Riarmo, voto spacca Italia. Maggioranza divisa, Pd dilaniato fra sì e astenuti

Ansa

Il voto di Strasburgo sulla risoluzione sul Libro bianco Ue per la difesa, palesa la doppia frattura degli eurodeputati italiani, divisi in maggioranza (con la Lega che si smarca da FdI e FI) e ancor di più nel centrosinistra, con la pattuglia dem dilaniata da più della metà degli astenuti. Un risultato quello interno al Pd, che vale poco più di una fronda rispetto al voto totale dei Socialisti ma assume peso specifico assai maggiore nel partito.

Il testo, che sostanzialmente dà il disco verde al piano Von der Leyen per il riarmo dei 27, è passato con 419 voti favorevoli, 204 contrari e 46 astenuti (su 669 votanti). Tra i sì si conta la grandissima maggioranza dei popolari e dei democratici e socialisti (tra cui gli 10 italiani del Pd), i liberali, i verdi e una larga parte di Ecr. Contrari i Patrioti (dove sta la Lega), una minoranza di Ecr (per lo più i polacchi in dissenso da Giorgia Meloni) e dei Verdi e la Sinistra (dove militano il M5s e Si).

Come detto è la delegazione dem, la più numerosa di S&D, a registrare la spaccatura più evidente con 10 voti a favore (Bonaccini, De Caro, Gualmini, Gori, Lupo, Maran, Moretti, Picierno, Tinagli, Topo) e 11 astensioni (Annunziata, Benifei, Corrado, Laureti, Nardella, Ricci, Ruotolo, Strada, Tarquinio, Zan, Zingaretti). Una divisione che riflette le convinzioni personali di molti dem europei ma forse anche la postura non del tutto definita assunta dalla segretaria Elly Schlein.

Il partito ha invece votato convintamente l’altra risoluzione messa al voto a Strasburgo, quella sul sostegno a Kiev, che ha visto solo l’astensione di Marco Tarquinio e Cecilia strada. Non ha votato neanche FdI, ed è stata la prima volta per quanto riguarda l’appoggio all’Ucraina: è il segno un’indicazione chiara di Meloni che ha a che fare con il lavoro diplomatico sull’asse Roma-Washington che la premier sta portando avanti in prima persona e fa il paio il no alla videoconferenza sui volenterosi proposta dal premier inglese Keir Starmer.