Nella serata di domenica l’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) ha fornito nuove informazioni sul focolaio epidemico scoppiato in Repubblica Democratica del Congo nella regione sud-occidentale di Kwango. Secondo le cifre diffuse dall’Oms, le persone contagiate finora sono state 406 e le vittime 31. Nei giorni scorsi, altre fonti avevano parlato di un numero di vittime compreso tra 79 e 143. In base alle statistiche più aggiornate, il rapporto tra vittime e casi è sceso al 7,6%. Il 53% dei casi registrati e il 55% delle vittime riguarda bambini sotto i cinque anni di età. I sintomi più frequenti sono febbre, tosse, spossatezza e naso che cola.

Dopo l’innalzamento del livello d’allerta da parte del ministero della salute, anche in Italia si è diffusa una certa preoccupazione, soprattutto sui media. L’ospedale di Lucca ha richiamato per accertamenti un paziente italiano ricoverato a fine novembre ma ormai guarito da circa dieci giorni. L’uomo presentava gli stessi sintomi e aveva viaggiato per lavoro nella Rdc. Secondo gli stessi medici lucchesi però non vi sarebbero legami tra il focolaio congolese e il caso italiano.

L’uomo ha soggiornato in Congo a circa 700 km di distanza da Panzi. I campioni del suo sangue verranno comunque inviati all’Istituto Superiore di Sanità per ulteriori analisi che potrebbero aiutare a far luce sulla natura della malattia. I medici locali stanno ancora cercando di identificarne la causa, un compito non facile perché l’area colpita è lontana centinaia di chilometri dalla capitale Kinshasa, dove devono essere inviati i prelievi per le analisi. Al momento l’Oms non esclude alcuna ipotesi. «Sono necessarie ulteriori indagini per chiarire se l’anemia osservata nei casi gravi sia legata all’epidemia» scrive la nota. «L’ipotesi più probabile della malattia respiratoria deve essere convalidata studiando la sua relazione con l’influenza stagionale e altri potenziali concause. Inoltre, dovrebbero essere rianalizzati i focolai storici, come quello di febbre tifoidea segnalato nella zona due anni fa».

Nella nota l’Oms ha sottolineato le difficoltà di intervenire nell’area. La forte malnutrizione, che colpisce circa il 40% della popolazione della zona, è un fattore che può rendere pericolose anche malattie che in altre condizioni possono essere trattate facilmente. «Si verificano spesso carenze di farmaci efficaci contro malattie comuni» scrive l’organizzazione. «In più le cure non sono gratuite e questo limita l’accesso alle terapie per le popolazioni vulnerabili».

Il Centro africano per il controllo delle malattie aveva promesso la rapida identificazione della causa dell’epidemia. L’arrivo delle squadre di medici inviati dall’Oms però è stato ritardato dagli ostacoli logistici. Secondo l’Oms occorre «un viaggio di due giorni da Kinshasa a causa della stagione delle piogge che ha colpito le strade» per raggiungere la zona, con una «limitata copertura della rete telefonica e internet». Inoltre, la regione è poco raccomandabile dal punto di vista della sicurezza. «La possibilità di attacchi da parte di gruppi armati rappresenta un rischio diretto per le squadre di intervento e le comunità, che potrebbe interrompere ulteriormente la risposta» scrive l’Oms. Date le condizioni dell’area, il rischio è valutato come «alto» per le comunità locali ma «basso» su scala regionale e globale.