[https://www.ilrestodelcarlino.it/bologna/cronaca/studente-suicida-laurea-1.6899933](https://www.ilrestodelcarlino.it/bologna/cronaca/studente-suicida-laurea-1.6899933)

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[https://www.fanpage.it/attualita/dramma-a-bologna-29enne-morto-suicida-aveva-detto-ai-genitori-di-doversi-laureare-ma-non-era-vero/amp/](https://www.fanpage.it/attualita/dramma-a-bologna-29enne-morto-suicida-aveva-detto-ai-genitori-di-doversi-laureare-ma-non-era-vero/amp/)

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> _”Ho fallito”_

Questo è solo uno dei tantissimi casi, e fra quest’anno e lo scorso, sui giornali ne sono finiti almeno 3

Le caratteristiche tipiche di questi studenti sono il mentire sulla propria carriera, ed una età di poco più atipica in università (25, 26 29 anni i casi che ho sentito), che é innazitutto e probabilmente uno dei fattori che incute più timore a questi ragazzi

> “Eh ma se non hai 25 anni, le aziende non ti prendono, magistrale si intende; triennale e basta? Sei praticamente spacciato/a”

> “Ancora non ti sei laureata/o?”

> “Agevolazioni solo under 30”

> “Ormai é troppo tardi, cercati un lavoro”

> “Lui/Lei si è gia laureata/o con il massimo dei voti, è un proodigio! Tu invece …?”

Quante volte avrete sentito queste frasi dette ad altri, o proprio a voi? Quanti purtroppo sono anche d’accordo e consenzienti ad un sistema ageista come questo? (Anche qui … Di sicuro qualcuno avrà da ridire)

Ma poi …

• la pressione degli esami non finiti, il sentirsi con l’acqua alla gola ed ormai in ritardo, un ritardo che uccide qualunque sforzo immane tu possa fare per completare le materie mancanti

• i costi da fuorisede e da fuoricorso

• e ancora la solitudine, la mancanza di supporto psicologico efficiente ma soprattutto presente e PROMOSSO nelle istituzioni (in Italia salute mentale e Psicologi sono ancora banalmente e poco considerati)

• Molto altro ancora in quanto ogni persona ha esperienze e circostanze uniche

Ciò che mi rattrista è che questo non è solo nella testa di chi si è suicidato, ma in quella di tantissimi studenti che un giorno potrebbero farlo, e non sanno come esternare questo loro malessere, con il quale, o verrebbero bollati come “ritardatari”, “fannulloni”, o presi scarsamente in considerazione perché “basta studiare”, o ignorati del tutto … ma … cosa spinge un ragazzo a non finire gli esami, oltre la difficoltà (piú tipica, e anche più compresa peró, in facoltà come le STEM, che danno meno problemi nella ricerca del lavoro anche se finite piú tardi) o la svogliatezza (causata anch’essa da altri fattori)? Il ragazzo per altro frequentava Economia, tristemente nota per richiedere in campo lavorativo solo pischelli freschi (con esperienzah, ovvio) per le posizioni più interessanti e innovative, e a detta di alcuni, che vale, se conseguita dopo i 25, un pò più di un diploma di ragioneria (ergo, non si diventerà mai manager o ci si occuperà marketing o sviluppo … Finanza peggio ancora) … non so se siano o meno dicerie, sentitevi di smentirmi, ne sarò felice

L’università può essere una esperienza terribile per molti, soprattutto al pensiero del “dopo università”, ai confronti fatti con i successi degli altri ove i propri fallimenti e mancanze pesano e caratterizzano lo studente (e non solo) per tutta la sua carriera … ma tutto ció è ancora ampiamente ignorato e se ne riparla giusto al prossimo suicidio, per poi dimenticare nuovamente, anche con un certo cinismo, un “siamo addolorati, ma non possiamo farci niente”

Cosa ne pensate voi?

Specifico che, sono assolutamente TUTTI i benvenuti, ma ci terrei particolarmente a sentire le testimonianze di studenti/laureati in discipline meno “redditizie”, dove i ritardi non sono “giustificati”

45 comments
  1. Io non ho finito nei tempi previsti. È normale sentirsi sotto pressione. Con quelle domandine del cazzo. E basta poco per…

    E non è vero che non ti prendono. Io faccio il miglior lavoro possibile e tutti mi avevano detto che non ci sarebbero state possibilità. Vi prendono se dimostrate si essere capaci.

  2. Da ex studente che ha sentito tutta la pressione del mondo (peraltro auto-indotta, sul non voler deludere gli altri) l’unico consiglio, che magari è stupido, che mi sento di dire, è di non dire bugie fin dall’inizio. Se l’esame va male va male, lo si dice ai genitori punto e basta. Perché si inizia col mentire su un esame, e non c’è nessun problema. Poi magari ti ritrovi a mentire su una sessione, e te la cavi. Ma quando poi inizi a mentire su anni di studio, tutto inizia a creare una palla di neve che più rotola e più si ingrossa, e che non è possibile fermare.
    L’unico consiglio è quello quindi di non portarsi indietro fardelli che si ingrandiscano, ma di essere trasparenti da subito se le cose iniziano a non andare.

    Per i genitori, da figlio la cosa che più mi ha rassicurato è stato sentir dire da mia madre che ad ogni cosa c’è rimedio, figuriamoci ai fallimenti che fan parte della vita.

  3. Essendo l’ultimo della mia compagnia ad aver finito la triennale ho patito anch’io un po’ di pressione autoinflitta, ma essendo testardo di mio non ho voluto mollare.

    Il più grande aiuto è stato sempre confrontarmi con i miei genitori su come andassero gli esami anche passandone solo uno in una sessione. Essendo il primo della famiglia ad iscriversi all’università hanno provato ad aiutarmi in ogni modo anche senza comprenderne a pieno il funzionamento e sono stati di grande supporto.

  4. Io dico solo che una volta mi sentivo abbastanza giù (ora sto bene) durante il divorzio dei miei e provai a chiedere consulenza psicologica allo sportello dell’Università: primo appuntamento tra 6 mesi.

    A quel punto sono andato dal privato, potendomela permettere. Ma chi non può?

  5. Consiglio d’oro: non ascoltate nessuno. Dicono tutti cazzate. Sei in ritardo? Amen, meglio in ritardo e laureato che non. I tuoi amici si laureano prima? Si laureano meglio? Amen, magari tu hai fatto eaperienze diverse. Magari loro nella tua stessa situazione manco arrivavano al diploma.

    Ognuno ha una sua storia da viversi e va bene cosi. Sopratutto se avete dei problemi rivolgetevi ad un professionista, non venite a farvi le seghe mentali su reddit.

    Edit: ovviamente ci vuole buon senso. Se non fai un cazzo e tua madre ti dice che sei indietro fatti due domande. Nel commento davo per scontato si parlasse di situazioni in cui per ragioni fuori dal proprio controllo qualcuno rimane indietro

  6. Sono stato uno di questi casi.
    Appena finite le superiori di agraria, con un voto decente anche, sono stato praticamente obbligato a continuare gli studi.
    Io all’epoca avevo ancora un carattere piuttosto debole e malleabile e mi fidavo ciecamente dei miei punti di riferimento, ossia i miei genitori e un paio di professori (tengo a precisare, nessuno di essi mai stato all’università).
    Loro mi hanno riempito la testa con “l’anno prossimo vai all’università” “senza la laurea non conti un cazzo lavorativamente” “nel futuro se non ci vai te ne pentirai”.
    Io non ero convinto, dopo aver parlato con professori universitari, studenti e fatto open day sentivo fosse un mondo non per me.
    Ma non c’era storia, dovevo iscrivermi, scelsi scienze forestali.
    Così ho iniziato, facevo pendolare, 4 ore abbondanti di viaggio al giorno, andavo a studiare fisica e matematica (materie in cui avevo 0 preparazione e che odiavo dal profondo).
    Gli esami arrivarono presto, ne passai 1 su 4.
    Non avevo un buon metodo di studio, non avevo voglia di essere lì, non avevo alternative.
    Se avessi lasciato me ne sarei pentito in futuro no?
    A casa non erano contenti, alle superiori andavo bene, non erano abituati a questi fallimenti.
    Dopo gli esami incalzavano chiedendo i risultati.
    “Non li ho ancora” rispondevo, e il giorno dopo di nuovo a tartassare: “ce li hai? Ma come no. Chiedi al professore. Manda una mail. Telefona.”
    E quando finalmente arrivavano, ero bocciato.
    E giù di cazziatoni. Sempre i soliti avvertimenti, sempre le solite storie.
    Una volta dissi: “sì, l’ho passato”.
    Non lo premeditai, semplicemente fu una cosa istintiva, per non passare altre ore di discussioni con i miei, con mio padre che si sgolava e con mia madre che piangeva scuotendo la testa.
    Manco avessi ucciso qualcuno.

    Pensai che sarebbe stato facile coprire una bugia, “lo passo al prossimo appello”.
    Ma queste cose non funzionano così.
    Fu una palla di neve, la bugia si ingigantiva.
    Iniziai anche a non andare più a lezione, perché andavo in biblioteca a studiare per i 20 000 esami di ritardo.
    Iniziai a lavorare, saltuariamente, come giardiniere.
    Era aria fresca per me, io volevo avere uno scopo, volevo finire la giornata guardando il lavoro che avevo fatto, volevo una mia indipendenza.

    Nel tempo acquisii più forza nel carattere, cambiai opinione sulle parole dei miei genitori e dei miei ex professori.
    Ebbi poi l’occasione di fare il servizio civile e lo sfruttai come spartiacque.
    Dissi a mio padre che avrei abbandonato l’università.
    Non ebbi mai il coraggio di dirgli che la maggior parte degli esami non li avevo mai superati, ma non mi importava, non sentivo di dovergli nessuna spiegazione.
    Dopo il servizio civile lavorai ininterrottamente fino alla pandemia, dove potersi il lavoro.
    A quel punto mi sono iscritto in un ITS, campo agroalimentare, ora sono al secondo anno e sto ottenendo ottimi risultati, cosa riserva il futuro non lo so, ma ora sono qui.

    Tutto questo per dire che ogni volta che leggo queste notizie sto veramente di merda. Sono ragazzi come me, ma che non hanno avuto la fortuna di vedere uno spiraglio verso l’uscita. Sarei potuto essere io.

    Leggere in un titolo qualcuno che mente sugli esami può far pensare sia una cosa stupida, qualcosa che nessuno farebbe mai.
    Ma succede di continuo, molto più di quello che ci si immagina.
    Le colpe sono molteplici, e non vengono solo dalle famiglie, ma anche dalla società.
    La laurea è spesso considerata l’unica chiave verso l’affermazione sociale.
    Gli intelligenti si laureano, gli stupidi falliscono.
    Non devo nemmeno commentare quanto sia stupida questa affermazione.
    Esistono altri percorsi, altre opportunità, non siamo tutti uguali e farci passare tutto dallo stesso setaccio non screma il meglio dai buoni a nulla.

  7. Io mi sono laureato molto in ritardo, nel frattempo stavo già lavorando da un anno e mezzo. La pressione era soffocante, fortunatamente ho avuto genitori che più di essere esasperati non erano, e amici e ragazza vicino.
    Un mio ex compagno di classe si è invece suicidato poco tempo fa, probabilmente anche per il peso che provava circa l’aver mollato gli studi (non lo sapremo mai)

  8. Mah. Comunque vorrei aggiungere una cosa, visto che sento di continuo ripetere la solita storia che nelle facoltà STEM il lavoro non manca e sei fortunato e ricco. Non è che appena esci da una facoltà come informatica le aziende sono lì ad aspettarti con una vagonata di soldi da lanciarti sopra. Molto spesso la situazione è difficile anche per noi che spesso ci ritroviamo a fare i programmatori sottopagati, magari anche per sviluppare cose noiosissime come i siti web. Con tutto rispetto per chi fa lo sviluppatore web, ma sul serio bisogna studiare e farsi il culo su materie come sistemi operativi, algoritmi, informatica teorica, analisi numerica, ecc. per poi ritrovarsi a sviluppare siti web?

  9. È durissima. Sono stato pressato da fare schifo dai genitori, che hanno preteso di scegliere l’indirizzo di ingegneria cui iscrivermi (sì, probabilmente un mezzo plagio, o forse non volevo mettermeli contro, boh) e su quello hanno basato tutte le interazioni che avevano con me.

    Dai paragoni con mia sorella iscritta a una facoltà molto più semplice di ingegneria, con media del 30 (oggi disoccupata e mantenuta da loro), a insulti tipo “ormai sei vecchio anche per alcuni concorsi pubblici” (avevo 24 anni).

    Adesso non parlo più con loro per una serie di motivi, di cui il preponderante è che non mi sono laureato, nonostante porti a casa uno stipendio che inizia col 3 a meno di 35 anni.

    Povere anime davvero. Se qualcuno dovesse ritrovarsi nelle mie parole o in una situazione simile, ne esca al più presto. DM aperti per consigli, in caso.

  10. Io faccio ora il confronto con l’america, dove vivo ora.
    Premetto che non è tutto rose e fiori, però da questo punto di vista sono molto più avanti di noi.
    Innanzitutto, l’ammontare di gente che si laurea in “età geriatrica” in Italia è nettamente più elevato. È molto più comune trovare un 40enne che inizia la scuola infermieri che un 20enne.
    Inoltre, siccome qui il college costa, molta gente lavora prima per pagarlo oppure lavora e studia.
    Qui non esiste proprio il concetto di fuori corso: paghi per i corsi che frequenti (aka crediti) e se per un semestre non frequenti, non paghi un tubo.
    Impiegarci 5 anni a prendere un associate è comune perché molta gente studia e lavora, e spesso ha una famiglia. Quindi la pressione sociale non c’è proprio tanto, anzi qui ammirano chi a 30-40 anni si rimette a studiare.

    Inoltre, e questa è forse la chiave di tutto, in America esistono gli academic advisors: sono come dei tutor di corso, che ti aiutano a pianificare il percorso di studi e se hai brutti voti o stai “fallendo” (si dice failing quando ti bocciano) li devi contattare per discutere il da farsi. Inoltre, i corsi sono strutturati in modo che uno studente non si perda : ogni settimana si hanno compiti/mini esami, e se le scadenze non vengono rispettate, si è penalizzati. Inoltre, con questo metodo, si è più forzati a stare al passo con lo studio, invece che accumularsi 3 libri come in Italia.

    Come qualità…. Dipende. Per ora io mi sono trovata bene in entrambi i paesi.

    Tutto ciò per dire che secondo me, al di là delle fatiche personali di uno studente, ci sono fattori culturali e di organizzazione accademica che non sono a favore dello studente, per nulla.

  11. Io sono dell’idea che bisogna abituarsi fin da bambini al fallimento e a superarlo. E qui entrano in gioco anche l’educazione dei genitori.
    Non raggiungere i propri obiettivi fa parte del normale corso delle cose.
    Non sto parlando solo dello studio, ma in generale. Non tutti sono fatti per laurearsi, abbandonare l’università per cercarsi un lavoro onesto e dignitoso non ha niente di disonore ole.

  12. Io ho avuto la possibilità di scegliere di non continuare questa mortificazione continua che in primis è venuta dalla mia famiglia, magari non direttamente perchè nei fatti non mi ha mai negato di proseguire, ma se la retorica che si sente recitare a casa da anni è che uno che si laurea in un corso minore o uno che non si laurea in tempo oppure uno che non è $aggiungi_pseudoqualità allora è un bamboccione inetto è chiaro che non ho più potuto avere la libertà mentale di continuare in quel percorso e ho dovuto rinunciare ad essere studente pur con tutte le mie difficoltà e riprogettare la mia vita consapevole che avrei dovuto abituarmi a vivere da “fallito” o da “personcina”. Posso comprendere questo ragazzo che vede i 30 anni come il punto di non ritorno, il punto in cui devi tirare le somme con la vita e con te stesso e saperti nella stessa situazione di quando di sei diplomato (18anni) con l’aggravente di essere pure un non più giovane è un peso troppo grande. Il suo gesto è stato del tutto Razionale, se la logica con cui bisogna ragionare è quella dei traguardi in cui la vita è la variabile indipendente allora il risultato è che quando non ottieni nulla da quella variabile dipendente che si chiama “Personaggio” non puoi che terminare il tutto. È una vittima della povertà di pensiero che contraddistingue la massa che invece scopriresti altamente incompetente in ogni aspetto lavorativo oltre che morale. Ma non è una giustificazione ovviamente quella di guardare al peggio. Non gli è stata data nessun’altra chiave di lettura e di interpretazione del valore del proprio tempo che ha fatto l’unica cosa che aveva senso e cioè ammettere di non saper vivere e di non poter vivere in questa società quindi di non aver altro motivo per andare avanti e ha anticipato il destino che ci accomuna tutti.

    Io ho smesso di essere figlio, ho realizzato di essere solo ma ho avuto la fortuna anche di capire in che situazione ero, tutto quello che riesco a costruire lo accredito a me e non ho alcun obbligo nei confronti di alcuno se non che di me stesso. Una grande libertà se ci penso perchè tutto ciò che decido di fare o non fare è frutto della considerazione che ho di me stesso e del rispetto che ho per me stesso. Ho dovuto anche io far finta di niente quando mi sono dovuto confrontare su queste cose con i miei amici e conoscenti, ho dovuto riprendere a ragionare con la loro logica, ma consapevole che ero libero di decidere se continuare a sentirmi sbagliato nel loro mondo o se continuare a vivere il mio mondo e cioè la mia vita che non sarà ricca di eventi da instagram e di successi lavorativi ma sarà qualcosa che continuo a regalarmi.

    Mi sono fatto carico dei miei limiti e vivo per quello che riesco e non sarò felice ma non sono nemmeno triste e non mi nascondo e non mi metto in mostra.

    edit: la verità è che quelle persone lì che impostano la propria personalità su ciò che deve essere mostrato agli altri è la stessa che non ha nemmeno il coraggio di dire no a chi gli nega dei diritti solidissimi e si va avanti rinnegando se stessi, rinnegando qualsiasi valore della persona perchè bisogna vivere in questo triste teatrino di meschini.

  13. Anche i miei non sanno che praticamente ho arretrati gli esami di due anni. Sabato prossimo però inizio la terapia da uno psicologo (anche questo in incognito).
    Spero che vada tutto bene

  14. Uno dei consigli che mi sento di dare a chi è in difficoltà è di fregarsene degli altri. Può succedere di arrivare con anni di ritardo alla laurea, di vedere gente bella spigliata che va e restare indietro ma che farci? Ognuno ha esperienze diverse, vite diverse.

    So soltanto che ciò che fa la differenza è l’impegno. Se ci si impegna per qualcosa, anche se all’inizio andrà male, prima o poi qualcosina si otterrà. Non è semplice, per nulla, però guardare gli altri non porterà a nessun risultato. Qualche anno fuoricorso non è la fine del mondo.

  15. Io ho 28 anni, e solo quest’anno sono riuscito a trovare un lavoro in linea con ciò che ho studiato.
    Sto ancora studiando per prendere i CFU necessari a mettermi in graduatoria docenti (con la mia laurea non riuscivo).
    Ho passato quasi quattro anni tra disoccupazione e lavori a brevissimo periodo, praticamente mai correlati ai miei studi e per cui comunque la laurea non serviva. Ca va sans dire, ho una laurea umanistica, quindi sono consapevole del percorso travagliato che ho scelto…
    Ho pensato spesso a “cose brutte”, diciamo così.
    Ma mai, mai mi è venuto in mente di mettere in atto nulla di ciò che mi passava per la testa.
    E non perché amo particolarmente la vita – come diceva un grande filosofo semicontemporaneo, _la vita è cacamient ‘i cazz_ .
    Semplicemente, la morte arriverà comunque prima o poi. Quindi lasciamo andare le cose come devono andare, cercando di crearci un piccolo alveo di positività che possiamo controllare in qualche modo.

  16. A questa ennesima notizia di studente universitario che si suicida dopo aver mentito sulla situazione degli esami non riesco neanche più a reagire con rabbia, mi sento sfinita perché ho passato un periodo di forte ansia e depressione in merito al fuoricorso (eppure faccio ingegneria, quindi comunque in teoria lavoro si trova “ugualmente”), non pensavo sarei mai riuscita a prendere neanche la triennale, ed ora sono qui in procinto di laurearmi alla magistrale e sto molto meglio, faccio psicoterapia da due anni e mezzo e quello mi ha salvata. Trovo veramente aberrante che venga messa una pressione sociale così grossa su qualcosa di personale come l’università. L’università è un percorso che dovrebbe essere prima di tutto formativo, poi certo molti si laureano in qualcosa per una certa carriera, ma non deve essere l’unico fine per cui “se non ti laurei in 3 anni e con 110 e lode allora sarai un fallito per sempre”, perché queste cose inconsciamente passano, passano dalla famiglia, passano dai docenti, passano anche dai colleghi, e se sedimentano abbastanza poi ci si crede pure. Si incolpa anche lo studente di non essere abbastanza bravo a gestire l’ansia pre-esame, come se l’esame fosse alla fine un giudizio insindacabile sulla persona e non solo un modo, imperfetto, di valutare una performance. Io spero vivamente che ognuno impari a dare fede solo a se stessi e non lasciarsi convincere che non si è abbastanza bravi, abbastanza intelligenti, solo perché non si rispetta uno standard artificiale di laurea in corso, di voto massimo, di lavoro e figli entro i 30 anni.

  17. Io penso che dipende in grandissima parte da quanto si ha culo all’università;

    mi sono confrontato con diversi colleghi negli anni, e sono giunto alla conclusione che io ho avuto una sfiga pazzesca all’università. Mentre molti miei colleghi, anche loro come me andati alla Federico II, ricordavano con piacere di come erano stati seguiti in questo o quell’esame, di come i professori li avevano assititi in tutto, spiegandogli finanche cosa studiare per l’esame (sic! cosa che a me non è mai stata concessa!), io ho avuto solo rifiuti e maltrattamenti. Tra Schiano che non era mai reperibile a ricevimento, la cui moglie mi dovette spiegare che non mi trovavo negli esercizi per un problema al software scritto da lui (1+ mesi di ritardo), Canonico che non diceva che cazzo avevo sbagliato negli esercizi (3+ mesi di ritardo), Natella che mettava un esercizio che aveva messo al primo giorno di laboratorio (ed io, fuoricorso, che cazzo ne sapevo, se quel cazzo di esercizio NON C’E’ SULLA MERDA DI LIBRO DI TESTO/DISPENSE/ESERCIZI? 1+ mese di ritardo), quella merdaccia di Peluso che promuoveva solo i primi 3-4 che consegnavano il compito (1+ ANNI di ritardo), e mi fermo solo perché ho pietà del lettore.

    Alla fine, a 26 anni suonati, mi sono detto “ma chi cazzo me lo fa fare di stare appresso a questi quattro rincoglioniti per avere essenzialmente un attestato che funge da validazione per qualcosa che GIA’ SO FARE?! Piuttosto vado a lavorare e mi compro la laurea su Pegaso, e vaffanculo”.

    Mi pento solo di non aver preso prima questa scelta, perché poi sul mondo concreto del lavoro ho avuto pure successo, e sono finito comunque a lavorare a contatto con il mondo universitario in diversi progetti di ricerca, nonostante lo odi visceralmente (lol).

    Quello che mi fa tantissima rabbia, ancora oggi, è la strafottenza dei professori, che poi dal loro trespolo di privilegiati pontificano sul mondo accademico con una arroganza senza pari contro dei poveri cristi che vogliono soltanto andare a lavorare e non sanno ancora protestare bene, che non si fanno specie a dire ad un ragazzo “vabbè vieni al prossimo appello, sono le 8 di sera, è tardi” (ma le prenotazioni le prendi tu, no?! Organizzati su più giorni!).

    Io odio il mondo accademico, odio i suoi professori, odio sentire periodicamente le notizie dei ragazzi suicidi perché trovano difficoltà sul loro cammino e nessuno che li aiuti, odio che facciano sembrare la laurea un requisito essenziale per lavorare quando non lo è, e più di loro odio i reclutatori che validano tutto questo modo di pensare di merda.

    E chest è.

    ​

    EDIT: e ci metto anche altro. Anche io ovviamente, subivo la pressione a casa e dalla fidanzata a finire (mio padre diceva spesso “ti devi laureare perché voglio morire”. Già. Lo so.). Quando infine mi decisi ada andare al centro sinapsi dalla psicologa dell’università, mentre parlavo delle difficoltà nello studio, la psicologa mi domandò “ma non è che non passi di proposito gli esami perché hai paura che tuo padre muoia?”. Non seppi cosa rispondere, non perché la domanda avessa centrato (non c’entrava proprio un cazzo), ma perché improvvisamente mi investii tutta l’assurdità di quella situazione. Io che pagavo le tasse per l’università, non passavo gli esami messi dall’università stessa, e andavo dalla psicologa dell’università a farmi cercare di credere che io non passavo gli esami perché avevo paura che morisse mio padre. Mi salii una rabbia sconfinata per questa situazione stupida ed inutile, che mi fece prendere poi la decisione descritta sopra. A 3 esami dalla fine, badate.

    ​

    EDIT2: E NON è MANCO MORTO, ANZI, STA 100 VOLTE MEGLIO DI PRIMA.

  18. Credo che una delle ragioni è il fatto che viviamo in una società che oggi come oggi è talmente ipercompetitiva che distrugge ogni fibra di una persona.

    Mi ricorna molto quella scena di whiplash dove il padre guarda il figlio suonare la batteria nell’orchestra con talmente tanta violenza che non riesce più a riconoscere quel suo figlio che è talmente tanto assorbito nel mondo della musica che ne è stato travolto; il suo unico scopo è di dimostrare, ad ogni costo, che lui è capace e che può appagare il direttore d’orchestra perdendo però il senso di cosa sta facendo ovvero musica.

    Ciò si può tradurre in una persona che si spinge a forti estremi e o regge la pressione o viene schiacciata come in questo caso estremo.

    nel caso dell’università la pressione si traduce in vergogna,paura,peer pressure, fretta, ansia, depressione e tanto altro.

    Arrivi al punto che non fai più ciò che vuoi fare perchè lo vuoi fare ma lo vuoi fare per il pezzo di carta e per togliersi dalle balle i tizi X che ti dicono “quando ti laurei?ma sei ancora fuori corso?” ecc…

    Questa è depersonalizzazione di un individuo in quanto si elimina la passione per qualcosa e la si riduce a nulla rendendo un individuo una macchina che deve finire.

    Ciò purtroppo è osservabile anche nel resto della società di oggi: quanta gente fa lavori “per campare” a tal punto che il lavoro consuma la persona lasciando un guscio, una non persona che una volta aveva hobby o sogni che lo spingevano avanti ma che oggi lavora lavora lavora.

    Ci siamo talmente tanto abituati che quando si parla con qualcuno di sconosciuto tra le prime domande c’è sempre “che fai per vivere?” o “dove vai a scuola?” che, nonostante siano domande chieste in buona fede, nel subconscio è una domanda per giudicare perchè alla risposta “faccio il netturbino” o “vado ad un itis” c’è gente che cambia proprio faccia e modo di approcciarsi perchè al giorno d’oggi tu sei il tuo lavoro/i tuoi studi e il fatto di essere in “una scuola di basso rango” o “fare un lavoro “””sporco”””” (per dio che brutta roba che ho scritto) o di “essere quello bocciato/fuoricorso” ti definisce agli occhi degli altri anche se non è ovvio in quanto ci risulta naturale il catalogare le cose.

    Questa è la mia… non so sinceramente come risolvere la faccenda sinceramente…

  19. Consiglio a chi è interessato ad una storia simile con un esito ancora più macabro ‘L’adversaire’ di Carrère. È un interessante indagine su un caso realmente avvenuto nel’93.

  20. I pensieri suicidi erano la prima cosa al mattino dopo la sveglia per me, ho passato 2 anni di università tra solitudine, depressione, fallimenti e alcolismo.
    Non sono mai riuscito a riprendermi purtroppo, ho gli stessi problemi anche adesso a distanza di anni ed è tutto uno schifo.

    Almeno lavoro, ma non sono mai riuscito a trovare un lavoro che non fosse spostare cartoni in fabbrica, chiaramente la depressione non aiuta e visti i risultati nemmeno gli psicologi riescono ad aiutarmi.
    Onestamente non pensavo di riuscire a raggiungere i 30 anni, ho sempre creduto che sarei riuscito eventualmente a farmi coraggio e tagliare corto questa vita di merda, ma evidentemente ho fallito anche lì.

    Ne ho quasi 27, se li raggiungo nella stessa situazione di merda in cui mi trovo oggi magari festeggio con il botto. Vedremo.

  21. Io sto in quarta superiore, del mondo universitario non so nulla, ma ho già gente che inizia a dirmi cosa debba fare dopo; non solo mi viene detto che debba frequentare l’università, ma anche quale io debba frequentare. A parte che voglio fare informatica già di mio, ma posso fare quel che minchia voglio? Voglio dire, cosa frega alla gente di come e cosa voglia studiare o fare dopo le superiori?

    Ah, quando dico che voglio fare informatica “Perché non ingegneria informatica? guarda che è meglio ed è per persone più intelligenti” ma vaffanculo!

  22. Mi sono laureato in triennale informatica a Varese in 6 anni, circa.
    Ho mentito ai miei genitori dopo l’inizio del 2° anno e fino al 5° anno, dopo aver passato un periodo terribile alla fine di una storia di 3 anni con la mia ragazza di allora: dopo aver iniziato non riuscivo più a smettere.
    Ciò che mi ha salvato è la mia attuale moglie, mi ha consentito di riuscire a parlare onestamente della mia situazione con qualcuno e mi ha costretto a scegliere: perdere il rispetto di una ragazza che stavo iniziando ad amare vs la paura di dire tutto ai miei.
    Alla fine ho deciso di fare scoppiare la bolla e ho spiegato la situazione ai miei, sono stati giorni devastanti ma mi sono sentito di botto più leggero, finalmente senza il peso opprimente di 3 anni di bugie, specialmente grazie al supporto della mia fidanzata.
    Per mostrare volontà di correggere il mio errore, verso i miei genitori, ho iniziato a lavorare mentre studiavo, per pagarmi da solo gli anni rimanenti.
    Incredibilmente tra il peso delle bugie sparito e la possibilità di mettere in pratica quanto stavo imparando, nell’arco di un anno ho recuperato gli 80 crediti che mi rimanevano per laurearmi, chiudendo così il capitolo più difficile e psicologicamente devastante della mia vita formativa.
    Ora, a 10 anni dalla mia laurea, sono coordinatore tecnico di un corso ITS in ambito sviluppo software per conto della mia azienda e la mia prima preoccupazione è fare in modo che nessuno passi quello che ho passato io, offrendo quanto più possibile un ingresso facile e guidato nel mondo del lavoro.
    A proposito, se avete domande inviatemi pure un DM, risponderò appena possibile.
    Tenete duro e trovate con chi parlarne, l’aiuto che ne potete ottenere vale oro.

  23. Io ho appena iniziato il mio primo anno fuori corso ad Ingegneria Informatica.
    I miei mi sono sempre vicini e nonostante spesso mi spronino perché sono quel tipo di persona che si adagia per pigrizia non sento la pressione negativa venire da loro ma da dentro di me.

    Io vivo perennemente col senso di colpa auto indotto quando mi distraggo o quando mi scazzo di studiare ma alla fine della giostra so che qualcuno fuori dalle mura della mia testa c’é e indipendentemente da quanto male vada ci sará sempre per aiutarmi.

    Se non avessi avuto nessuno che mi avesse dimostrato un amore come quello dei miei alla “ti rompiamo le palle ma tifiamo sempre per te” probabilmente sarei dovuto andare dallo psicologo senza se e senza ma.

    Sapere che ci sono altri studenti che non hanno nessuno a tifare per loro anche quando si perde mi fa stare tanto male.

    L’uni se non tiri dritto come un treno e non sei il prototipo perfetto dello studente alle lunghe ti pialla e ti fa dubitare sempre di piú delle tue capacitá. Magari il mio é un discorso idealista di chi non ha ancora sofferto la vita lavorativa ma quello dell’universitá é per me un percorso piú che di formazione teorica di formazione caratteriale.

    Se prendete le mazzate, rialzatevi e riprovate. Stringere i denti e mai mollare!

  24. Spiace davvero, spero che questi eventi (probabilmente non sarà così) faranno rivedere un po’ le cose. Io frequento (unibo) in dad ormai da 1 anno, ho dato 3 esami su 5 e ho un’opinione tutt’altro che positiva, non è facile, e quando senti anche che tutto il resto della tua vita è da sistemare.

  25. Che ci sia un grosso problema legato alle malattie mentali/depressione dovuto alla scarsa conoscenza dei nostri genitori, io ho 26 anni attualmente, e dei loro genitori prima di loro penso sia una cosa innegabile.
    Non so quanto ci metteranno le istituzioni a fare qualcosa.
    Intanto, quello che si può fare è aiutarci a vicenda

  26. +1. praticamente quasi nessun aiuto da nessuno, mi sento isolato. ho lasciato.

    trovo incredibile come la scuola superiore mi abbia promosso mandandomi al macello. maturo un cazzo, avevo bisogno di una squadra di psicologi.

  27. Ciao a tutti. Ho 32 anni suonati e mi sono laureato (triennale in lingue) lo scorso anno da casa, in piena pandemia.
    Non pretendo di comprendere, nella sua totalità, il contesto familiare, personale e/o ambientale in cui il ragazzo sia cresciuto, ma immagino cosa possa aver provato, avendo seriamente pensato al suicidio più di una volta: passata la fatidica soglia dei 24/25 anni ci si sente costantemente sotto osservazione, come un insetto repellente. Sopraggiungono vergogna, rabbia (principalmente verso sé stessi), e quel senso d’inadeguatezza che ci trasforma in ramoscelli nodosi, volti ad imbruttire la composizione della scenografia chiamata vita.
    Nel mio piccolo ho deciso di diventare un docente, iniziando quest’anno un indirizzo di laurea magistrale, nonostante le difficoltà legate al sistema concorsuale, all’età “avanzata” e all’evidente frenesia iper competitiva d’un mondo che ci vuole sempre più performanti.
    Perché proprio l’insegnante? Perché mi piacerebbe insegnare ai ragazzi che fermarsi non è una colpa, ognuno ha il proprio orologio. E che ci sono tanti modi di dire “fiore” oppure “bello”. Mi basterebbe evitare che anche solo uno di quei ragazzi la facesse finita. Mi basterebbe mostrargli quanto in quelle imperfezioni, in quelle paure, risieda ciò che ci mantiene (ancora per molto si spera) esseri umani.
    Non mollate mai ragazzi, vi voglio bene.

  28. BASTA BASTA BASTA! L’università mi ha distrutto la vita. Mi dispiace tantissimo per il ragazzo e tutti quelli come lui che non hanno resistito a delle pressioni sociali sbagliate

  29. Sono stato anche io uno di questi casi. Uso un throw away, sicuramente sarò poco chiaro ma ho la speranza che la mia esperienza possa aiutare chi legge e si trova a questo punto della vita.
    Finito il liceo scientifico ho scelto l’università, fondamentalmente pensavo di aver fatto una buona scelta ma con il passare del tempo mi sono reso conto di aver scelto a caso. In realtà, in università, ci sono andato solo un giorno. Ho seguito un giorno di lezione e poi non ci sono più andato. Vi giuro che ancora oggi non capisco il perchè. Ogni giorno uscivo di casa e giravo per la città anzichè andare in università. Avevo paura, ansia della lezione, ansia del posto nuovo, di fare nuove conoscenze, paura di non essere all’altezza, ansia di dovermi relazionare con altri compagni. Ancora fatico a capire le ragioni dietro questo mio comportamento. Senza dare un esame e senza mai frequentare ho passato un interno anno così. Nella mia testa pensavo “Alla prossima sessione mi metto a studiare e li recupero”, non ci riuscivo. A casa ho sempre mentito perchè era l’unica cosa che sapevo fare. Passavo le giornate da solo, smarrito e con la paura dell’ignoto. L’ansia di tutto il castello di bugie diventava sempre più grande, mi sentivo sempre più schiacciato. Ogni giorno era pesante, i pensieri cupi sono stati tantissimi. Tutto è crollato quando mia madre ha scoperto la mia bugia. Da quel giorno ho firmato la rinuncia agli studi e mi sono ri-iscritto l’anno successivo ad un corso di laurea che mi piaceva veramente. Ho finito la triennale in 3 anni precisi e ora sto iniziando l’ultimo anno di magistrale a 26 anni. Mi sento ancora di essere indietro, indietro rispetto a tutti i miei coetanei e ogni giorno devo fare degli sforzi incredibili per superare le ansie e le paure che mi vengono per andare avanti. Tutt’ora ho parecchio da lavorare su me stesso, però sono riuscito a rimettere in piedi la mia vita che stava prendendo una bruttissima direzione.
    “It gets easier. Every day it gets a little easier. But you got to do it every day. That’s the hard part.”

  30. >”Fallire non è una colpa

    ma tutta la società ti tratterà come se lo fosse.”

    Io sto studiando una facoltà non-STEM e la pressione e l’ ansia le sento eccome. Non sono mai stato portato per le materie scientifiche e già per questo, sin dal liceo, mi facevano sentire un mezzo-fallimento di persona. Ora penso solo a finire questo corso di laurea ( che non ho scelto per interesse nella materia) in tempo, sperando che in fin dei conti valga qualcosa e di riuscire a trovare un’ occupazione decente.

  31. Io mi sono iscritto a un Its ora a 30 anni. Pensate che fino al 2019 solo se eri under 29 potevi farlo. Non mi interessa, ho trovato quello che mi piace adesso e studio per quello. Ognuno dovrebbe essere libero di iniziare e finire il proprio percorso quando gli pare, avere esperienze differenti e trasversali è comunque un plus. Vaffanculo a chi pretende che le cose vadano fatte a una certa età.

  32. Mi permetto di dire che la famiglia fa parecchio.

    Personalmente ho avuto 2 genitori che mi hanno spinto a voler “fare cose” ma hanno sempre ripetuto che io ero io e che l’importante è che uno sia felice, se non sei contento il resto non serve a niente.
    Il che non vale solo per i risultati di studio/lavoro ma per la vita in generale.
    E infatti ho affrontato la mia vita senza mai alcun tipo di ansia per queste cose, semplicemente perché sapevo dare importanza a me stesso quindi anche se vedi tutti quelli intorno fare qualcosa te ne freghi abbastanza.

    Che non vuol dire che non mi spiegassero le cose eh.
    Che sia più semplice trovare lavoro facendo certo percorsi è semplicemente una realtà. Che facendo “filosofia russa di fine 700” avrai difficoltà a trovare qualcosa è un’altra realtà.
    Ma un conto è dare le informazioni a una persona e dirgli che qualunque cosa faccia va bene lo stesso, un conto è “FAI COSÌ O MORIREMO TUTTI”.

    Come dicevo non è nemmeno una questione di studio/lavoro, è proprio la vita in generale. Molte persone crescono in questi ambienti dove la propria personalità dipende dagli altri, quindi è ovvio che se non rispetti le regole del gruppo ti senti in difetto.

    E anche il discorso del fallimento è importantissimo. Il fallimento è letteralmente parte del processo di crescita, se blocchi quello convincendo la gente che sia una brutta cosa da nascondere blocchi anche la capacità di quelle persone di evolversi.

  33. 30enne che voleva mollare a 4 esami dalla fine… cioè ancora potrei, mi mancano sempre quei 4 esami… depressione, solitudin,e pensieri suicidi, vedere il futuro già segnato… insomma a parte le bugie e i segreti (la famiglia sa della situazione) calzo la tua descrizione a pennello.
    e niente, ora non mi va di pensarci su e parlarne (voglio andare a letto semisereno), nè di leggere gli altri commenti… mi salvo il post e lo farò in seguito

  34. Anche i miei mi hanno tartassato per anni perchè dicevano che se non avessi fatto l’università sarei andato a pulire i cessi.
    Mi sono iscritto a biotecnologie perchè mia madre lo voleva, io no, e infatti mi sono iscritto ad ingegneria informatica perchè pensavo sarebbe stato più semplice, e invece sono scappato.
    L’anno dopo mi sono iscritto a comunicazione digitale, ma sarà che avevo iniziato a lavoricchiare sarà perchè capivo che i professori erano così vecchi mentalmente che ne sapevo molto più io di loro di come funzionava e funziona internet che ho mollato e ho iniziato a lavorare a tempo pieno.

    Ovviamente i miei allora hanno iniziato a tartassarmi dicendomi che avrei perso il lavoro perchè sarebbero arrivati ragazzi più giovani di me con molte più conoscenze.. Sono quasi 10 anni che lavoro nella stessa azienda dove ho avuto la fortuna di finire dopo aver mollato l’università e dove sono stato valorizzato tanto che ho un mio team e guadagno quasi quanto guadagnavano i miei ma a 30 anni e non a 50 come loro.

    Mi hanno talmente fatto impazzire che sono scappato a casa della mia compagna prima del lockdown per non farlo con loro e ora sto cercando una casa mia, che mi potrò permettere senza l’aiuto di nessuno. Per vari motivi sono tornato dai miei a fine lockdown ma ora non si azzardano più a dirmi nulla, e se anche lo facessero gli risponderei a tono senza problemi.

    All’inizio è stata veramente dura perchè non mi aspettavo che i miei si sarebbero messi così contro di me, arrivando addirittura a sperare che perdessi il lavoro per dimostrarmi di avere ragione. Quando ho raggiunto il picco di stress me ne sono andato e ora non vedo l’ora di trovare casa e di andarmene definitivamente.

  35. Due settimane prima che discutessi la mia tesi, una ragazza si è buttata dal tetto della sua università dopo aver organizzato una finta festa di laurea. Leggere di lei è stata una cosa sconvolgente, perché io ero lei, avrei potuto essere lei.

    Sono andata fuoricorso già al primo anno, avevo già preso abitudini discutibili, mi sono successe cose più o meno brutte, sono scivolata in una depressione “ingiustificata” e mi sono fatta logorare dei sensi di colpa: giovane, carina, sveglia, in salute e con una famiglia meravigliosa che poteva supportarmi emotivamente ed economicamente, e io ero depressa, che ingrata. Non avevo il coraggio di rispondere al telefono ai miei genitori, sparivo per settimane, mi vergognavo.

    Il modo in cui mi sono ripresa e sono finita a discutere una tesi di triennale umanistica a 29 anni è troppo complesso e poco avvincente quindi ve lo risparmio, in terapia sono andata dopo, per mettere ordine, ma avrei voluto avere la lucidità e l’umiltà per farlo quando ne avevo più bisogno. Ci ho provato, ma nei centri gratuiti non c’era posto, 45€ a seduta non me li potevo permettere manco per sogno, e non avevo il coraggio di chiedere ai miei genitori. Credo che molto spesso sia anche questo più che il contrario, avere una famiglia meravigliosa e sentire di averli delusi, di non meritarli.

    Non ho mai avuto pensieri suicidi nemmeno nel picco della depressione, è un’indole che non mi appartiene e basta ed è stata la mia fortuna, perché non ho mai pensato di saltare da un tetto ma mi stavo comunque autodistruggendo ad alcool ed altre pessime abitudini. Ma conosco bene questo panico, la convinzione di essere spacciati già a 25 anni, dei falliti che non si realizzeranno mai, che se non sei in grado di presentarti ad un esame non sarai mai capace di sopravvivere nel mondo reale. Vedi gente intorno a te che trova la sua strada, che ha una passione, un talento, una strada da percorrere, e tu non hai idea di cosa fare della tua vita.

    E poi vedi quelli che “ce l’hanno fatta”, che sono laureati, abilitati, e si ritrovano a fare stage non retribuiti, senti le storie di chi a 30 anni non riesce nemmeno ad andare a vivere da solo perché con il suo stipendio da laureato non riuscirebbe a pagarsi un bilocale. Non è proprio incoraggiante. Ti chiedi chi cazzo te lo fa fare, e se hai un certo tipo di carattere, se hai certe fragilità, non ce la fai.

  36. nel mondo del lavoro conti quanti vali, se non vali un cazzo non conti un cazzo. Però se l’azienda delocalizza non vali un cazzo manco quando sei bravo. A volte non vali un cazzo solo perché se ti riescono a convincere allora si riesce a pagarti meno. Oppure non vali un cazzo perche inconsapevole, hai mandato a stendere la segretaria che è amante del capo.

    Insomma, anche se ce la metti tutta, agli occhi di chi si deve servire di te sarai sempre carne da macello, pure se diventi CEO, sarai sempre carne da macello per quello sopra. Ed è reciproco. Anche noi lavoriamo per lo stipendio e non per amore.

    Detta questa triste verità, il laureando medio ha la sola colpa di essere stato troppi anni lontano dallo schifomondo, e quando finalmente ci viene a contatto lo schianto é parecchio più forte di quello che prende un cementista a 16 anni.

    Cosa penso? Che bisogna insegnare ai ragazzi che non è tutta rose e fiori e che fallire fa parte del gioco, e che rialzarsi è il tuo vero mestiere.

    Sfortunatamente, la tv passa un altro concetto. Nelle favole di una volta c’era l’orso che ti mangiava, ecco ci vorrebbe di tornare a quelle favole in chiave moderna, per dare fin da subito un quadro del mondo che è bello ma non per bambini.

  37. La soluzione migliore è dire la verità. Lo dico per esperienza.
    Per 3 anni ho mentito ai miei genitori e a chi mi stava intorno, che tutto andasse bene e che gli esami erano ok.
    Da buon programmatore avevo pure creato una pagina web libretto molto credibile con finti esami passati e i relativi voti…

    Ovviamente non poteva durare per sempre, non riuscivo più a mentire, mi sentivo una merda ed ero sempre depresso.
    Alla fine, dopo l’ennesima domanda su quando mi laureassi, sono scoppiato. Ho detto tutto a mia mamma e, con mio stupore, mi ha capito e non si è arrabbiata.

    Ho mollato gli studi e sono andato a lavorare, ora lavoro come programmatore in una piccola azienda e devo dire che sono molto bravo in quello che faccio.

    Non tutto è perduto.

  38. Buonasera a tutti.

    Io l’ho scampata. Sono uscito dallo scientifico con un ottimo voto e con l’idea di spaccare il mondo. Ho fatto due test d’ingresso, passandoli entrambi. Forse uno a me più congeniale, l’altro meno ma neanche troppo lontano. Scelsi il secondo, anche sotto consiglio dei miei genitori (che davvero non mi hanno davvero imposto nulla). Sicuramente qualche pressione c’è stata, ma la colpa di tutto ciò che è successo in seguito l’ho sempre sentita solo e soltanto mia, perché non avevo una personalità tale da poter imporre la mia scelta, ammesso che ne avessi una (e non ce l’avevo). Volevo solo renderli felici.

    Ho cominciato a mentire alla fine del primo anno. Sono andato avanti così per altri 8 cazzo di anni. Non sopportavo l’idea di poter deludere chiunque.

    Sono arrivato al giorno prima della mia fantomatica laurea, incredibilmente. Quella mattina ero in piedi sul bordo della vasca da bagno intenzionato a caderci giù e farmi davvero davvero male. Non ci riuscii perché qualcuno suonò il citofono. Non ricordo neanche chi fosse.

    Quella notte uscii di casa con l’auto intenzionato ad andarmi a schiantare contro qualcosa. Non ci riuscii perché ero un codardo totale. Passai la notte fuori casa. Al mattino mandai un sms alla mia famiglia spiegando tutto quello che stava succedendo. Mi sento uno schifo ancora oggi pensando a quei momenti.

    Penso di aver esaurito la fortuna che avrei avuto in tutto il resto della mia vita perché mi son ritrovato con una famiglia incredibile che ha sopportato le mie stronzate e mi ha lasciato fare.

    Sono andato da uno psicoterapeuta. Non lo ringrazierò mai abbastanza.

    Per un anno ho vagato nel limbo delle mie insicurezze, ma questa volta prendendomi ogni responsabilità. Ho cercato lavoro. Dopo mesi di CV inviati a vuoto l’ho trovato, in un settore in cui mai avrei immaginato di lavorare. Ed infatti ho imparato da zero infinite dinamiche e ho dovuto acquisire svariate competenze di cui non avevo neanche un’infarinatura. Ma mi piaceva. Sono andato avanti, con un contrattello idiota, ma mi sentivo libero (non è la mia prima esperienza lavorativa, ma quella più importante). Dopo 9 mesi mi viene proposta una carica full time, indeterminato, con uno stipendio più alto della media italiana. Sono ormai passati anni e ancora non sono davvero certo di come ci sia riuscito anche se mi rendo conto di lavorare più che bene e di essere ben visto da tutti i miei colleghi.

    E in tutto ciò avevo anche una fidanzata. Sapete come è finita?
    Non è finita. Ho anche qui la fortuna di avere una persona accanto che conosce la facilità con cui si può indebolire la salute psicologica ed emotiva. Ci siam fatti forza. Durante la prima ondata siam andati a vivere insieme, perché era completamente sola a casa ed io vivevo ancora con i miei genitori. Ci siamo sposati e abbiamo una figlia. Sto passando il periodo più felice della mia vita.

    Uscire da quella palude è difficilissimo. La sensazione di spaesamento è tremenda. Non ho alcuna esortazione per coloro che si trovano nella mia situazione a quel tempo, perché ogni caso è diverso e io ho avuto culo. Ma capisco e soffro per tutti loro.

  39. Non posso contribuire in alcun modo al thread, non essendo universitaria, ma ho un amico che conosceva molto bene il ragazzo dell’articolo.
    Ovviamente parenti e amici sono emotivamente distrutti. Possiamo solo immaginare quanto fosse grande e gravoso il peso delle sue motivazioni.

    A chiunque si senta sull’orlo di un dirupo, vi prego, chiedete aiuto, gridate in cerca di qualcuno che vi tenda una mano. Ricorrete a qualsiasi mezzo (io in primis spesso vado in pronto soccorso a causa di intenzioni suicidarie/autolesionistiche), perché da soli difficilmente si esce da questo loop.

    Vorrei abbracciarvi tutti fortissimo

  40. > Sei praticamente spacciato/a

    Quelli che dicono che non hai chance, sono quelli che vorrebbero che non ne avessi

  41. Quando ho letto la notizia ho sentito letteralmente la stretta al cuore, come un vecchio fantasma che ogni tanto salta fuori.

    Economia. Bologna. Quel ponte su cui sono passato milioni di volte. Potevo essere io. Percorso praticamente imposto dalla famiglia, i primi esami che vanno così così, l’ansia costante, il continuo desiderio di cercare altro (e l’incapacità di fare un solo passo).

    Credo che mi abbia salvato l’esser stato, fin da subito, uno studente lavoratore. Mi ha fornito un alibi per coprire il ritardo, oltre a darmi quel minimo di indipendenza e consapevolezza di non essere totalmente inutile.

    Però sì, ho mentito. All’inizio sugli esami che non erano andati, poi sulla laurea. Il periodo più nero è stato dopo aver perso il mio migliore amico, incidente in moto (con me presente). Sono arrivato a tanto così dal lasciarmi andare completamente. Tutto quello che facevo era andare al lavoro e dormire, come un automa. Non ho parlato con nessuno, avrei dovuto, ma non ero nemmeno in grado di chiedere aiuto.

    La mattina verso le 4 era il momento peggiore. Troppo presto per alzarsi, troppo tardi per riprendere sonno. I pensieri erano i peggiori, l’ansia ingigantiva tutto, mancava il respiro. Sì, anche quei pensieri.

    La svolta è arrivata un giorno, a casa di una cliente. Una ex insegnante in pensione. Chiaccherando del più e del meno mentre le sistemavo la tv, salta fuori l’argomento università, il fatto di averla lasciata lì. Non dimenticherò mai i suoi occhi, dolci, fieri e premurosi. Sinceri. “Lei deve finire, lo deve a se stesso”.

    Sono tornato a casa, ho pianto tutto quello che dovevo piangere, ho versato le tasse arretrate. E la primavera dopo mi hanno proclamato.

    Tanto così.

  42. Una volta ho avuto una discussione con il social media manager della mia università perché ripubblicavano storie di gente che mostrava screenshot di email dei risultati degli esami (ovviamente 27+).

    Sinceramente non vedevo il motivo, oltre che a dare visibilità a questa gente che trae soddisfazione dallo spiattellare i propri risultati accademici, di creare pressioni a coloro i quali hanno più difficoltà, soprattutto se è l’università stessa che incita questo tipo di atteggiamenti.

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