di
Giovanni Bianconi

Indagati per il caso Almasri la premier, Giorgia Meloni, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, quello della Giustizia Carlo Nordio e il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano. Ad annunciarlo la stessa premier sui social: «Non mi faccio intimidire». Ecco cosa succede ora

La premier Giorgia Meloni è indagata dalla procura di Roma per favoreggiamento e peculato per il rimpatrio del Comandante della prigione libica di Mittiga, Osama Njeem Almasri. 

Lo ha comunicato lei stessa sui social, aggiugendo anche che ad essere indagati sono anche i ministri della Giustizia Carlo Nordio e dell’Interno Matteo Piantedosi, e il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano.



















































L’annuncio social

«La notizia è questa», ha detto Meloni in un video. «Il procuratore della repubblica Lo Voi, lo stesso del – diciamolo – fallimentare processo a Matteo Salvini per sequestro di persona, mi ha appena inviato un avviso di garanzia per i reati di favoreggiamento e peculato in relazione al relazione alla vicenda del rimpatrio del cittadino libico Almasri; avviso di garanzia che è stato inviato anche ai ministri Nordio, Piantedosi e Mantovano».

Secondo Meloni, all’origine dell’indagine c’è la denuncia dell’avvocato «Luigi Li Gotti, ex politico di sinistra, molto vicino a Romano Prodi, conosciuto per aver difeso pentiti del calibro di Buscetta, Brusca e altri mafiosi».

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Nella denuncia, corredata anche da un resoconto giornalistico dei fatti, LI Gotti chiede «che vengano svolte indagini sulle decisioni adottate e favoreggiatrici» di Almasri, «nonché sulla decisione di utilizzare un aereo di Stato per prelevare il catturato (e liberato) a Torino e condurlo in Libia».

La ricostruzione della premier

I fatti, secondo la ricostruzione della premier, sono «abbastanza noti: la Corte penale internazionale, dopo mesi di riflessione, emette un mandato di cattura internazionale nei confronti del capo della polizia di Tripoli. Curiosamente lo fa proprio quando questa persona stava per entrare in territorio italiano, dopo che aveva serenamente soggiornato per circa 12 giorni in altri 3 Stati europei. La richiesta non è stata trasmessa al ministero italiano della Giustizia, e per questo la Corte d’appello di Roma decide di non procedere alla sua convalida. A questo punto, con questo soggetto libero sul territorio italiano, piuttosto che lasciarlo libero, noi decidiamo di espellerlo e rimpatriarlo immediatamente, per motivi di sicurezza, con un volo apposito come accade in altri casi analoghi. Questa è la ragione per cui la Procura indaga me, il sottosegretario Mantovano e due ministri».

«Io», dice ancora Meloni, «penso che valga ora quello che valeva ieri: non sono ricattabile, non mi faccio indimidire, è possibile che per questo sia invisa a chi non vuole che l’Italia cambi e diventi migliore ma anche e soprattutto per questo intendo andare avanti per la mia strada a difesa degli italiani soprattutto quando è in gioco la sicurezza della nazione. A testa alta e senza paura». 

Il tribunale dei ministri

La notizia dell’indagine arriva alla vigilia di una informativa, prevista per domani in Senato, dei ministri della Giustizia Carlo Nordio e dell’Interno Matteo Piantedosi proprio sul caso dell’arresto, del rilascio e del rimpatrio di Almasri, ricercato dalla Corte penale internazionale dell’Aia per crimini di guerra e contro l’umanità. 

L’informativa – visto quanto accaduto – potrebbe saltare, secondo quanto riferito da fonti di governo; della questione sarebbero già stati informalmente avvisati i presidenti di Camera e Senato.

L’Anm: «Non è un avviso di garanzia, la politica ha frainteso»

Con una nota, l’Associazione nazionale magistrati ha sottolineato che la Procura di Roma non ha emesso un avviso di garanzia ma una «comunicazione di avviso di iscrizione», cioè «un atto dovuto».

Scrive l’Anm: «Si segnala, al fine di fare chiarezza, il totale fraintendimento da parte di numerosi esponenti politici dell’attività svolta dalla procura di Roma, la quale non ha emesso, come è stato detto da più parti impropriamente, un avviso di garanzia nei confronti della presidente Meloni e dei ministri Nordio e Piantedosi ma una comunicazione di iscrizione che è in sé un atto dovuto perché previsto dall’art. 6 comma 1 della legge costituzionale n. 1/89». 

La legge costituzionale varata nel 1989 sulle presunte responsabilità penali dei membri del governo prevede in effetti che il procuratore della Repubblica, quando riceve una notizia di reato connessa alle funzioni ministeriali (ed è ciò che è accaduto con la denuncia dell’avvocato Li Gotti), «omessa ogni indagine» trasmetta entro 15 giorni gli atti al tribunale dei ministri, dandone immediatamente avviso agli interessati affinché possano presentare memorie al collegio o chiedere di essere ascoltati.

Di qui la decisione del procuratore di Roma Lo Voi di inviare l’informazione di garanzia alla premier Meloni, al sottosegretario Mantovano e ai ministri Nordio e Piantedosi: «Un atto dovuto», conclude l’Anm.

Dal momento in cui riceve il fascicolo, il collegio per i reati ministeriali – composto da tre magistrati – ha novanta giorni di tempo per compiere i propri accertamenti e poi decidere se archiviare, con decisione non impugnabile dopo avere sentito il parere del procuratore, oppure inviare (sempre tramite la Procura) gli atti alle Camere competenti per chiedere l’autorizzazione a procedere.  

Giorni fa, l’Associazione nazionale magistrati aveva accusato Nordio di non aver risposto alle sollecitazioni della Corte d’appello di Roma – così consentendo, di fatto, il rilascio del libico. 

Avviso di garanzia Meloni Mantovano Nordio  Piantedosi

Il caso Almasri

Almasri è stato arrestato il 19 gennaio scorso a Torino perché era stata emessa una «red notice» dell’Interpol su mandato dell’Aia. La Procura ha inviato una prima informativa a via Arenula, seguita da quella della Procura generale di Roma il giorno successivo. 

Il 21 gennaio, trascorse le 48 ore consentite dalla legge per trattenere il ricercato, e in mancanza di una risposta del ministero, Almasri è stato rilasciato ma contestualmente espulso per i motivi indicati da Piantedosi. 

L’alternativa sarebbe stata emettere nei suoi confronti una misura cautelare in attesa di ulteriori passi nei suoi confronti, ma è stata preferita la via del rimpatrio immediato.

La scarcerazione e il contestuale rimpatrio di Najeem Osema Almasri hanno innescato un conflitto senza precedenti tra la Corte penale internazionale e l’Italia. Cioè tra chi voleva arrestare e processare il generale libico capo della polizia giudiziaria accusato di torture, stupri e omicidi di migranti perpetrati nel suo Paese dal 2015 in avanti, e chi l’ha riaccompagnato a casa con un volo di Stato, considerandolo un «soggetto pericoloso per la sicurezza nazionale». 

Il viaggio in Europa

Per quasi due settimane Almasri dal 6 al 19 gennaio, ha girovagato indisturbato per l’Europa, superando indenne due controlli di polizia. In teoria la richiesta di cattura sarebbe dovuta passare per le mani del Guardasigilli prima di arrivare sulle scrivanie dei magistrati. E questo ufficialmente non è avvenuto. 

Ma la Corte penale internazionale che ha sede all’Aia sostiene di aver fatto tutto secondo le regole: nota verbale all’ambasciata italiana in Olanda e successiva trasmissione del mandato d’arresto composto da centinaia di pagine, perché la rappresentanza diplomatica è l’ufficio competente individuato da Roma per le comunicazioni con la Cpi. In ambasciata c’è un magistrato di collegamento che ha verosimilmente investito del caso il ministero degli Esteri, ma ciò che è accaduto in seguito non è dato sapere. Per il momento. È uno dei «misteri» da chiarire.

Alla base della liberazione di Almasri, decisa dalla Corte d’appello di Roma su parere conforme della Procura generale resta il vizio di forma della mancata «irrinunciabile interlocuzione» con il ministro della Giustizia, vanamente interrogato dalla Procura generale per conoscerne le intenzioni.

28 gennaio 2025 ( modifica il 28 gennaio 2025 | 21:35)