Tutto il mondo politico si interroga sull’incognita Trump e, cioè, se ci saranno o meno cambiamenti radicali perché questa amministrazione si sente investita da un mandato forte. L’attesa, in gran parte delusa, ci fu anche per la sua prima presidenza e questo, a nostro avviso, dovrà essere il metro con cui approcciarsi alla nuova fase. Si accreditano programmi imperiali-espansionistici. Battere definitivamente la Cina, stabilizzare la condizione dell’Europa come alleata subalterna e trattarla come tale sfruttando le debolezze tedesco-francese con un’Inghilterra, che è fuori dall’Unione europea, e si ritrova con i suoi titoli sovrani sotto attacco della speculazione come non mai. Quando si accentuano le attese di stravolgimenti sui dazi si sottovaluta quanto siano importanti per l’America i semilavorati cinesi e i loro prodotti finiti a basso costo, ma anche come la domanda e la tecnologia americana lo siano per la Cina. Si sorvola sulla differenza di fondo tra una Cina che è a terra senza esportazioni perché i consumi languono, mentre i consumi americani al contrario tirano e attraggono investimenti.
I mercati sono più pragmatici, credono che Trump alla fin fine non farà grandi danni, vedono i profitti delle imprese, e alla grande incertezza rispondono che quasi il 60% delle riserve internazionali è investito in dollari e che ai loro occhi, con Biden o Trump, cambia poco perché l’uno e l’altro perseguono lo stesso obiettivo che è la tutela dell’interesse americano nel mondo. In questa fase rispetto ai mercati si registra, a livello europeo, la positiva anomalia italiana. Una manovra prudente, un governo stabile, un’economia che continua a produrre occupazione e, dopo un quarto di secolo, una convergenza tra le due aree del Paese, hanno fatto sì che i mercati guardino all’Italia con attenzione positiva. Ad avvalorare la posizione c’è chi sostiene che, anche se gli americani decidessero davvero qualcosa di sostanziale sui dazi, lo farebbero in modo selettivo e, quindi, gli italiani sarebbero quelli che ci rimetterebbero di meno. Perché è chiaro che gli ipotetici dazi non si fanno per Paese ma per prodotti come è altrettanto evidente che, a seconda dei prodotti scelti, si colpisce più un Paese che un altro. Siccome all’Italia e alla sua leadership di governo si riconoscono un’interlocuzione strategica rilevante, i mercati ritengono che l’Italia rischi meno di tutti.
C’è di più. Non sono pochi quelli che individuano proprio in Giorgia Meloni, avendo un buon rapporto con Trump e von der Leyen, l’unico leader politico che può potenzialmente giocare le carte più pesanti per ricostruire un rapporto di fiducia, e finalmente adulto, tra Europa e Stati Uniti in termini di sicurezza e di collaborazione su questioni globali, inclusi i rapporti con la Cina e con i Paesi che stanno sempre meno alla finestra. Prendiamo il caso dell’Indonesia: è entrata nei Brics, il club sempre più allargato dei cosiddetti Paesi emergenti, e di certo questa scelta è uno spostamento di più verso la Cina.
È l’Italia, non altri, a potere aiutare oggi gli Stati Uniti a ristabilire rapporti migliori con tutti gli altri Paesi dell’Europa e, soprattutto, con il Sud globale. Se parliamo dell’Africa, ad esempio, la presa francese è in caduta libera, oltre a tutti i suoi problemi interni politici ed economici, ed è evidente a tutti il ruolo potenziale dell’Italia, con la cultura non predatoria del Piano Mattei, nello spingere i Paesi più incerti a guardare all’Ovest, che significa America e Europa, piuttosto che ai Brics e al sodalizio russo-cinese. Sono partite complesse, ma cruciali.
Sono in gioco, sempre solo per fare un esempio, le riserve della Nigeria che è esportatore di petrolio.
La domanda è: le riserve le investi in dollari, in euro, in altre valute, nel dollaro australiano, nei Bitcoin, in oro, in sterline avremmo detto in altri tempi? Avere rapporti privilegiati con certi paesi favorisce l’investimento delle riserve in asset denominati in euro o in dollari, che sono oggi le due grandi valute di riserva. Dentro il G7 e fuori, con una leadership in caduta dopo l’altra, c’è oggi lo spazio politico perché la premier italiana spinga una parte dei Paesi del Sud globale ad avere come punto di riferimento l’Occidente e non la Cina.
A questo lavoro se ne affianca un altro cruciale. Il primo è stimolare l’Europa a dimostrare di essere capace di diventare adulta scegliendo un orientamento strategico, che non sia più quello dell’asse Est-Ovest bensí dell’asse Sud-Nord, considerando finalmente l’Africa e i Paesi del Mezzogiorno globale non più come una minaccia, ma come un’opportunità storica scegliendo gli investimenti al posto della distruzione. Da qui al 2050 la popolazione dell’Occidente sarà un decimo di quella mondiale e solo attraverso la lungimiranza di queste scelte si potrà arrivare a dare al mondo quella nuova governance globale che prenda atto dell’importanza della risorsa giovanile africana, della forza potenziale dell’India, e di tutte le altre aree del Sud del mondo sottovalutate o dimenticate.