Di pancia far pubblicare un libro simile mi sembrerebbe una cattiva idea, soprattutto perché ci potrebbe fare i soldi e poi perché concede spazio, poi pensandoci di più, alla fine lasciagli spiegare mi sembra accettabile.
Difficilissimo.
Ovviamente censura, quale sarebbe l’elucubrazione logica per chiamarla giustizia?
Dipende. Nel libro si giustifica o si condanna e racconta la sua esperienza in modo da comprenderla e prevenire altri casi come il suo?
Censura
Giustizia, ed è strano che si sia persino posto questo buffo quesito.
Si può raccontare la vicenda di cronaca, il percorso giudiziario e anche l’indagine psicologica dell’assassino, ma senza metterlo al centro della scena, ergendolo a protagonista nonché narratore (per definizione inattendibile) del suo stesso delitto.
Gli assassini hanno sempre un certo fascino su una parte fragile del pubblico, l’ultima cosa di cui c’è bisogno è una glorificazione più o meno diretta di uno schifoso infanticida.
Ed è ancora più disgustoso che casa editrice e autore cerchino di far passare una bieca operazione commerciale come un coraggioso gesto di libertà.
[deleted]
Sto titolo è ottimo clickbait visto che dall’articolo si capisce che il libro non è l’uomo infanticida a raccontare se stesso ma un autore a raccontare lui.
Le case editrici fanno scelte editoriali ogni giorno, non si può parlare di censura in questo caso, non c’è mica una legge che sta ostacolando la sua libertà d’espressione. Arriverà la casa editrice senza scrupoli che gli permetterà di vendere se le prospettive di guadagno sono buone.
Dando il beneficio del dubbio all’imprescindibile, almeno in questo caso, opera di filtraggio dell’autore e dell’editore, mi verrebbe da dire censura. Sarebbe bello avere anche qualche segno di pentimento concreto che so, i ricavi dati in beneficenza per vittime di violenza…
Se deve essere un palcoscenico per un assassino a sangue freddo privo di qualsivoglia pentimento e dove autore e casa editrice si limitano a lucrare, allora può anche rimanere non pubblicato. Personalmente non lo leggerei.
La domanda non ha senso. Impedire come?
La censura è quella che fa lo stato. Vietare a chiunque di pubblicare qualcosa. Non mi risulta sia capitato, e sarebbe una falla piuttosto enorme nella democrazia di un paese. Non so nemmeno che leggi potrebbero essere invocate per vietare di scrivere un libro che contiene un’intervista.
Se una casa editrice non vuole pubblicare qualcosa, cosa c’entra la censura? Devono pubblicare tutto quello che viene proposto??
Questa è censura, ed il titolo a mio avviso è anche errato. Mi sembra, dallo stesso articolo, che non si voglia raccontare (e giustificare) l’infanticida, ma raccontare il marcio che c’è nel profondo, portandolo a galla.
sono molto diviso su questa domanda
da una parte capisco chi dice che non è bene permettere ad un assassino di ergersi a protagonista forse eroe giocando sulle parti deboli della società e di guadagnarci sopra, dico guadagnarci perchè penso gli paghino i diritti per sta roba
dall’altra però non mi piace che chiunque possa decidere cosa è bene pubblicare e cosa no anche se non è lo stato stesso a farlo perchè se devo scegliere tra due mali scelgo il minore e secondo me che venga pubblicato un libro del genere è meno peggio che permettere a chi sta in alto di decidere cosa pubblicare e cosa no
è un gioco pericoloso
Il caso OJ Simpson ha avuto una svolta simile: andate a cercarvi la storia del libro (if) I did It, è molto interessante.
Se scritto per lucrarci, ovvero che l’assassino sarebbe il principale beneficiario delle vendite del libro, allora no, non credo la pubblicazione debba essere sempre lecita.
(Immaginiamo le povere famiglie delle vittime dover rivivere certi tormenti, la pressione mediatica e tutto questo mentre il loro aguzzino si conta i soldi dei diritti d’autore…)
Censura.
Ma non so se sia corretto o legale che tragga profitto dal suo delitto.
Nessuno impedisce all’autore, che non è l’infanticida, di pubblicare lo stesso libro su piattaforme di self-publishing o rilasciarlo in CC, la corte di appello ha già confermato la possibilità di pubblicazione, al massimo si tratta di autocensura da parte della casa editrice
A me questo tipo di contenuti sembrano interessantissimi, ovvio che voglio vedere cosa c’è nella testa di un criminale, ovvio che voglio il distillato della sua esperienza per poterlo analizzare.
Detto ciò, se su un libro del genere ci sono scritte cose del tipo “non è colpa sua” o “ha fatto bene”, se hai più di 5 anni e un set di valori morali solido lo bolli subito come una sciocchezza e passi oltre, censurare queste cose significa pensare che i lettori siano troppo scemi per farsi un’idea e poveretti bisogna selezionare prima cosa li potrebbe turbare o no
sempre contrario ad ogni forma di censura ma cercare di speculare su crimini atroci è davvero da miserabili… un pò come quel podcast in bianco e nero dove hanno intervistato una delle bestie di satana, cercando in maniera implicita o no di riabilitare la figura di un serial killer che dovrebbe stare internato in un buco 3×3 fino all’ultimo attimo della sua inutile vita
La risposta non è così semplice né immediata.
Dal punto di vista filosofico, sicuramente tutti hanno la libertà di esprimere il proprio pensiero.
Dal punto di vista etico, è giusto che chi si è macchiato di un crimine orrendo abbia la possibilità, con le ferite causate ancora aperte, di raccontare il crimine stesso e, inoltre, guadagnarci sopra?
Forse certe operazioni dovrebbero essere fatte per crimini più lontani nel tempo, quando le ferite si sono cicatrizzate.
Non dico che dovrebbe esserci la *damnatio memoriae* per certi criminali, ma, sicuramente, dovrebbe essere presa in adeguata considerazione la posizione e la sensibilità di chi ha subito il crimine.
L’equilibrio è difficile da trovare. Probabilmente, personalmente, da scrittore o editore avrei evitato una operazione del genere. Ma *pecunia non olet* e non tutti hanno la stessa sensibilità: *unicuique suum*.
Povera madre, comunque.
Censura. Vendono il Mein Kmpf, è pieno di libri che incitano all’odio ma vendono tanto, ma censurano un libro true crime semi-sconosciuto.
Censura ovviamente.
In Europa( almeno quelli della Ue non so come sono messi gli altri), la prigione non ha funzione punitiva ma quella di cercare di redimere se possibile il condannato, scrivere un libro mi sembra un buon modo per farlo, sopratutto se grazie a questo libro ci viene permesso di capire meglio come ragionano, potrebbe tornare anche utile per prevenire almeno in parte eventuali future oscenità.
In più ditemi se sbaglio ma il profitto eventualmente guadagnato da questo libro non andrebbe al condannato giusto?
non vedo l’interesse nel leggere un’opera del genere,ma sarebbe comunque censura negarlo
Allora secondo me é giustizia se poi nel libro compaiono cose non appropriate allora in quel caso é censura
Nessuna delle due, se è una legittima scelta dell’editore
Censura (o autocensura della casa editrice). Emmanuel Carrère ad esempio ha scritto un libro sulla storia (pazzesca) di [Jean-Claude Romand](https://it.wikipedia.org/wiki/Jean-Claude_Romand), tra l’altro in gran parte basato su interviste fatte dall’autore allo stesso Romand in cui quest’ultimo, appunto, si racconta. È un libro bellissimo che apre uno spiraglio su di un caso che inevitabilmente fa pensare “com’è possibile che una storia del genere sia successa? Cosa accadeva nella mente di quest’uomo?”. La letteratura serve anche a questo.
Detto questo, c’è sempre la possibilità che il libro di cui si parla qui, a differenza di quello di Carrère, fosse di bassa qualità e scritto solamente per lucrare sulla tragedia creando “shock value”. In tal caso la decisione della casa editrice di fare marcia indietro potrebbe essere comprensibile.
Edit: il titolo del libro di Carrère è *L’avversario (L’Adversaire).*
io preferirei che i profitti debbano essere devoluti obbligatoriamente alle vittime
L’articolo lascia un po’ il tempo che trova, per via di un colossale buco: il perché della richiesta di blocco. Viene venduto come una storia di isteria generalizzata e perbenismo fuori controllo, ma da quello che ho capito è stata la ex moglie dell’assassino e madre delle vittime a chiedere che il libro non fosse messo in circolazione, e questo mi sembra cambi parecchio le carte in tavola.
Non lo so… Da un lato sono d’accordo che la cultura debba avere spazi per ricercare e sperimentare. Dall’altro, capisco le ragioni della donna, che ha dovuto affrontare quella che sono sicuro essere stata un’esperienza infernale per trovarcisi ricatapultata senza aver voce in capitolo… Non so se al posto suo avrei reagito diversamente.
Più sul pratico, mi sembra di aver capito che il giudice ha respinto la richiesta di bloccarne la pubblicazione (è stata la casa editrice a muoversi per evitare polemiche?) perché senza il libro in mano non è possibile esprimersi sulla violazione dei diritti di privacy e d’onore delle vittime, e mi sembra tutto sommato una risposta condivisibile. Sulla seconda accusa, che l’assassino abbia violato i termini della sentenza parlando alla stampa, non saprei esprimermi.
Detto ciò, sarò vecchio e cinico, ma questa operazione mi puzza, se non di tentativo di fare scandalo, almeno di superficialità dell’autore. Non capisco perché, se proprio vuoi esplorare questo tema tramite la fiction (decisione più che legittima e interessante), concentrarsi su un caso specifico (tanto eclatante da avere addirittura una pagina Wiki in inglese) senza un tentativo minimo di dissimulazione, cambiando magari dettagli e nomi (cosa che non mi sembra sia stata fatta, correggetemi se sbaglio) o incrociando più storie simili o perlomeno voci diverse dal solo assassino. Avrei capito si fosse trattato di uno studio o un saggio sulla violenza, per esempio, (anche lì, censurare i nomi in situazioni sensibili è abbastanza comune), ma per un romanzo mi sembra inutilmente crudele.
Beh dipende se è scritto in forma di manuale.
(Il problema comunque non è chi lo scrive, ma chi lo compra).
Non lo so, ma se si parla di privacy e diritto all’oblio per le cose più banali e inoffensive mi sembra che qui la moglie abbia delle ottime ragioni
Per curiosità, qual è la differenza con le serie ***true crime?***
A parte che, come gia tanti altri hanno notato, il titolo è fuorviante in quanto è una persona terza a raccontare la storia, volevo dire la mia sugli assassini che si raccontano nei romanzi (giusto per un sano confronto di opinioni).
La storia di issei sagawa spiega il motivo per cui sostengo che ai criminali condannati di crimini violenti, come l’omicidio, non debba essere concessa la piena libertà di parola.
Issei era un uomo giapponese che nel 1981, durante un periodo di studio che stava trascorrendo in francia, uccise una ragazza. Lui le sparò per poi stuprarne il cadavere ed inseguito mutilarla e consumarla.
Egli venne giudicato incapace di intendere e volere e trascorse qualche anno in un ospedale psichiatrico francese prima di essere trasferito in Giappone ed in seguito liberato (passarono solo 6 anni dall omicidio alla sia liberazione).
Una volta fuori Issei godeva già di una grossa fama a causa dell’enorme attenzione mediatica che il caso aveva ottenuto. Lui decise quindi di scrivere svariati libri sull’evento, molti dei quali divenuti best seller.
Nei suoi lavori raccontava nel dettaglio ogni singolo evento del delitto. Descriveva i suoi pensieri, i suoi desideri, la voglia di consumare carne umana. Incluse inoltre descrizioni precisissime dell’omicidio, dello stupro del cadavere ed inoltre dei passaggi che aveva seguito per macellare e consumare la ragazza. Tutte queste descrizioni erano accompagnate da rivoltanti disegni in cui raffigurava il dismembramento del cadavere e le ricette che preparava.
A seguito della pubblicazione divenne più famoso di quanto già non fosse ed i libri gli fruttarono molto, permettendogli di incasare molto denaro.
La ragazza ed il suo omicidio sono diventati un mezzo economico per garantire ricchezza al suo assassino.
Per questo sono convinto, che un criminale non sia libero di parlare dei suoi crimini, non puoi sfruttare la sofferenza altrui che tu stesso hai causato per fini egoistici.
Chiarisco un ultima cosa, se Issei avesse pubblicato un libro di arte, narrativa, politica… non avrei avuto nulla da ridire. È il racconto del delitto e lo sfruttamento dello stesso a costituire un problema.
30 comments
Di pancia far pubblicare un libro simile mi sembrerebbe una cattiva idea, soprattutto perché ci potrebbe fare i soldi e poi perché concede spazio, poi pensandoci di più, alla fine lasciagli spiegare mi sembra accettabile.
Difficilissimo.
Ovviamente censura, quale sarebbe l’elucubrazione logica per chiamarla giustizia?
Dipende. Nel libro si giustifica o si condanna e racconta la sua esperienza in modo da comprenderla e prevenire altri casi come il suo?
Censura
Giustizia, ed è strano che si sia persino posto questo buffo quesito.
Si può raccontare la vicenda di cronaca, il percorso giudiziario e anche l’indagine psicologica dell’assassino, ma senza metterlo al centro della scena, ergendolo a protagonista nonché narratore (per definizione inattendibile) del suo stesso delitto.
Gli assassini hanno sempre un certo fascino su una parte fragile del pubblico, l’ultima cosa di cui c’è bisogno è una glorificazione più o meno diretta di uno schifoso infanticida.
Ed è ancora più disgustoso che casa editrice e autore cerchino di far passare una bieca operazione commerciale come un coraggioso gesto di libertà.
[deleted]
Sto titolo è ottimo clickbait visto che dall’articolo si capisce che il libro non è l’uomo infanticida a raccontare se stesso ma un autore a raccontare lui.
Le case editrici fanno scelte editoriali ogni giorno, non si può parlare di censura in questo caso, non c’è mica una legge che sta ostacolando la sua libertà d’espressione. Arriverà la casa editrice senza scrupoli che gli permetterà di vendere se le prospettive di guadagno sono buone.
Dando il beneficio del dubbio all’imprescindibile, almeno in questo caso, opera di filtraggio dell’autore e dell’editore, mi verrebbe da dire censura. Sarebbe bello avere anche qualche segno di pentimento concreto che so, i ricavi dati in beneficenza per vittime di violenza…
Se deve essere un palcoscenico per un assassino a sangue freddo privo di qualsivoglia pentimento e dove autore e casa editrice si limitano a lucrare, allora può anche rimanere non pubblicato. Personalmente non lo leggerei.
La domanda non ha senso. Impedire come?
La censura è quella che fa lo stato. Vietare a chiunque di pubblicare qualcosa. Non mi risulta sia capitato, e sarebbe una falla piuttosto enorme nella democrazia di un paese. Non so nemmeno che leggi potrebbero essere invocate per vietare di scrivere un libro che contiene un’intervista.
Se una casa editrice non vuole pubblicare qualcosa, cosa c’entra la censura? Devono pubblicare tutto quello che viene proposto??
Questa è censura, ed il titolo a mio avviso è anche errato. Mi sembra, dallo stesso articolo, che non si voglia raccontare (e giustificare) l’infanticida, ma raccontare il marcio che c’è nel profondo, portandolo a galla.
sono molto diviso su questa domanda
da una parte capisco chi dice che non è bene permettere ad un assassino di ergersi a protagonista forse eroe giocando sulle parti deboli della società e di guadagnarci sopra, dico guadagnarci perchè penso gli paghino i diritti per sta roba
dall’altra però non mi piace che chiunque possa decidere cosa è bene pubblicare e cosa no anche se non è lo stato stesso a farlo perchè se devo scegliere tra due mali scelgo il minore e secondo me che venga pubblicato un libro del genere è meno peggio che permettere a chi sta in alto di decidere cosa pubblicare e cosa no
è un gioco pericoloso
Il caso OJ Simpson ha avuto una svolta simile: andate a cercarvi la storia del libro (if) I did It, è molto interessante.
Se scritto per lucrarci, ovvero che l’assassino sarebbe il principale beneficiario delle vendite del libro, allora no, non credo la pubblicazione debba essere sempre lecita.
(Immaginiamo le povere famiglie delle vittime dover rivivere certi tormenti, la pressione mediatica e tutto questo mentre il loro aguzzino si conta i soldi dei diritti d’autore…)
Censura.
Ma non so se sia corretto o legale che tragga profitto dal suo delitto.
Nessuno impedisce all’autore, che non è l’infanticida, di pubblicare lo stesso libro su piattaforme di self-publishing o rilasciarlo in CC, la corte di appello ha già confermato la possibilità di pubblicazione, al massimo si tratta di autocensura da parte della casa editrice
A me questo tipo di contenuti sembrano interessantissimi, ovvio che voglio vedere cosa c’è nella testa di un criminale, ovvio che voglio il distillato della sua esperienza per poterlo analizzare.
Detto ciò, se su un libro del genere ci sono scritte cose del tipo “non è colpa sua” o “ha fatto bene”, se hai più di 5 anni e un set di valori morali solido lo bolli subito come una sciocchezza e passi oltre, censurare queste cose significa pensare che i lettori siano troppo scemi per farsi un’idea e poveretti bisogna selezionare prima cosa li potrebbe turbare o no
sempre contrario ad ogni forma di censura ma cercare di speculare su crimini atroci è davvero da miserabili… un pò come quel podcast in bianco e nero dove hanno intervistato una delle bestie di satana, cercando in maniera implicita o no di riabilitare la figura di un serial killer che dovrebbe stare internato in un buco 3×3 fino all’ultimo attimo della sua inutile vita
La risposta non è così semplice né immediata.
Dal punto di vista filosofico, sicuramente tutti hanno la libertà di esprimere il proprio pensiero.
Dal punto di vista etico, è giusto che chi si è macchiato di un crimine orrendo abbia la possibilità, con le ferite causate ancora aperte, di raccontare il crimine stesso e, inoltre, guadagnarci sopra?
Forse certe operazioni dovrebbero essere fatte per crimini più lontani nel tempo, quando le ferite si sono cicatrizzate.
Non dico che dovrebbe esserci la *damnatio memoriae* per certi criminali, ma, sicuramente, dovrebbe essere presa in adeguata considerazione la posizione e la sensibilità di chi ha subito il crimine.
L’equilibrio è difficile da trovare. Probabilmente, personalmente, da scrittore o editore avrei evitato una operazione del genere. Ma *pecunia non olet* e non tutti hanno la stessa sensibilità: *unicuique suum*.
Povera madre, comunque.
Censura. Vendono il Mein Kmpf, è pieno di libri che incitano all’odio ma vendono tanto, ma censurano un libro true crime semi-sconosciuto.
Censura ovviamente.
In Europa( almeno quelli della Ue non so come sono messi gli altri), la prigione non ha funzione punitiva ma quella di cercare di redimere se possibile il condannato, scrivere un libro mi sembra un buon modo per farlo, sopratutto se grazie a questo libro ci viene permesso di capire meglio come ragionano, potrebbe tornare anche utile per prevenire almeno in parte eventuali future oscenità.
In più ditemi se sbaglio ma il profitto eventualmente guadagnato da questo libro non andrebbe al condannato giusto?
non vedo l’interesse nel leggere un’opera del genere,ma sarebbe comunque censura negarlo
Allora secondo me é giustizia se poi nel libro compaiono cose non appropriate allora in quel caso é censura
Nessuna delle due, se è una legittima scelta dell’editore
Censura (o autocensura della casa editrice). Emmanuel Carrère ad esempio ha scritto un libro sulla storia (pazzesca) di [Jean-Claude Romand](https://it.wikipedia.org/wiki/Jean-Claude_Romand), tra l’altro in gran parte basato su interviste fatte dall’autore allo stesso Romand in cui quest’ultimo, appunto, si racconta. È un libro bellissimo che apre uno spiraglio su di un caso che inevitabilmente fa pensare “com’è possibile che una storia del genere sia successa? Cosa accadeva nella mente di quest’uomo?”. La letteratura serve anche a questo.
Detto questo, c’è sempre la possibilità che il libro di cui si parla qui, a differenza di quello di Carrère, fosse di bassa qualità e scritto solamente per lucrare sulla tragedia creando “shock value”. In tal caso la decisione della casa editrice di fare marcia indietro potrebbe essere comprensibile.
Edit: il titolo del libro di Carrère è *L’avversario (L’Adversaire).*
io preferirei che i profitti debbano essere devoluti obbligatoriamente alle vittime
L’articolo lascia un po’ il tempo che trova, per via di un colossale buco: il perché della richiesta di blocco. Viene venduto come una storia di isteria generalizzata e perbenismo fuori controllo, ma da quello che ho capito è stata la ex moglie dell’assassino e madre delle vittime a chiedere che il libro non fosse messo in circolazione, e questo mi sembra cambi parecchio le carte in tavola.
Non lo so… Da un lato sono d’accordo che la cultura debba avere spazi per ricercare e sperimentare. Dall’altro, capisco le ragioni della donna, che ha dovuto affrontare quella che sono sicuro essere stata un’esperienza infernale per trovarcisi ricatapultata senza aver voce in capitolo… Non so se al posto suo avrei reagito diversamente.
Più sul pratico, mi sembra di aver capito che il giudice ha respinto la richiesta di bloccarne la pubblicazione (è stata la casa editrice a muoversi per evitare polemiche?) perché senza il libro in mano non è possibile esprimersi sulla violazione dei diritti di privacy e d’onore delle vittime, e mi sembra tutto sommato una risposta condivisibile. Sulla seconda accusa, che l’assassino abbia violato i termini della sentenza parlando alla stampa, non saprei esprimermi.
Detto ciò, sarò vecchio e cinico, ma questa operazione mi puzza, se non di tentativo di fare scandalo, almeno di superficialità dell’autore. Non capisco perché, se proprio vuoi esplorare questo tema tramite la fiction (decisione più che legittima e interessante), concentrarsi su un caso specifico (tanto eclatante da avere addirittura una pagina Wiki in inglese) senza un tentativo minimo di dissimulazione, cambiando magari dettagli e nomi (cosa che non mi sembra sia stata fatta, correggetemi se sbaglio) o incrociando più storie simili o perlomeno voci diverse dal solo assassino. Avrei capito si fosse trattato di uno studio o un saggio sulla violenza, per esempio, (anche lì, censurare i nomi in situazioni sensibili è abbastanza comune), ma per un romanzo mi sembra inutilmente crudele.
Beh dipende se è scritto in forma di manuale.
(Il problema comunque non è chi lo scrive, ma chi lo compra).
Non lo so, ma se si parla di privacy e diritto all’oblio per le cose più banali e inoffensive mi sembra che qui la moglie abbia delle ottime ragioni
Per curiosità, qual è la differenza con le serie ***true crime?***
A parte che, come gia tanti altri hanno notato, il titolo è fuorviante in quanto è una persona terza a raccontare la storia, volevo dire la mia sugli assassini che si raccontano nei romanzi (giusto per un sano confronto di opinioni).
La storia di issei sagawa spiega il motivo per cui sostengo che ai criminali condannati di crimini violenti, come l’omicidio, non debba essere concessa la piena libertà di parola.
Issei era un uomo giapponese che nel 1981, durante un periodo di studio che stava trascorrendo in francia, uccise una ragazza. Lui le sparò per poi stuprarne il cadavere ed inseguito mutilarla e consumarla.
Egli venne giudicato incapace di intendere e volere e trascorse qualche anno in un ospedale psichiatrico francese prima di essere trasferito in Giappone ed in seguito liberato (passarono solo 6 anni dall omicidio alla sia liberazione).
Una volta fuori Issei godeva già di una grossa fama a causa dell’enorme attenzione mediatica che il caso aveva ottenuto. Lui decise quindi di scrivere svariati libri sull’evento, molti dei quali divenuti best seller.
Nei suoi lavori raccontava nel dettaglio ogni singolo evento del delitto. Descriveva i suoi pensieri, i suoi desideri, la voglia di consumare carne umana. Incluse inoltre descrizioni precisissime dell’omicidio, dello stupro del cadavere ed inoltre dei passaggi che aveva seguito per macellare e consumare la ragazza. Tutte queste descrizioni erano accompagnate da rivoltanti disegni in cui raffigurava il dismembramento del cadavere e le ricette che preparava.
A seguito della pubblicazione divenne più famoso di quanto già non fosse ed i libri gli fruttarono molto, permettendogli di incasare molto denaro.
La ragazza ed il suo omicidio sono diventati un mezzo economico per garantire ricchezza al suo assassino.
Per questo sono convinto, che un criminale non sia libero di parlare dei suoi crimini, non puoi sfruttare la sofferenza altrui che tu stesso hai causato per fini egoistici.
Chiarisco un ultima cosa, se Issei avesse pubblicato un libro di arte, narrativa, politica… non avrei avuto nulla da ridire. È il racconto del delitto e lo sfruttamento dello stesso a costituire un problema.
Comments are closed.