Tutto comincia dalla luce, che bianca è bianca, come direbbe Marco Belpoliti.

È una delle prime cose delle quali ci si accorge venendo dal sud o dal centro: la luce bianca del nord, di Milano, della Brianza, dei laghi, del Canton Ticino. Che rende tutto dello stesso tono chiaro e nitido, netto come un taglio di precisione sulla lamiera o come la fotografia di un film di Luchino Visconti. Quel nord industrializzato che non è abbastanza a est né abbastanza a ovest da diventare metafisico o leggendario, che intorno non ha confini linguistici, perché si riversa nella Svizzera italiana in una magnifica continuità anche dialettale, ma che vive della sua radicata, impenetrabile praticità. Il nord del nord, il nord nord. Il nord come lo descriverebbe qualcuno che non c’è mai stato.

«Ci sono le montagne, però», dice a La Stampa Belpoliti che è un fine osservatore di queste zone, venendo anche lui da fuori, e che ne ha scritto nel suo Nord nord (edito da Einaudi), ideale proseguimento di Pianura. «E questo nell’immaginario comune si tende a dimenticarlo. Le Prealpi e le Alpi fanno parte dello stesso panorama che caratterizza il resto del territorio. Fanno da sfondo, da cornice, da promessa di un nuovo orizzonte».

Si tende a dimenticarlo perché ci si accorge soprattutto di quanto questo nord, votato idealmente all’industriosità e all’essere tramandato essenzialmente come “produttivo” più che umano, sia solido e affidabile, anche nell’aspetto. «Eppure è un miscuglio sfaccettato – continua Belpoliti – le industrie brianzole sono una porta sul mondo, lavorano con la Francia, il Giappone e l’America, importano non soltanto merci e materiali, ma persone».

Ecco, questo nord è un posto dove si arriva per lavorare e chi ci vive può trovare strano che uno scrittore come Belpoliti, abituato alla dolce campagna emiliana, possa scovarci qualcosa di più, qualcosa di romantico, qualcosa di letterario. Perché questo ha fatto: ha condotto una ricerca letteraria, del tutto intima e personale, esplorando la geografia di un posto che non sembra prestarsi, né meritarlo. Ne ha ottenuto qualcosa che ricorda il viaggio lungo il Danubio di Claudio Magris o la Manhattan romantica di Adam Gopnik, fatte di vicende piccole e grandi momenti storici.

«Ci sono le persone – dice – ed è questo che mi stimola. La mia è una specie di attrazione antropologica, verso quella varietà umana segreta che popola questi luoghi. Per capire l’Italia, secondo me, occorre rifarsi alla cartina degli antichi Stati successiva alla battaglia di Pavia, perché così si colgono i veri confini tra le popolazioni. Così si coglie la vera complessità italiana, geografica e soprattutto umana».

E se è vero che in Italia la geografia fisica è materiale poroso, malleabile, che nella storia («Più che recente», dice Belpoliti) ha visto mutare i confini regionali e nazionali con un’elasticità propria solo di un Paese che non sappia veramente decidersi su un’identità condivisa, è ancora più vero che la geografia umana è fatta di mescolanze e forzature, di continui flussi che si sfiorano senza fondersi, che si incontrano senza parlarsi, che fingono di ignorarsi e che convivono senza combattersi.

Quando Mario Monicelli in La Grande Guerra ha ricostruito uno dei primi momenti della fortuita casualità che ha spinto le tante Italie a trovarsi assieme in un solo luogo facendo quasi fatica a comprendersi, tra lingue e dialetti, usi e abitudini distanti e inintelligibili, ha sottolineato un aspetto proprio del popolo italiano tanto scontato quanto stupefacente: quello di saper sempre trovare un modo per accogliere senza mai integrare. Al nord, soprattutto: lo straniero è sempre straniero, anche se la sua presenza non rappresenta un particolare problema. «È storia: la storia d’Italia è fatta da invasioni e unificazioni. Siamo abituati a considerare diverso chi viene da fuori, perché così i popoli si sono difesi dai tempi delle invasioni barbariche. Primo Levi ha causato grande scandalo quando, avendo letto Konrad Lorenz, ha parlato di “aggressività etologica” insita nell’uomo e rivolta a chi è percepito come straniero. Ma non sbagliava. È uno strumento difensivo che le comunità, soprattutto le più piccole, mettono in atto per non venire travolte. Non è necessariamente un disvalore».

Così, nei piccoli centri del nord raccontato da Belpoliti, sopravvivono le comunità autoctone e quelle impiantate. I calabresi, i veneti, i sardi venuti per lavorare nei mobilifici e nei cotonifici, che ancora sono calabresi, veneti e sardi, pur appartenendo alla Lombardia da generazioni. Gli africani che saranno sempre africani e gli albanesi che non si libereranno mai della loro natura di venuti da fuori. Forse è in questo aspetto caratteriale che rasenta la circospezione che si annida la sensazione di disumanità che spesso il nord del nord trasmette. Scriveva Luciano Bianciardi osservando un poveretto collassato nello spartitraffico di un’affollata via milanese, scavalcato dall’indifferenza dei passanti: «Lassù mi hanno ridotto che più non mi difendo. Lassù se uno cade, nessuno lo raccatta».

Eppure, c’è qualcosa che unifica e che umanizza questo distacco, che permette a Belpoliti di costruire un racconto romantico attorno ai ricordi e alle persone, agli amici e ai luoghi che ormai conosce come le proprie tasche. Qualcosa che va oltre l’impatto e l’apparenza e si radica nel profondo del cuore del nord. «Forse la chiave di lettura sta nella natura», dice. «Nel fatto che anche se si tende a non vederla, a concentrarsi sugli svincoli e sulle rotatorie, la natura è sempre lì, anche lei mescolata, ibridata, arricchita come un bosco è arricchito dalle robinie, che sono venute dall’America, ma presente e impossibile da escludere. Come le montagne che piuttosto che venire dimenticate si fanno vedere anche da Milano».

A proposito, Belpoliti ha una bella definizione per la metropoli che a volte è la porta dell’Europa e altre il buco nero che ingabbia, mastica e sputa chi è costretto a venirci: «Un posto dal quale si può guardare lontano».

Oltre la luce, c’è un’altra immagine che può rivelarsi caratteristica del nord del nord: una fabbrica dismessa e abbandonata, della quale la natura si va riappropriando inghiottendola nel verde dei boschi e sommergendola dell’acqua di palude, con silenzioso garbo e senza ledere a nessuno. Ecco, Belpoliti in un certo senso fa questo: legge il suo nord con la stessa attenzione e pazienza che un rampicante mette nell’abbracciare le rovine di un capannone. Si prende il suo tempo e si affeziona ai particolari. Restituisce un luogo al suo elemento naturale, liberandolo del pregiudizio imposto. Ridà al nord l’umanità che ha sempre avuto, solo nascosta bene.