di Giorgio Raimondi –
L’Italia ritrova un credito che mancava da più di due decenni. L’upgrade del rating sovrano rappresenta un evento che va oltre la dimensione finanziaria: è un gesto politico internazionale, il riconoscimento che il Paese ha invertito una tendenza storica, rafforzando non solo i propri fondamentali economici, ma anche la sua collocazione geopolitica nei tavoli dove si decide la stabilità europea.
Il miglioramento del merito di credito arriva al termine di vent’anni complessi, segnati da crisi globali e trasformazioni profonde, e suggella un percorso di riconquista di credibilità che ha visto l’Italia tornare protagonista nel dibattito europeo sulla governance fiscale, nella sicurezza energetica e nel Mediterraneo allargato. L’upgrade, insomma, non è un punto di arrivo, ma l’indicazione che la direzione imboccata è quella giusta.
Vent’anni in tre cicli: la risalita lenta e costante.
Per comprendere il valore dell’upgrade è necessario ripercorrere le tappe che lo hanno reso possibile, osservando l’evoluzione italiana lungo cicli di 3–5 anni che hanno segnato gli ultimi due decenni.
Il periodo 2005–2010 fu caratterizzato da una crescita già debole prima della crisi globale del 2008, che travolse un Paese privo di slancio e con un debito pubblico elevato, ma ancora gestibile. Il rating rimase sotto pressione perché il sistema produttivo faticava ad adattarsi alla competizione globale e le istituzioni non riuscivano a imprimere un ritmo riformatore. La posizione geopolitica dell’Italia rispecchiava questa vulnerabilità: Roma era poco centrale nei negoziati europei più delicati e si muoveva in un contesto dominato dalla coppia franco-tedesca.
Tra il 2011 e il 2016, con la crisi del debito sovrano, l’Italia entrò nella fase più difficile della sua storia recente. Lo spread schizzò, l’incertezza politica si accentuò e l’architettura dell’eurozona mostrò tutti i suoi limiti. Pur avviando riforme strutturali di rilievo, dalle pensioni alle regole di bilancio, il Paese venne percepito come un anello debole. Anche sul piano geopolitico la crisi costrinse Roma a concentrarsi quasi esclusivamente sulla stabilità interna, limitando le proprie ambizioni nel Mediterraneo e nei dossier comunitari.
Nel quinquennio successivo, dal 2017 al 2020, il quadro migliorò gradualmente: l’export tornò a crescere, il sistema bancario ridusse significativamente le sofferenze e l’Italia riconquistò un avanzo primario, seppur modesto. Tuttavia, la crescita rimase insufficiente e l’incertezza politica non aiutò a rafforzare il profilo sovrano. Parallelamente, si tentò un ritorno di assertività geopolitica nell’area mediterranea, ma senza una base economica abbastanza stabile per sostenerne la continuità.
La pandemia del 2020 segnò un nuovo shock, ma a differenza delle crisi precedenti rappresentò anche un’occasione di rilancio. Il PNRR e la cornice europea del NextGenerationEU resero possibile un percorso di modernizzazione amministrativa, digitale e infrastrutturale che incise sui fondamentali economici del Paese. Dal 2020 al 2024, l’Italia vide stabilizzarsi la crescita, rientrare l’inflazione e aumentare la propria capacità amministrativa grazie alle riforme collegate al piano europeo. Sul piano geopolitico, Roma emerse come attore centrale nella riorganizzazione energetica europea, nei rapporti con il Nord Africa e nei negoziati sulla nuova governance fiscale.
Questo lungo ciclo di stabilizzazione è culminato nel 2025 con l’upgrade: un segnale che sintetizza vent’anni di transizioni difficili, ma anche un passaggio che apre una nuova fase per la credibilità del Paese.
I fondamentali che hanno convinto le agenzie: una cornice macroeconomica più solida.
La decisione di migliorare il rating nasce da una combinazione di indicatori macroeconomici che testimoniano una resilienza crescente. Il PIL pro capite a parità di potere d’acquisto ha raggiunto i 61.254 dollari nel 2024, confermando la solidità strutturale del reddito medio italiano e la capacità del Paese di mantenere un’ampia base produttiva diversificata.
La crescita reale, pur limitata allo 0,7% nel 2024, si colloca in uno scenario internazionale caratterizzato da rallentamenti diffusi e da un’erosione della produttività in molte economie avanzate. Ciò che interessa alle agenzie è la stabilità del trend e il potenziale legato alle riforme. L’inflazione, scesa al 1,1% nello stesso anno, segnala il recupero del controllo sui prezzi dopo lo shock energetico del 2022 e contribuisce a garantire un contesto prevedibile per imprese e famiglie.
Il deficit pubblico, pari al 3,4% del PIL, si situa in un’area di gestione responsabile, coerente con la prospettiva di futuri avanzi primari. La posizione esterna positiva, con un saldo delle partite correnti dell’1,1% del PIL, riflette la competitività dell’export e la capacità del Paese di finanziare il proprio debito attraverso risparmio interno ed entrate in valuta. Il debito estero, pur elevato al 120,5% del PIL, è stabile e sostenuto dalla robusta base finanziaria domestica.
Infine, un elemento spesso sottovalutato ma determinante: l’Italia non registra eventi di default dal 1983. Una continuità di oltre quarant’anni che rafforza l’affidabilità sistemica del Paese.
Debito pubblico: il nodo centrale e la traiettoria che cambia.
Il cuore della valutazione resta la sostenibilità del debito, che rappresenta da sempre la principale criticità italiana. Le stime per il 2025 collocano il debito al 136,5% del PIL, con una traiettoria discendente che dovrebbe riportarlo appena sopra il 130% entro il 2034.
Ciò che le agenzie apprezzano non è il livello assoluto, ancora molto elevato, ma il fatto che la dinamica sia finalmente orientata al calo grazie all’aumento previsto degli avanzi primari e a una maggiore efficienza della spesa pubblica. La pressione dei tassi d’interesse resta un tema sensibile: il rialzo degli ultimi anni incide sul costo di rifinanziamento e richiede una gestione attenta delle scadenze. Tuttavia, la combinazione tra risparmio interno, scadenze lunghe e una base di investitori diversificata riduce i rischi di instabilità.
Le prospettive future e la dimensione geopolitica dell’outlook..
L’outlook stabile riflette un equilibrio tra opportunità e rischi. Le possibilità di un ulteriore miglioramento del rating dipendono soprattutto dalla continuità del consolidamento fiscale e dall’avanzamento delle riforme che legano efficienza amministrativa, mercato del lavoro e innovazione. Un contesto di maggiore prevedibilità potrebbe attrarre ulteriori investimenti privati, rafforzando sia la crescita sia il peso dell’Italia nelle catene del valore europee.
Sul versante esterno, un’Italia fiscalmente più solida acquisisce margine negoziale nei principali dossier comunitari: dalla riforma del Patto di Stabilità alla politica industriale, fino ai progetti di difesa comune. Nel Mediterraneo allargato, dove si gioca una parte crescente della sicurezza europea, cioè energetica, migratoria e commerciale, una base macroeconomica stabile consente una politica estera più incisiva.
I rischi non scompaiono. Eventuali delusioni sulla crescita frenerebbero la riduzione del debito; una perdita di slancio riformatore dopo la conclusione del PNRR potrebbe rallentare la modernizzazione della macchina pubblica; shock geopolitici, come un’escalation del conflitto in Ucraina o nuove instabilità nel Medio Oriente, influenzerebbero direttamente la percezione di rischio del Paese. L’interconnessione tra politica estera, economia e rating è ormai evidente: un’Italia esposta ai principali teatri di crisi deve essere anche un’Italia strutturalmente resiliente.
ESG, governance e demografia: un equilibrio ancora delicato.
Il punteggio ESG attribuito all’Italia, classificato come CIS-3, indica che questi fattori al momento hanno un impatto limitato sul rating, ma potrebbero acquisire peso in futuro. La governance, considerata solida e in miglioramento, rappresenta un punto di forza, mentre la demografia rimane la sfida più seria. L’invecchiamento della popolazione, infatti, incide sia sulla sostenibilità del debito di lungo periodo sia sulla competitività economica, e introduce variabili che toccano direttamente la politica estera: dalle strategie migratorie alla capacità di attrarre forza lavoro qualificata e investimenti internazionali.
Conclusione: un upgrade che segna una nuova fase per l’Italia.
L’upgrade del rating non è un episodio isolato. È il segnale che l’Italia ha avviato un ciclo nuovo, fondato su una maggiore stabilità economica, una gestione più accorta della spesa e un rinnovato dinamismo istituzionale. Il rafforzamento dei fondamentali non migliora solo la percezione dei mercati, ma cambia anche la postura geopolitica del Paese, che ritrova spazio nei tavoli decisionali europei e una voce più forte nel Mediterraneo e nella NATO.
Per consolidare questo percorso sarà necessario mantenere disciplina fiscale, continuare a investire in innovazione, rafforzare l’esecuzione delle riforme e trasformare la credibilità riconquistata in capacità di influenzare la politica europea in un momento in cui l’Unione sta ripensando la propria architettura economica, industriale e di sicurezza.
L’Italia, oggi, appare più solida, più ascoltata e più centrale. L’upgrade lo conferma: la strada è giusta, ma va percorsa con determinazione e continuità.
Fonti:
Moody’s Investors Service – Rating Action Italia
OECD Economic Outlook
IMF World Economic Outlook
European Commission – Country Reports
Banca d’Italia – Relazioni annuali