare molto arbitraria
[deleted]
perchè siamo una colonia culturale, la cultura e la qualità non interessano alla gente comune e si tende a fare i gradassi..
e i downvote lo confermano..
In mia opinione molto interessante. Il nostro stato di colonia culturale statunitense si vede anche dall’impoverimento nell’uso della lingua.
Tanto per cambiare ritroviamo anche qua nei commenti i soliti personaggi che non si rendono conto di dare perfettamente ragione agli autori dell’articolo. Pienamente coscienti che abusare degli inglesismi sia una colpa, sostengono solitamente che non sia in realtà un problema quanto che sia perfettamente naturale. A fronte della prova che non è affatto normale, il comportamento degli accusati è aderente ai negazionisti: anche se è come dite voi e sbagliavo nel mio precedente giudizio, mi appiglio a qualsiasi altra cosa, come la forma e il tono dell’articolo, prima di ammettere di avere torto.
Articolo molto interessante che mette in luce un fenomeno tutto italiano. Oltre all’esempio di lockdown, ricordo anche quando si usava “verde” anziché “green” e per un brevissimo periodo anche “autoscatto” anziché “selfie”.
L’ampio utilizzo di inglesismi, sfociato ormai in abuso, trova le sue origini nell’egemonia culturale americana (e del mondo anglofono più in generale), ma questo non basta però a spiegare la divergenza di forestierismi tra noi e gli altri paesi europei. Inoltre c’è da specificare che il tedesco è una lingua germanica proprio come l’inglese, per cui l’introduzione di vocaboli inglesi stride molto meno di quanto invece non faccia nelle lingue romanze. Tenendo conto di questo, e focalizzandoci quindi sugli spagnoli e sui francesi, il confronto è ancora più impietoso.
Non so se possa essere ritenuta una spiegazione, ma ritengo che la causa di questa diffusone nella lingua italiana sia da ricondursi ad un indole esterofila diffusa in tutto il paese e ad una classe intellettuale inesistente e pigra.
Stiamo sempre a tesserci le lodi per la nostra cultura senza realizzare che la lingua ne è un tassello fondamentale, capace di influenzare il modo di pensare di un popolo; è punto di partenza e di arrivo, capace di dare forma alla cultura stessa mentre allo stesso tempo viene plasmata da essa. Non riconoscendone la sua importanza, il suo valore storico, e il suo essere portatrice di identità, non siamo meglio dei futuristi che auspicavano la distruzione della Venezia passatista e l’abbandono della pasta in cucina, in favore di un progressismo radicale e intransigente, come lo è oggi l’utilizzo dell’inglese soppiantato all’italiano.
In tutto ciò traspare anche l’inadeguatezza della classe intellettuale italiana, sparuta e troppo chiusa in sé stessa. Non c’è nessuno che ritenga necessario tradurre le parole inglesi e che si sforzi a farlo, né tantomeno qualcuno che queste traduzioni le dica a gran voce. Così facendo dimostrano solamente che preferiscono adeguarsi all’egemonia culturale anglofona piuttosto che affrontare la paura di essere definiti “passatisti” come lo fu Venezia, senza rendersi conto che sono loro che hanno tra le mani il timone con cui cambiar rotta. E chi deride l’utilizzo assiduo dei termini italiani dove ormai sono completamente desueti (elaboratore, banca dati, tendenza, cancelletto, telelavoro, tempo parziale…) non fa altro che ostentare una perniciosa mancanza d’orgoglio per la propria lingua che evidentemente nei paesi nostri vicini non esiste, o quantomeno non è così diffusa.
A parte che leggere quella schermata di Repubblica mi ha fatto partire la Palombella Rossa, mi sorgono due dubbi:
1) quanto quello che stiamo misurando è l’inferenza dell’inglese nella nostra lingua, e quanto uno specchio del nostro giornalismo? Sicuramente una componente di esterofilia è presente (basta vedere Germania vs Francia), ma la signora Pina le legge volentieri queste frasi o è solo un modo per catturare l’occhio con le *buzzwords*?
2) concedendo che davvero siamo così esterofili, perché dovrebbe essere *automaticamente* un male? Sottolineo l’automaticamente, perché è facile essere contrari agli pseudoanglicismi e agli usi scorretti delle parole, ma non è diverso dal criticare l’uso errato del “piuttosto che”. Se una parola inglese descrive in maniera concisa un concetto nuovo, perché importarla dovrebbe essere sempre peggio di adattarla o inventarne una nuova (la differenza tra cheesecake, bistecca e tramezzino, per capirci)? Ovviamente sto chiedendo argomentazioni utilitarie, quelle autarchiche e di purezza della lingua si spiegano da sole.
AVTARCHIA
L’utilizzo così spregiudicato dell’ inglese al posto dell’italiano è come il latinorum di Don Abbondio da usare contro Renzo
Comprensibile il risultato dei francesi e del Guardian (vorrei vedere l’inserto culinario nel dettaglio però). Anche dei tedeschi non mi sorprendo anche se so poco della loro lingua.
Non mi sorpende ovviamente l’italiano.
Usiamo anglicismi ma anche termini in inglese laddove una traduzione italiana pratica c’è e non è neanche cacofonica. Nel mondo del lavoro è un dramma: meeting, call, expediting..
D’altra parte però siamo un economia abbastanza incline sui servizi ed esportatori netti, naturale che in un contesto fortemente internazionale il forestierismo faccia man bassa sulla lingua parlata.
Il tutto premettendo che sono un forte avversario della necessità di “preservare la lingua” come strumento identitario, la trovo un idea folle. Per me potrebbero sparire tutte le lingue e che si torni a parlare latino, restaurazione del senato e tutto quanto.
Gesù ancora con questi discorsi privi di fondamento. Le lingue si evolvono e si mischiano, impedirlo vorrebbe dire ciecamente opporsi ad un fenomeno naturale, così perché a pelle non ci piace.
Personalmente faccio un uso veramente enorme di inglesismi, a causa di due ragioni principali:
– studio in inglese: essendo moltissime ore concentrato in un’altra lingua, quando parlo con i miei compagni di università, spesso le parole tecniche escono in inglese, anche essendoci una parola perfettamente equivalente in italiano (per esempio, “faccio la sum” invece che dire “sommo”)
– gran parte del mio utilizzo dei media (notizie, YouTube, tutorial etc) è in inglese: per esempio, ho imparato i miei esercizi di palestra su tutorial americani essendoci x100 dei risultati che ci sono in italiano. La conseguenza è che quando parlo di palestra coi miei amici faccio fatica a dire che esercizi faccio, o meglio dico tranquillamente che faccio *overhead press*, *pull-ups*, *bench row*, ma non sempre vengo capito.
Questo fa sì che parlando il mio cervello prenda automaticamente il termine più consono al discorso che sto facendo, indipendentemente dalla lingua in cui è. A volte mi trovo in difficoltà nel parlare perché mi escono i termini in inglese e devo stare lì a pensare a quale sia la giusta parola da usare, oppure altre volte mi dimentico quali inglesismi si usino anche in italiano e quali no. Per esempio, settimana scorsa stavo spiegando a mia madre come nella mia ricerca di lavoro nessuno rispondesse alle mie *applications*, per sentirmi rispondere…:”ma perché hai usato la parola application?”, che vuol dire? Al ché sono rimasto confuso qualche secondo, colpito dal fatto che non tutti riuscissero a capire cosa volevo dire e impegnato a cercare nella mia testa il termine italiano prima di trovare la parola “candidatura”.
Altra ragione dell’uso enorme di inglesismi è che molte parole in italiano non ci sono. Non posso tradurre accountability, flirtare, cocktail, asset, drink, computer, fitness, e molti altri.
Certamente la tendenza all’uso degli inglesismi provoca delle cringiate (eccone un altro!) enormi, del tipo “runners”, “scrambled eggs”, “smart working”, ma sono solo una piccola storpiatura della normale evoluzione di qualsiasi lingua, più presente in alcune (per esempio il tedesco, dove usano un sacco di termini come chillen o joggen), meno presente in altre (come il francese o spagnolo, dove traducono persino il termine computer con ordinateur o ordenador)
Io di solito uso il maggior numero possibile di anglicismi per frase, per il solo scopo di dare fastidio a tutte le persone che si sono inventate questo (apparentemente) enorme problema per la cultura italiana. Mi ha sempre confuso come alcune persone si pensino guardiani della CULTURA CON LA C MAIUSCOLA, ma ignorino completamente la caratteristica principale di quest’ultima, namely che è anch’essa il risultato di un pastrocchio di lingue e culture diverse accumulate ed integrate nei secoli. Cioè questo è il processo più naturale del mondo e questi vogliono spacciarlo per un problema prodotto dalla modernità. Allora sì che si capisce cosa vogliono proteggere: non è la cultura, ma semplicemente tutti e soli gli elementi culturali che erano presenti durante la loro infanzia e/o adolescenza. Non è una battaglia culturale, è solo paura di invecchiare.
> …minimizza il fenomeno dell’interferenza dell’inglese sulla lingua italiana, non comprendendone la portata, la rapidità, le **conseguenze socio-economiche**
E dell’impatto ambientale vogliamo parlarne?
I professori di geopolitica alla Cattolica dicono che è un problema non da poco, ma su ritaly no, quindi tutto bene
Italofonia se ne esce sempre con dei bei articoli, ma non se la fila nessuno.
Oltre alla buona e vecchia esterofilia credo che tutto questo dipenda anche dal fatto che l’Italiano per gli Italiani sia un qualcosa di relativamente nuovo e fino a 200 anni fa come lingua veniva parlata soltanto da una manciata di persone nell’anno pratico, quindi non siamo abituati a creare nuove parole e non ricevere passivamente i forestierismi.
Cari tutti,
voglio rompere una regola che mi sono imposto molti anni fa, ovvero di non cedere mai alla tentazione di argomentare alcunche’ online (scusate gli accenti sballati, ho una tastiera straniera), ma credo che questa sia una comunita’ matura e interessante, quindi ci provo!
La questione delle parole inglesi inserite in una frase, sia formale che colloquiale, in italiano si presta a diverse interpretazioni non tutte negative. La distinzione che faccio io e’ la seguente:
* argomento tecnico di cui non esiste equivalente italiano, vedi esempio di “faccio correre il calcolatore con il mio topo”. Qui l’uso del termine inglese e’ quasi d’obbligo.
* argomento generico di cui esiste un **piu’ corretto** termine italiano e l’inglese e’ usato per quella che io percepisco, ma forse non solo io, come pigrizia mentale (nel migliore dei casi, latinorum di Don Abbondio – nel piu’ sofisticato dei casi, semplice provincialismo nella maggior parte) ad esempio e’ tutto un fiorire di malattie SEVERE invece di malattie GRAVI. Severa e’ la maestra, non la malattia.
* contaminazioni linguistiche, qui non ho un esempio chiaro, ma ne ammetto certamente l’esistenza del resto, come molti di voi hanno fatto correttamente notare, le lingue sono cose fluide quindi….
Cio’ che vorrei sottoporre a tutti e’ invece una questione di …..”inclusione” (che di questi tempi e’ importante notare). Quando qualcuno scrive che avremmo dovuto contare sulla moral suasion di Mattarella su <politico_X> oppure che si qualcuno e’ confidente di attuare una strategia di saving, io dico che “mi si sta escludendo” dalla comunicazione. C’e’ confusione ed e’ una confusione **non necessaria**, non e’ qualcosa che deriva dall’uso di parole necessariamente straniere.
Se qualcuno, come me, lavora e parla una o piu’ lingue diverse dalla propria, a volte e’ difficile farsi venire termini equivalenti dato che si inizia a strutturare il pensiero secondo gli schemi della/e nuova/e lingua/e ma nondimeno uno sforzo deve essere fatto in nome della “inclusivita’ della comunicazione” .
Il fatto che qualcuno usi il termine moral suasion invece di persuasione, con la giustificazione che “per me e’ piu’ veloce e naturale” non regge, poiche’ viene meno allo scopo della comunicazione in se, che e’ veicolare un messaggio. Non stai veicolando, stai prendendo scorciatoie! 😀
Non so se sono stato abbastanza chiaro, spero di si. Buona giornata e buoni commenti a tutti!
Ps: ma poi che senso ha storpiare delle parole inglesi che non esistono in inglese? smart working….[https://www.youtube.com/watch?v=_g6YxkSqL20](https://www.youtube.com/watch?v=_g6YxkSqL20) :lol
ma solo a me non frega nulla della” purezza della lingua™” e tutte ste menate varie? cioè i giornali a vilte esagerano e sono cringe (lol) ma per il resto sticazzi onestamente.
personalmente non vedo nulla di male negli anglicismi. Sarà che personalmente adoro l’inglese, e ritengo che la presenza di anglicismi aiuti e stimoli la gente ad apprendere meglio ed apprezzare questa lingua. Chiaro, a volte sono ridicoli, soprattutto quando ce ne sono troppi, vedi certi ambienti di lavoro (e non sanno nemmeno pronunciarli correttamente!).
Dipende io vado spesso a interagire con gruppi in cui si parla in inglese. Sarò poco colto o ignorante io, ma spesso mi viene più naturale usare alcuni termini inglesi o itlianizzare alcuni verbi inglesi in certe situazioni specie solito se passo da un blog, forum, pagine FB in inglese a una italiano. Mi viene in mente termini come swappare invece di scambiare, selfie invece di autoscatto, postare invece di pubblicare, ecc… Non perché non so quale sia l’equivalente in italiano, ma perché mi viene più naturale e meno macchinoso, cioè quando non faccio caso al registro uso questi termini quasi involontariamente
Studio interessante, ma non riesco a capire le conclusioni tirate a fine articolo.
“Poi, d’accordo che uno si vergogni ad ammetterlo, però solamente un povero di spirito potrebbe dire che quello in atto sia un salutare «scambio linguistico», «che la globalizzazione» e «che anche gli inglesi dicono tiramisù e pepperoni con la doppia ‘p‘».”
Ma perché non dovrebbe essere un “salutare scambio linguistico”? Su che basi viene detto ciò, oltre alla personale opinione dell’autore?
Non mi stupisce per nulla la Spagna, loro usano la tableta, non il tablet come noi italiani; in Sudamerica ancora di più (per i nomi dei film, ad esempio Fast & Furious in Spagna ma Fausto y Furioso in Sudamerica)
Forse così è un po’ esagerato, ma almeno non usano parole imbecilli come location/conference call et similia…
C’è chi si mette a usare anglicismi, per avere più carisma e sintomatico mistero
Secondo me il problema sta nella sottocultura (forse non troppo sotto?) imprenditorialista che ha bisogno dell’inglese per darsi un tono. Come dicevano altri, “il food”, “il wedding” per indicare “l’industria di” costituiscono dei bellissmi esempi di creatività linguistica ma non hanno alcuno senso. Servono appunto a darsi un tono. Vedi anche: una call, il roadmap – assolutamente inutili e pronunciate in italiano. Quello che però mi fa imbestialire di più è invece l’utilizzio dell’inglese nelle leggi?! Cioè l’essenza di uno Stato! In inglese! Non credo mi riprenderò mai da Jobs Act (anche qui, la scia della rottamazione, del rinnovo… Insomma l’inglese si usa per fare gli snob e basta).
La traduzione dei forestierismi fu supportata molto dal fascismo.
Con tutti le parole che esistono in italiano e itaGliano ma dobbiamo proprio usarli ste razzo di aglicismi? Ogni volta che ne sento uno mi muore un pelo del pube.
Gli anglicismi gratuiti mi fanno cacare, non perché sia un purista della lingua italiana, ma perché mi sanno di falso. Nessuno pretende che usi “calcolatore” o “ordinatore” al posto di “computer”, ma se per dire “cibo” usi “food”, l’impressione che ne traggo è che tu stia cercando di darti delle arie, o comunque di intortarmi con un linguaggio volutamente artificioso.
Comunque, peggio ancora degli anglicismi sono gli anglicismi tradotti, come l’abitudine molto comunque qui sull’angolo italofono di reddit di abusare l’avverbio “fottutamente” perché è la traduzione letterale di “fucking”.
Con tutto il rispetto per l’italiano, il francese e lo spagnolo sono lingua madre e seconda lingua di popolazioni che sono circa un ordine di grandezza più grande dei parlanti italiano. Il divario con il tedesco è già molto meno evidente.
Come numero di parlanti l’italiano è simile, milione più milione meno, a turco, persiano, coreano, tailandese… Sicuramente ci sono molti fattori e anche queste ultime lingue non si prestano a un confronto ingenuo ma mi sembra che questo sia l’elegante nella stanza.
Opinione opposta: in Italia si usano molti anglicismi per colpa dei dialetti
le generazioni precedenti, fino a pochi decenni fa, sono praticamente cresciute parlando due lingue, l’italiano e il loro dialetto provinciale/regionale, lingue con le loro parole, forme, inflessioni, spesso molto diverse dall’Italiano anche come struttura grammaticale
culturalmente, l’Italiano in Italia non è mai stata “La Lingua” come il francese o lo spagnolo possono essere per altri paesi, il dialetto era spesso sentito come più personale, privato, una cosa da usare con parenti e gente del posto. Era il dialetto quello di cui si era fieri, con cui si identificava lo straniero, più che l’Italiano.
scomparsi, o perlomeno scemati, i dialetti, l’Italiano non riesce a riempire la stessa nicchia, la gente non ha lo stesso attaccamento, non c’è lo stesso misticismo e la stessa connessione con le tradizioni locali, quindi è molto più accettabile imbastardirlo con altre lingue, cambiarlo e girarlo un po’ come capita.
se uno parla in dialetto gli inglesismi probabilmente non li usa
33 comments
Qua si leggono spesso commenti riguardo al fatto che le parole inglesi sono ormai onnipresenti nelle frasi italiane (e, a detta di molti, solitamente usate alla cazzo di cane).
Questo articolo mette a confronto l’uso di forestierismi tra alcuni giornali italiani, francesi, tedeschi, spagnoli e del Regno Unito. Hanno usato solo due giornali per paese, ma i dati (la cui raccolta è ancora in corso comunque) paiono già sufficienti a trarre alcune conclusioni.
~~TLDR~~ Sunto: i giornali italiani usano più parole straniere di quelli di Spagna, Francia, Germania e Regno Unito messi assieme. Che ne pensate?
Prima di leggere posso già prevedere numeri bassissimi per Francia e Spagna. O sicuramente molto meno dell’Italia.
Edit:
*Eccciavevoragggione*
Nel giornalismo spesso si abusa, probabilmente perché l’inglese è più sintetico e le parole più corte aiutano nei titoli.
Comunque ogni volta che un giornalista scrive “beauty” invece di “bellezza” immagino Manzoni che esce dalla tomba ed inizia a bestemmiare come Mosconi
Non chiamerei negazionisti quei terrapiattisti che hanno vissuto prima che la teoria della terra piatta fosse smentita con un metodo scientifico.
Allo stesso modo, non mi azzarderei a chiamare negazionisti quelli che hanno sottovalutato l’influenza dell’inglese in Italia in assenza di dati comparativi affidabili.
Che l’italiano sia più permeabile a forestierismi che altre lingue è innegabile (ed è un po’ buffo che l’articolo parli di fantomatici negazionisti)
Più che altro la forma di giudizio mi pare molto arbitraria
[deleted]
perchè siamo una colonia culturale, la cultura e la qualità non interessano alla gente comune e si tende a fare i gradassi..
e i downvote lo confermano..
In mia opinione molto interessante. Il nostro stato di colonia culturale statunitense si vede anche dall’impoverimento nell’uso della lingua.
Tanto per cambiare ritroviamo anche qua nei commenti i soliti personaggi che non si rendono conto di dare perfettamente ragione agli autori dell’articolo. Pienamente coscienti che abusare degli inglesismi sia una colpa, sostengono solitamente che non sia in realtà un problema quanto che sia perfettamente naturale. A fronte della prova che non è affatto normale, il comportamento degli accusati è aderente ai negazionisti: anche se è come dite voi e sbagliavo nel mio precedente giudizio, mi appiglio a qualsiasi altra cosa, come la forma e il tono dell’articolo, prima di ammettere di avere torto.
Articolo molto interessante che mette in luce un fenomeno tutto italiano. Oltre all’esempio di lockdown, ricordo anche quando si usava “verde” anziché “green” e per un brevissimo periodo anche “autoscatto” anziché “selfie”.
L’ampio utilizzo di inglesismi, sfociato ormai in abuso, trova le sue origini nell’egemonia culturale americana (e del mondo anglofono più in generale), ma questo non basta però a spiegare la divergenza di forestierismi tra noi e gli altri paesi europei. Inoltre c’è da specificare che il tedesco è una lingua germanica proprio come l’inglese, per cui l’introduzione di vocaboli inglesi stride molto meno di quanto invece non faccia nelle lingue romanze. Tenendo conto di questo, e focalizzandoci quindi sugli spagnoli e sui francesi, il confronto è ancora più impietoso.
Non so se possa essere ritenuta una spiegazione, ma ritengo che la causa di questa diffusone nella lingua italiana sia da ricondursi ad un indole esterofila diffusa in tutto il paese e ad una classe intellettuale inesistente e pigra.
Stiamo sempre a tesserci le lodi per la nostra cultura senza realizzare che la lingua ne è un tassello fondamentale, capace di influenzare il modo di pensare di un popolo; è punto di partenza e di arrivo, capace di dare forma alla cultura stessa mentre allo stesso tempo viene plasmata da essa. Non riconoscendone la sua importanza, il suo valore storico, e il suo essere portatrice di identità, non siamo meglio dei futuristi che auspicavano la distruzione della Venezia passatista e l’abbandono della pasta in cucina, in favore di un progressismo radicale e intransigente, come lo è oggi l’utilizzo dell’inglese soppiantato all’italiano.
In tutto ciò traspare anche l’inadeguatezza della classe intellettuale italiana, sparuta e troppo chiusa in sé stessa. Non c’è nessuno che ritenga necessario tradurre le parole inglesi e che si sforzi a farlo, né tantomeno qualcuno che queste traduzioni le dica a gran voce. Così facendo dimostrano solamente che preferiscono adeguarsi all’egemonia culturale anglofona piuttosto che affrontare la paura di essere definiti “passatisti” come lo fu Venezia, senza rendersi conto che sono loro che hanno tra le mani il timone con cui cambiar rotta. E chi deride l’utilizzo assiduo dei termini italiani dove ormai sono completamente desueti (elaboratore, banca dati, tendenza, cancelletto, telelavoro, tempo parziale…) non fa altro che ostentare una perniciosa mancanza d’orgoglio per la propria lingua che evidentemente nei paesi nostri vicini non esiste, o quantomeno non è così diffusa.
A parte che leggere quella schermata di Repubblica mi ha fatto partire la Palombella Rossa, mi sorgono due dubbi:
1) quanto quello che stiamo misurando è l’inferenza dell’inglese nella nostra lingua, e quanto uno specchio del nostro giornalismo? Sicuramente una componente di esterofilia è presente (basta vedere Germania vs Francia), ma la signora Pina le legge volentieri queste frasi o è solo un modo per catturare l’occhio con le *buzzwords*?
2) concedendo che davvero siamo così esterofili, perché dovrebbe essere *automaticamente* un male? Sottolineo l’automaticamente, perché è facile essere contrari agli pseudoanglicismi e agli usi scorretti delle parole, ma non è diverso dal criticare l’uso errato del “piuttosto che”. Se una parola inglese descrive in maniera concisa un concetto nuovo, perché importarla dovrebbe essere sempre peggio di adattarla o inventarne una nuova (la differenza tra cheesecake, bistecca e tramezzino, per capirci)? Ovviamente sto chiedendo argomentazioni utilitarie, quelle autarchiche e di purezza della lingua si spiegano da sole.
AVTARCHIA
L’utilizzo così spregiudicato dell’ inglese al posto dell’italiano è come il latinorum di Don Abbondio da usare contro Renzo
Comprensibile il risultato dei francesi e del Guardian (vorrei vedere l’inserto culinario nel dettaglio però). Anche dei tedeschi non mi sorprendo anche se so poco della loro lingua.
Non mi sorpende ovviamente l’italiano.
Usiamo anglicismi ma anche termini in inglese laddove una traduzione italiana pratica c’è e non è neanche cacofonica. Nel mondo del lavoro è un dramma: meeting, call, expediting..
D’altra parte però siamo un economia abbastanza incline sui servizi ed esportatori netti, naturale che in un contesto fortemente internazionale il forestierismo faccia man bassa sulla lingua parlata.
Il tutto premettendo che sono un forte avversario della necessità di “preservare la lingua” come strumento identitario, la trovo un idea folle. Per me potrebbero sparire tutte le lingue e che si torni a parlare latino, restaurazione del senato e tutto quanto.
Gesù ancora con questi discorsi privi di fondamento. Le lingue si evolvono e si mischiano, impedirlo vorrebbe dire ciecamente opporsi ad un fenomeno naturale, così perché a pelle non ci piace.
Personalmente faccio un uso veramente enorme di inglesismi, a causa di due ragioni principali:
– studio in inglese: essendo moltissime ore concentrato in un’altra lingua, quando parlo con i miei compagni di università, spesso le parole tecniche escono in inglese, anche essendoci una parola perfettamente equivalente in italiano (per esempio, “faccio la sum” invece che dire “sommo”)
– gran parte del mio utilizzo dei media (notizie, YouTube, tutorial etc) è in inglese: per esempio, ho imparato i miei esercizi di palestra su tutorial americani essendoci x100 dei risultati che ci sono in italiano. La conseguenza è che quando parlo di palestra coi miei amici faccio fatica a dire che esercizi faccio, o meglio dico tranquillamente che faccio *overhead press*, *pull-ups*, *bench row*, ma non sempre vengo capito.
Questo fa sì che parlando il mio cervello prenda automaticamente il termine più consono al discorso che sto facendo, indipendentemente dalla lingua in cui è. A volte mi trovo in difficoltà nel parlare perché mi escono i termini in inglese e devo stare lì a pensare a quale sia la giusta parola da usare, oppure altre volte mi dimentico quali inglesismi si usino anche in italiano e quali no. Per esempio, settimana scorsa stavo spiegando a mia madre come nella mia ricerca di lavoro nessuno rispondesse alle mie *applications*, per sentirmi rispondere…:”ma perché hai usato la parola application?”, che vuol dire? Al ché sono rimasto confuso qualche secondo, colpito dal fatto che non tutti riuscissero a capire cosa volevo dire e impegnato a cercare nella mia testa il termine italiano prima di trovare la parola “candidatura”.
Altra ragione dell’uso enorme di inglesismi è che molte parole in italiano non ci sono. Non posso tradurre accountability, flirtare, cocktail, asset, drink, computer, fitness, e molti altri.
Certamente la tendenza all’uso degli inglesismi provoca delle cringiate (eccone un altro!) enormi, del tipo “runners”, “scrambled eggs”, “smart working”, ma sono solo una piccola storpiatura della normale evoluzione di qualsiasi lingua, più presente in alcune (per esempio il tedesco, dove usano un sacco di termini come chillen o joggen), meno presente in altre (come il francese o spagnolo, dove traducono persino il termine computer con ordinateur o ordenador)
Io di solito uso il maggior numero possibile di anglicismi per frase, per il solo scopo di dare fastidio a tutte le persone che si sono inventate questo (apparentemente) enorme problema per la cultura italiana. Mi ha sempre confuso come alcune persone si pensino guardiani della CULTURA CON LA C MAIUSCOLA, ma ignorino completamente la caratteristica principale di quest’ultima, namely che è anch’essa il risultato di un pastrocchio di lingue e culture diverse accumulate ed integrate nei secoli. Cioè questo è il processo più naturale del mondo e questi vogliono spacciarlo per un problema prodotto dalla modernità. Allora sì che si capisce cosa vogliono proteggere: non è la cultura, ma semplicemente tutti e soli gli elementi culturali che erano presenti durante la loro infanzia e/o adolescenza. Non è una battaglia culturale, è solo paura di invecchiare.
> …minimizza il fenomeno dell’interferenza dell’inglese sulla lingua italiana, non comprendendone la portata, la rapidità, le **conseguenze socio-economiche**
E dell’impatto ambientale vogliamo parlarne?
I professori di geopolitica alla Cattolica dicono che è un problema non da poco, ma su ritaly no, quindi tutto bene
Italofonia se ne esce sempre con dei bei articoli, ma non se la fila nessuno.
Oltre alla buona e vecchia esterofilia credo che tutto questo dipenda anche dal fatto che l’Italiano per gli Italiani sia un qualcosa di relativamente nuovo e fino a 200 anni fa come lingua veniva parlata soltanto da una manciata di persone nell’anno pratico, quindi non siamo abituati a creare nuove parole e non ricevere passivamente i forestierismi.
Cari tutti,
voglio rompere una regola che mi sono imposto molti anni fa, ovvero di non cedere mai alla tentazione di argomentare alcunche’ online (scusate gli accenti sballati, ho una tastiera straniera), ma credo che questa sia una comunita’ matura e interessante, quindi ci provo!
La questione delle parole inglesi inserite in una frase, sia formale che colloquiale, in italiano si presta a diverse interpretazioni non tutte negative. La distinzione che faccio io e’ la seguente:
* argomento tecnico di cui non esiste equivalente italiano, vedi esempio di “faccio correre il calcolatore con il mio topo”. Qui l’uso del termine inglese e’ quasi d’obbligo.
* argomento generico di cui esiste un **piu’ corretto** termine italiano e l’inglese e’ usato per quella che io percepisco, ma forse non solo io, come pigrizia mentale (nel migliore dei casi, latinorum di Don Abbondio – nel piu’ sofisticato dei casi, semplice provincialismo nella maggior parte) ad esempio e’ tutto un fiorire di malattie SEVERE invece di malattie GRAVI. Severa e’ la maestra, non la malattia.
* contaminazioni linguistiche, qui non ho un esempio chiaro, ma ne ammetto certamente l’esistenza del resto, come molti di voi hanno fatto correttamente notare, le lingue sono cose fluide quindi….
Cio’ che vorrei sottoporre a tutti e’ invece una questione di …..”inclusione” (che di questi tempi e’ importante notare). Quando qualcuno scrive che avremmo dovuto contare sulla moral suasion di Mattarella su <politico_X> oppure che si qualcuno e’ confidente di attuare una strategia di saving, io dico che “mi si sta escludendo” dalla comunicazione. C’e’ confusione ed e’ una confusione **non necessaria**, non e’ qualcosa che deriva dall’uso di parole necessariamente straniere.
Se qualcuno, come me, lavora e parla una o piu’ lingue diverse dalla propria, a volte e’ difficile farsi venire termini equivalenti dato che si inizia a strutturare il pensiero secondo gli schemi della/e nuova/e lingua/e ma nondimeno uno sforzo deve essere fatto in nome della “inclusivita’ della comunicazione” .
Il fatto che qualcuno usi il termine moral suasion invece di persuasione, con la giustificazione che “per me e’ piu’ veloce e naturale” non regge, poiche’ viene meno allo scopo della comunicazione in se, che e’ veicolare un messaggio. Non stai veicolando, stai prendendo scorciatoie! 😀
Non so se sono stato abbastanza chiaro, spero di si. Buona giornata e buoni commenti a tutti!
Ps: ma poi che senso ha storpiare delle parole inglesi che non esistono in inglese? smart working….[https://www.youtube.com/watch?v=_g6YxkSqL20](https://www.youtube.com/watch?v=_g6YxkSqL20) :lol
ma solo a me non frega nulla della” purezza della lingua™” e tutte ste menate varie? cioè i giornali a vilte esagerano e sono cringe (lol) ma per il resto sticazzi onestamente.
personalmente non vedo nulla di male negli anglicismi. Sarà che personalmente adoro l’inglese, e ritengo che la presenza di anglicismi aiuti e stimoli la gente ad apprendere meglio ed apprezzare questa lingua. Chiaro, a volte sono ridicoli, soprattutto quando ce ne sono troppi, vedi certi ambienti di lavoro (e non sanno nemmeno pronunciarli correttamente!).
Dipende io vado spesso a interagire con gruppi in cui si parla in inglese. Sarò poco colto o ignorante io, ma spesso mi viene più naturale usare alcuni termini inglesi o itlianizzare alcuni verbi inglesi in certe situazioni specie solito se passo da un blog, forum, pagine FB in inglese a una italiano. Mi viene in mente termini come swappare invece di scambiare, selfie invece di autoscatto, postare invece di pubblicare, ecc… Non perché non so quale sia l’equivalente in italiano, ma perché mi viene più naturale e meno macchinoso, cioè quando non faccio caso al registro uso questi termini quasi involontariamente
Studio interessante, ma non riesco a capire le conclusioni tirate a fine articolo.
“Poi, d’accordo che uno si vergogni ad ammetterlo, però solamente un povero di spirito potrebbe dire che quello in atto sia un salutare «scambio linguistico», «che la globalizzazione» e «che anche gli inglesi dicono tiramisù e pepperoni con la doppia ‘p‘».”
Ma perché non dovrebbe essere un “salutare scambio linguistico”? Su che basi viene detto ciò, oltre alla personale opinione dell’autore?
Non mi stupisce per nulla la Spagna, loro usano la tableta, non il tablet come noi italiani; in Sudamerica ancora di più (per i nomi dei film, ad esempio Fast & Furious in Spagna ma Fausto y Furioso in Sudamerica)
Forse così è un po’ esagerato, ma almeno non usano parole imbecilli come location/conference call et similia…
C’è chi si mette a usare anglicismi, per avere più carisma e sintomatico mistero
Secondo me il problema sta nella sottocultura (forse non troppo sotto?) imprenditorialista che ha bisogno dell’inglese per darsi un tono. Come dicevano altri, “il food”, “il wedding” per indicare “l’industria di” costituiscono dei bellissmi esempi di creatività linguistica ma non hanno alcuno senso. Servono appunto a darsi un tono. Vedi anche: una call, il roadmap – assolutamente inutili e pronunciate in italiano. Quello che però mi fa imbestialire di più è invece l’utilizzio dell’inglese nelle leggi?! Cioè l’essenza di uno Stato! In inglese! Non credo mi riprenderò mai da Jobs Act (anche qui, la scia della rottamazione, del rinnovo… Insomma l’inglese si usa per fare gli snob e basta).
https://youtu.be/qtP3FWRo6Ow
Qualcuno l’ha già citato?
Credo ci sia anche un fattore ideologico:
La traduzione dei forestierismi fu supportata molto dal fascismo.
Con tutti le parole che esistono in italiano e itaGliano ma dobbiamo proprio usarli ste razzo di aglicismi? Ogni volta che ne sento uno mi muore un pelo del pube.
Gli anglicismi gratuiti mi fanno cacare, non perché sia un purista della lingua italiana, ma perché mi sanno di falso. Nessuno pretende che usi “calcolatore” o “ordinatore” al posto di “computer”, ma se per dire “cibo” usi “food”, l’impressione che ne traggo è che tu stia cercando di darti delle arie, o comunque di intortarmi con un linguaggio volutamente artificioso.
Comunque, peggio ancora degli anglicismi sono gli anglicismi tradotti, come l’abitudine molto comunque qui sull’angolo italofono di reddit di abusare l’avverbio “fottutamente” perché è la traduzione letterale di “fucking”.
Con tutto il rispetto per l’italiano, il francese e lo spagnolo sono lingua madre e seconda lingua di popolazioni che sono circa un ordine di grandezza più grande dei parlanti italiano. Il divario con il tedesco è già molto meno evidente.
Come numero di parlanti l’italiano è simile, milione più milione meno, a turco, persiano, coreano, tailandese… Sicuramente ci sono molti fattori e anche queste ultime lingue non si prestano a un confronto ingenuo ma mi sembra che questo sia l’elegante nella stanza.
Opinione opposta: in Italia si usano molti anglicismi per colpa dei dialetti
le generazioni precedenti, fino a pochi decenni fa, sono praticamente cresciute parlando due lingue, l’italiano e il loro dialetto provinciale/regionale, lingue con le loro parole, forme, inflessioni, spesso molto diverse dall’Italiano anche come struttura grammaticale
culturalmente, l’Italiano in Italia non è mai stata “La Lingua” come il francese o lo spagnolo possono essere per altri paesi, il dialetto era spesso sentito come più personale, privato, una cosa da usare con parenti e gente del posto. Era il dialetto quello di cui si era fieri, con cui si identificava lo straniero, più che l’Italiano.
scomparsi, o perlomeno scemati, i dialetti, l’Italiano non riesce a riempire la stessa nicchia, la gente non ha lo stesso attaccamento, non c’è lo stesso misticismo e la stessa connessione con le tradizioni locali, quindi è molto più accettabile imbastardirlo con altre lingue, cambiarlo e girarlo un po’ come capita.
se uno parla in dialetto gli inglesismi probabilmente non li usa