La Russia ha perso in Ucraina più carri armati di quanti non ne abbia l’esercito italiano (204 contro 200)

28 comments
  1. Nel link potete vedere una raccolta di tutto l’equipaggiamento perso da entrambe le parti (i numeri sono un po’ ridotti perché vengono inseriti solo le perdite accertate con foto o video), se guardate ci sono alcuni furgoni iveco dell’esercito russo

  2. Giusto per cronaca, anche se quelli forniti all’esercito italiano sono 200, gli Ariete (nome del carro italiano) realmente operativi ad OGGI saranno circa 2/3 o la metà più o meno.

  3. Beh suppongo che l’Italia sia concentrata prevalentemente verso la difesa navale ed aerea visto che siamo abbastanza difficili da invadere via terra

  4. Sulle perdite credo che potremo leggere qualcosa di affidabile tra qualche anno, fare la conta in questo momento in maniera indipendente è impossibile, e se prendiamo le notizie dalle parti, dobbiamo considerare che stanno anche combattendo una guerra di propaganda, insieme a quella sul terreno.

    Per quanto riguarda invece i carri in dotazione, che dire, gli anni di patto di stabilità e dividendi della pace hanno demilitarizzato gli stati europei più di quanto i russi osassero sognare, da duemila carri negli anni novanta siamo passati ai duecento (nominali, operativi anche meno) odierni, impedendoci perfino di esercitare un qualche tipo di controllo su aree d’influenza ai tempi nostre, dal nordafrica ai Balcani, dal sahel al corno d’Africa, russi, turchi e cinesi si sono presi gli spazi che gli abbiamo lasciato con la nostra mentalità un po’ bottegaia, un po’ dogmatica. Mentalità che, dal Covid alla guerra, fa SEMPRE arrivare UE e stati che la compongono impreparati di fronte alla storia.

    E sfido qualcuno, dopo la coscrizione estensiva attuata in Ucraina, a uscirsene con la solita frase qualunquista sul fatto che (signora mia) “oggi le guerre so digitali ed economiche, basta schiacciare il bottone e avere tre soldati iper addestrati, i numeri non servono”, dai forza fatevi avanti, dato che fino a un mese fa qui c’era lo stato maggiore italiano delle stronzate, siate coraggiosi ora.

  5. Ringraziamo i contadini e i rom ucraini per aver fatto perdere i carri armati all’esercito russo.

    Cosi come i comandanti per aver avuto la malsana idea di usarli senza una logistica a prova di idiota.

  6. E probabilmente non si tratta nemmeno del 10% dei carri impiegati dalla Russia nell’invasione. Fa impressione, ma ancora piu’ impressione fa pensare allo sciame Zerg di residuati bellici e coscritti che la Russia puo’ permettersi di usare per inondare un’area come l’Ucraina.

  7. Notare come l’Italia sia l’unico non sovietico/russo presente insieme all’israele (per dei droni)

  8. Commento solo per dire che adoro il tuo username, OP (e sì, so chi era Enrico I di Sassonia, non ho pensato che fosse un meme).

  9. Si tratta di un sintomo patognomonico di una disfunzione di sistema, grave e profondissima, che permea il sistema paese Russia nella sua componente militare, ma anche, se vogliamo, politica e civile.

    Innanzitutto, come abbiamo anche potuto vedere con le attuali purghe condotte da Putin nell’ambito dei suoi servizi di intelligence, si tratta di una conseguenza della deleteria e miope tendenza dei leccapiedi del Cremlino di ripetere al capo quello che vuole sentirsi dire. Sì, perché perdere 204 carri armati è un problema risultante dall’incompetenza, promossa e premiata da Putin nell’ambito della sua cerchia di consiglieri. Come sempre accade, si innescano sofisticati meccanismi psicologici da cortigiani che portano i tirapiedi di turno a mentire e a deformare la realtà, per ingraziarsi il favore del capo e, allo stesso tempo, evitare la sua ira, cercando indaffarati di mostrarsi migliori dei loro sfortunati predecessori, rimossi dai loro incarici senza troppi complimenti.

    La sopravvalutazione delle competenze dell’esercito russo, la presunzione di efficacia di interi reparti di soldati di leva ben poco addestrati, l’azzardata tattica di attacco strutturata su direttrici incerte e claudicanti, la logistica vacillante coordinata in maniera ancora più debole e, infine, la patologica e cronica sottovalutazione della tenace resistenza dell’esercito ucraino, della determinazione della popolazione civile e della compatta risposta dell’Occidente, che ha fornito agli Ucraini una moltitudine di armi anticarro che hanno mietuto innumerevoli vittime tra i reparti di carri armati russi, sono un’eloquente e lampante testimonianza della pochezza e della debolezza del sistema costruito da Putin.

    Oltre al fronte militare, c’è quello politico, o meglio, geopolitico. Questa invasione si colloca meno di un anno dopo la rovinosa ritirata americana dall’Afghanistan, ritirata che ha reso evidente al mondo intero l’ormai innegabile tramonto del periodo di incontrastata egemonia superiore della potenza statunitense. La Russia, da attenta osservatrice, ha analizzato gli eventi dipanatisi in quel fatidico mese e ha concluso, a torto, di dover cogliere il momento propizio per intervenire, non essendo più gli Americani, secondo l’intelligence russa, nella condizione di potersi opporre all’aggressione dell’oligarchia moscovita. Ma, nella fretta di capitalizzare su una lampante debolezza transoceanica, i Russi hanno fatalmente sottovalutato l’impreparazione delle loro forze armate, imbarcandosi in un’impresa che ricorda, mutatis mutandis, l’arrogante spirito d’arrembaggio che contraddistinse le scellerate mire espansionistiche fasciste della vecchia Italia capeggiata dalla delirante figura del Duce.

    Infine, sul piano civile/culturale, i Russi scontano un’arroganza inaudita radicata a fondo nel loro spirito collettivo di appartenenza patriottica alla Santa Madre Russia: l’idea che, nonostante le perdite, nonostante gli ostacoli, loro avranno sempre la meglio. La loro storia lo dimostra, ma la verità narrata dalla storia spesso diverge da quella che spesso le persone credono di aver intuito. La profonda e illusoria convinzione che la Russia possa macinare i suoi nemici, animata soltanto dal suo ponderoso e poderoso spirito nazionalista (e revanscista), come era accaduto nel passato con i nazisti durante la Seconda Guerra Mondiale, risulta essere, nella realtà odierna, una pericolosa e velenosa convinzione, capace di ferire nel profondo non solo i popoli limitrofi e confinanti, che divengono mira dei piani di ricostituzione di un cordone cuscinetto a protezione della Russia, ma anche e soprattutto per i Russi, che sono divenuti cronicamente incapaci di vedere la fragilità della loro macchina bellica e di rendersi conto della scellerata impresa verso cui il loro leader maximo li sta conducendo.

    Le fiamme dell’Inferno della Storia si scontano vivendo, e alla memoria dei posteri è consegnata solo l’onta di coloro che, da vivi, non hanno saputo opporsi ai massacri del loro tempo.

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