Articolo dell’anno scorso (per quest’anno ho trovato solo fonti in lingua inglese) che ricostruisce per sommi capi cosa accadde quel 28 gennaio 1986.
Consiglio a chiunque sia interessato ad approfondire bene cosa successe realmente, il documentario di Netflix “Challenger: The Final Flight”.
Li viene ripercorso per filo e per segno cosa accadde in quella stanza dove si prese la decisione del “Go/No go” e quali furono le cause che portarono al disastro, nonché la storia dietro quella missione.
Personalmente l’ho apprezzata molto.
Se siete nerdoni come me, consiglio almeno il brano di “Sta scherzando, Mr. Feynman!” dove il celebre fisico teorico Richard Feynman racconta delle indagini che condusse come membro della commissione d’inchiesta sul disastro del Challenger, arrivando a scoprire una cultura tossica di presunzione da parte della dirigenza politica della NASA, che ignorava ripetutamente i pareri dei tecnici per raggiungere obiettivi politici prefissati (tipo far partire un determinato lancio costi quel che costi).
[Qui](https://www.youtube.com/watch?v=raMmRKGkGD4) il video dove mostra in diretta come gli anelli di sigillo del serbatoio diventassero fragili alle basse temperature presenti il giorno del lancio, una preoccupazione segnalata dai tecnici ma ignorata dai vertici NASA in nome del procedere secondo l’agenda prestabilita.
Una tragedia amplificata dal fatto che sul mezzo c’erano non solo astronauti professionisti con le competenze tecniche per fare le proprie valutazioni sul rischio (comunque non sufficientemente supportati dalla dirigenza), ma anche una insegnante scelta per una programma di democratizzazione dell’esplorazione spaziale che giocoforza dovette fidarsi e andò incontro a una morte prematura e atroce (purtroppo oggi sappiamo che i passeggeri rimasero coscienti diversi minuti, probabilmente alcuni almeno fino allo schianto in mare).
Sono di Massachusetts e ricordo come fosse ieri. Avevo 14 anni e frequentavo superiore allora. Era un granchè per noi siccome l’insegnante Christa McCauliffe era di New Hampshire, lo stato adiacente a Massachusetts. Mi ricordo il momento quando ero entrato la aula e la maestra stava piangendo davanti la televisione. Il resto della giornata la atmosfera in scuola era molto tenebrosa.
C’è una teoria del complotto secondo cui il disastro fu accuratamente pianificato e i sette astronauti non erano a bordo e si sono ricostruiti una vita (sei di loro sarebbero ancora viventi) con un nome falso ma simile e, al più con la pretesa di essere fratelli/sorelle del rispettivo presunto morto.
Tale teoria non è del tutto campata in aria perché la Nasa abbisognava di più tempo per preparare le future missioni, di spazzar via certi soggetti, e di miglioramenti quanto alla sicurezza e alla distribuzione dei fondi: esattamente ciò che ottenne in seguito a quell’incidente. Perciò personalmente la considero una possibilità (non una certezza ma una possibilità) anziché un mero prodotto di fantasia.
In un’azienda presso cui ho lavorato per un paio di mesi fu creato di proposito un incidente (con soli danni materiali) col supporto di qualche giornalista sulla stampa locale. Non ero presente all’incidente ma conoscevo il punto in cui c’erano le apparecchiature “incriminate”, così andai a parlare dei miei dubbi ad uno dei pezzi grossi. Non sembrò sorpreso. Mi disse di non preoccuparmene e che di certe stranezze non era il caso di parlarne in giro per non pestare i calli sbagliati e che l’assicurazione avrebbe provveduto a tutto. Qualche settimana dopo mi saldarono il lavoro fatto e mi ritrovai una cifra quasi doppia al previsto perché avevano incluso tutta una serie di voci assurde, ferie non godute, rimborso viaggi, robe così (per un po’ ebbi anche paura di dover rimborsare qualcosa di quanto ricevuto). Nell’ingenuità del ventenne mi limitai a godermi il lauto incasso e non ci pensai più. Non avevo capito che avevano letteralmente comprato il mio silenzio e che quel largo giro di parole era servito ad accertarsi che fossi davvero un ingenuo ventenne che non avrebbe mai fatto battaglie (se ne parli in birreria con gli amici, son due risate e finisce lì). Otto o nove anni dopo si vociferò di una nuova inchiesta ma sulla stampa locale si denunciavano illeciti amministrativi, suppongo per sviare l’attenzione, e comunque verrebbe considerato un inutile rivangare su fatti passati che non importano più.
Quell’episodio mi ha reso propenso a non scartare subito automaticamente qualsiasi teoria del complotto. Sebbene a certa gente piaccia costruire storie fantasiose attorno a una rivelazione da brilli in birreria, può benissimo darsi il caso che per risolvere un problema molto complesso si ricorra a mezzucci non proprio etici e che con un po’ di sostegno dalla stampa (magari proprio quella interessata a promuovere la narrativa). Il gommista finge un furto, e magari la sfanga con l’assicurazione. L’aziendona finge un incidente, ottiene il risultato, si assicura (minacce o blandizie) che chi può far danni abbia interesse a non farne, passano abbastanza anni da rendere poco interessante l’evento. Oggi l’invasione della Baia dei Porci non interessa più a nessuno, fra non molti anni non interesserà più a nessuno che l’autoattentato dell’11 settembre 2001 fosse un inside job, già viene trattato come infondato il fatto che Gagarin non sia stato mai nello spazio (ma la sua collega tre giorni prima c’è morta e non la ricorderà nessun libro di storia), ecc. Magari aziende e istituzioni molto molto grosse hanno strumenti proporzionatamente grandi per fare qualcosa che ufficialmente vien descritto A ma in realtà era B, per cui non bisogna sorprendersi quando un “B” viene a galla anche dopo molti anni, e non bisognerebbe rifiutare aprioristicamente chiunque ipotizza che non sia A ma B.
4 comments
Articolo dell’anno scorso (per quest’anno ho trovato solo fonti in lingua inglese) che ricostruisce per sommi capi cosa accadde quel 28 gennaio 1986.
Consiglio a chiunque sia interessato ad approfondire bene cosa successe realmente, il documentario di Netflix “Challenger: The Final Flight”.
Li viene ripercorso per filo e per segno cosa accadde in quella stanza dove si prese la decisione del “Go/No go” e quali furono le cause che portarono al disastro, nonché la storia dietro quella missione.
Personalmente l’ho apprezzata molto.
Se siete nerdoni come me, consiglio almeno il brano di “Sta scherzando, Mr. Feynman!” dove il celebre fisico teorico Richard Feynman racconta delle indagini che condusse come membro della commissione d’inchiesta sul disastro del Challenger, arrivando a scoprire una cultura tossica di presunzione da parte della dirigenza politica della NASA, che ignorava ripetutamente i pareri dei tecnici per raggiungere obiettivi politici prefissati (tipo far partire un determinato lancio costi quel che costi).
[Qui](https://www.youtube.com/watch?v=raMmRKGkGD4) il video dove mostra in diretta come gli anelli di sigillo del serbatoio diventassero fragili alle basse temperature presenti il giorno del lancio, una preoccupazione segnalata dai tecnici ma ignorata dai vertici NASA in nome del procedere secondo l’agenda prestabilita.
Una tragedia amplificata dal fatto che sul mezzo c’erano non solo astronauti professionisti con le competenze tecniche per fare le proprie valutazioni sul rischio (comunque non sufficientemente supportati dalla dirigenza), ma anche una insegnante scelta per una programma di democratizzazione dell’esplorazione spaziale che giocoforza dovette fidarsi e andò incontro a una morte prematura e atroce (purtroppo oggi sappiamo che i passeggeri rimasero coscienti diversi minuti, probabilmente alcuni almeno fino allo schianto in mare).
Sono di Massachusetts e ricordo come fosse ieri. Avevo 14 anni e frequentavo superiore allora. Era un granchè per noi siccome l’insegnante Christa McCauliffe era di New Hampshire, lo stato adiacente a Massachusetts. Mi ricordo il momento quando ero entrato la aula e la maestra stava piangendo davanti la televisione. Il resto della giornata la atmosfera in scuola era molto tenebrosa.
C’è una teoria del complotto secondo cui il disastro fu accuratamente pianificato e i sette astronauti non erano a bordo e si sono ricostruiti una vita (sei di loro sarebbero ancora viventi) con un nome falso ma simile e, al più con la pretesa di essere fratelli/sorelle del rispettivo presunto morto.
Tale teoria non è del tutto campata in aria perché la Nasa abbisognava di più tempo per preparare le future missioni, di spazzar via certi soggetti, e di miglioramenti quanto alla sicurezza e alla distribuzione dei fondi: esattamente ciò che ottenne in seguito a quell’incidente. Perciò personalmente la considero una possibilità (non una certezza ma una possibilità) anziché un mero prodotto di fantasia.
In un’azienda presso cui ho lavorato per un paio di mesi fu creato di proposito un incidente (con soli danni materiali) col supporto di qualche giornalista sulla stampa locale. Non ero presente all’incidente ma conoscevo il punto in cui c’erano le apparecchiature “incriminate”, così andai a parlare dei miei dubbi ad uno dei pezzi grossi. Non sembrò sorpreso. Mi disse di non preoccuparmene e che di certe stranezze non era il caso di parlarne in giro per non pestare i calli sbagliati e che l’assicurazione avrebbe provveduto a tutto. Qualche settimana dopo mi saldarono il lavoro fatto e mi ritrovai una cifra quasi doppia al previsto perché avevano incluso tutta una serie di voci assurde, ferie non godute, rimborso viaggi, robe così (per un po’ ebbi anche paura di dover rimborsare qualcosa di quanto ricevuto). Nell’ingenuità del ventenne mi limitai a godermi il lauto incasso e non ci pensai più. Non avevo capito che avevano letteralmente comprato il mio silenzio e che quel largo giro di parole era servito ad accertarsi che fossi davvero un ingenuo ventenne che non avrebbe mai fatto battaglie (se ne parli in birreria con gli amici, son due risate e finisce lì). Otto o nove anni dopo si vociferò di una nuova inchiesta ma sulla stampa locale si denunciavano illeciti amministrativi, suppongo per sviare l’attenzione, e comunque verrebbe considerato un inutile rivangare su fatti passati che non importano più.
Quell’episodio mi ha reso propenso a non scartare subito automaticamente qualsiasi teoria del complotto. Sebbene a certa gente piaccia costruire storie fantasiose attorno a una rivelazione da brilli in birreria, può benissimo darsi il caso che per risolvere un problema molto complesso si ricorra a mezzucci non proprio etici e che con un po’ di sostegno dalla stampa (magari proprio quella interessata a promuovere la narrativa). Il gommista finge un furto, e magari la sfanga con l’assicurazione. L’aziendona finge un incidente, ottiene il risultato, si assicura (minacce o blandizie) che chi può far danni abbia interesse a non farne, passano abbastanza anni da rendere poco interessante l’evento. Oggi l’invasione della Baia dei Porci non interessa più a nessuno, fra non molti anni non interesserà più a nessuno che l’autoattentato dell’11 settembre 2001 fosse un inside job, già viene trattato come infondato il fatto che Gagarin non sia stato mai nello spazio (ma la sua collega tre giorni prima c’è morta e non la ricorderà nessun libro di storia), ecc. Magari aziende e istituzioni molto molto grosse hanno strumenti proporzionatamente grandi per fare qualcosa che ufficialmente vien descritto A ma in realtà era B, per cui non bisogna sorprendersi quando un “B” viene a galla anche dopo molti anni, e non bisognerebbe rifiutare aprioristicamente chiunque ipotizza che non sia A ma B.