«La violenza cresce nelle società più avanzate, non in quelle arretrate. E l’Italia è meno violenta della Svezia». Luca Ricolfi, sociologo e presidente della Fondazione Hume, analizza con sguardo lucido e controcorrente le dinamiche sociali che scuotono le democrazie occidentali: negli Stati Uniti gli omicidi sono tornati ai livelli degli anni ’90, in Europa esplodono le tensioni nelle periferie, in Italia si moltiplicano gli episodi di violenza politica. Con una differenza fondamentale tra destra e sinistra in quanto a libertà di espressione e rispetto per l’altro: «La differenza fondamentale è che chi è di destra di norma non pensa di essere portatore di valori universali e non negoziabili, mentre chi è di sinistra pensa che le proprie credenze siano eticamente superiori, talora al punto da ritenere che sia legittimo – per non dire doveroso – imporle agli altri». E ancora, sostiene Ricolfi: «Dopo la crisi dei migranti del 2019, si è affermata, a sinistra, la dicotomia “uomini e no”, dove la patente di umanità è riservata ai progressisti e quella di disumanità viene appioppata a chiunque la pensi diversamente, specie in materia di immigrazione e sicurezza».

Domanda. Professore, è sempre più frequente il dibattito sulle ragioni del crescente tasso di violenza nella società americana. Il presidente Trump ricorre alle truppe federali per combattere l’aumento del crimine nella capitale, Washington, ma non solo. La prima potenza al mondo è una nazione violenta?

Risposta. Sì, e non da oggi. Negli ultimi decenni il tasso di omicidio in America è sempre stato molto alto, superato solo – in certi anni – da quello delle tre repubbliche baltiche. Nel 2023, l’anno più recente per cui si hanno dati, è risultato maggiore che nel pre-covid, oltreché il più alto delle società avanzate. Per avere tassi comparabili a quelli di oggi occorre risalire ai primi anni ’90, un periodo in cui il tasso di omicidio aveva toccato un picco in quasi tutti i paesi occidentali.

D. In Usa è sotto attacco anche la libertà di espressione, da ultimo l’uccisione dell’attivista repubblicano Charlie Kirk ha riacceso in dibattito sul diverso metro utilizzato da destra e sinistra, discorso che è di attualità anche in Italia.

R. La situazione negli Stati Uniti, però, è rovesciata rispetto a quella italiana. Lì la violenza politica normalmente viene soprattutto da destra e dal fondamentalismo religioso, sia islamico sia cristiano, quest’ultimo particolarmente ostile all’aborto. In Italia, invece, l’uso della violenza nelle piazze e negli appuntamenti culturali viene quasi sempre da sinistra, anche se con le motivazioni più disparate: lotta alle grandi opere, come la Tav in Val di Susa, antifascismo, antisionismo, opposizione al governo di destra, contestazione dei movimenti pro-vita. C’è una differenza fondamentale fra destra e sinistra, però.

D. Quale?

R. La differenza fondamentale è che chi è di destra di norma non pensa di essere portatore di valori universali e non negoziabili, con l’importante ma circoscritta eccezione dell’estremismo anti-abortista, mentre chi è di sinistra pensa che le proprie credenze siano eticamente superiori, talora al punto da ritenere che sia legittimo – per non dire doveroso – imporle agli altri.

Non a caso, dopo la crisi dei migranti del 2019, si è affermata, a sinistra, la dicotomia “uomini e no” -ricorda la famosa copertina dell’Espresso, con Salvini e Soumahoro?-, dove la patente di umanità è riservata ai progressisti, e quella di disumanità viene appioppata a chiunque la pensi diversamente, specie in materia di immigrazione e sicurezza.

D. Scene di guerriglia urbana sono sempre più diffuse anche in Francia e Germania, in particolare nei quartieri periferici a più alto tasso di immigrazione. Vi è una relazione tra violenza e immigrazione clandestina?

R. Direi che le relazioni sono due, in realtà. L’immigrazione è connessa alla violenza, specie urbana, sia nel senso che una quota sproporzionata di delitti sono commessi da immigrati, sia nel senso che l’immigrazione incontrollata fa crescere l’ostilità dei nativi, specie là dove l’arrivo di stranieri altera costumi e abitudini, modifica il territorio, riduce la libertà di movimento. L’ostilità verso gli immigrati spesso viene da chi, nella propria città o nel proprio quartiere, non si sente più a casa propria.

D. Ma la violenza non è un connotato delle società poco evolute?

R. È un discorso sociologicamente complicato, perché sono all’opera due meccanismi intrecciati, e che lavorano in direzioni opposte. Tendenzialmente, con l’aumento del reddito pro capite la violenza – misurata da omicidi e femminicidi – diminuisce. Ma a parità di benessere, le società più violente sono quelle più civilizzate e paritarie, non quelle più arretrate: il tasso di omicidio dell’Italia è la metà di quello svedese. Si chiama “paradosso nordico”, e nessuno finora ne ha fornito una spiegazione convincente.

D. Alla base della violenza vi è la mancanza di rispetto della persona, prima ancora che delle regole. Vi è una diffusa incapacità di relazionarsi con l’altro secondo lei?

R. Sì, c’è anche questo. Tuttavia non credo che, con le attuali conoscenze delle scienze psicologiche e sociali, si possa isolare un fattore di violenza preponderante. Soprattutto, non ritengo che le determinanti degli omicidi, compresi i femminicidi, siano simili a quelle degli stupri. Per quel che mi è dato capire, segnalerei soprattutto tre fattori scatenanti: il deficit di autostima, enormemente cresciuto con i social; la scomparsa della “funzione paterna”, nella scuola e nella famiglia; la quasi totale rinuncia da parte delle istituzioni alla risorsa della “incapacitazione”, come si constata dalla frequenza e impunità delle recidive.

D. E l’Italia?

R. L’Italia ha un tasso di omicidio (e di femminicidio) contenuto, per fortuna. Le vere anomalie a me paiono le violenze di matrice politica, e gli episodi di prepotenza e sopraffazione: stupri, scontri di piazza, occupazione di alloggi, attacchi alla proprietà privata, intimidazione degli operatori culturali sgraditi.

D. Lo sciopero pro Gaza ha restituito scene di violenza ad opera di chi invocava la pace mentre metteva a ferro e fuoco stazioni ferroviarie e negozi. È un ritorno agli anni ’70?

R. Penso di no. Dietro al terrorismo, sia rosso sia nero, c’era un pensiero. Certo, un pensiero inaccettabile, anti-democratico, talora delirante, ma comunque un pensiero, con le sue argomentazioni, i suoi adepti, i suoi maestri. Oggi la teppaglia che spacca le vetrine, anche quando è aizzata da gruppi anarchici e centro sociali, non esprime alcun pensiero. Con due conseguenze di segno opposto: la tendenza a spegnersi, non appena i media cambieranno argomento; ma anche la tendenza a risorgere, non appena una nuova campagna di opinione tornerà a scaldare gli animi.