Centoventidue rifugiati sono arrivati ieri all’aeroporto di Fiumicino attraverso un corridoio umanitario organizzato dall’Unhcr, l’ Agenzia Onu per i Rifugiati. Ad attenderli, una folla di volontari. L’atmosfera era quella di una festa, in cui ogni invitato è il benvenuto, atteso e desiderato, tra musica, fiori e regali. I profughi, partiti da Tripoli, provengono prevalentemente da Sudan, Sud Sudan ed Eritrea. Sono arrivati in Italia per fuggire a conflitti e violenze. Ci sono tanti minori, persone in gravi condizioni di salute, e spesso anche donne vittime di tratta. La comunità di Sant’Egidio si farà carico di 53 rifugiati, altri 39 saranno gestiti dal Sistema Accoglienza e Integrazione, e 30 dall’Arci.

Il protocollo che ha permesso a queste famiglie e a tanti giovani di arrivare in Italia è stato siglato nel dicembre 2023 tra ministero dell’Interno, ministero degli Esteri, Unhcr, Arci e Comunità di Sant’Egidio. Ad accogliere i nuovi arrivati c’era Marco Impagliazzo, presidente della Comunità di Sant’Egidio: «Da oggi comincia una nuova vita per voi, ma non sarete soli, saremo al vostro fianco finché non troverete la vostra strada», ha detto, rivolgendosi ai rifugiati. «Vi chiedo due cose, di imparare quanto prima l’italiano, e di vivere nel rispetto della legge. L’Italia è un paese accogliente, vi troverete bene».
Valentina Itri, coordinatrice dell’ufficio Immigrazione dell’ Arci, ha dedicato un pensiero «a tutti quelli che abbiamo lasciato indietro» e incalzato sulla brutalità quotidiana delle morti nel Mediterraneo, evitabili se il sistema di accoglienza fosse più efficiente: «Non è giusto rischiare la vita migrando. Oggi siamo orgogliosi di avervi qua, di avere un corridoio per raggiungere un luogo sicuro, in modo sicuro. Dovrebbe essere sempre così». Posizione ripresa e condivisa anche da Filippo Ungaro dell’ Unhcr: «Dal 2017, l’Italia ha accolto 2.048 rifugiati e richiedenti asilo dalla Libia attraverso i programmi di evacuazione dell’Unhcr. A livello globale solo l’8% dei migranti riesce ad accedere a programmi di trasferimenti sicuri».

Tra il pranzo e l’attesa del proprio turno per compilare i documenti, un ragazzo appena 18enne racconta la propria esperienza: «La mia famiglia ed io veniamo dal Sud Sudan. Siamo scappati per via della guerra. Abbiamo fatto un viaggio lunghissimo per arrivare in Libia, abbiamo anche camminato per settimane nella foresta. Quando siamo arrivati in Libia siamo stati in carcere per tre settimane, sia mia madre che io, anche se ero piccolo. Ci hanno salvati le Nazioni Unite. Ora speriamo davvero in una vita migliore. Voglio andare a scuola, anche le mie sorelline non vedono l’ora. Voglio andare al liceo e dopo sogno di diventare un ingegnere civile».
Qualche posto più in là, una donna spinge una bambina su una sedia a rotelle mentre tiene un neonato in braccio. Sono vestite a festa, come se questo viaggio fosse un evento a cui non ci si può presentare scomposte. «Veniamo dal Sudan, abbiamo fatto un lungo viaggio per arrivare in Libia, siamo stati lì due anni, era un incubo. Una delle mie figlie è malata». Una delle sue bimbe gioca con un palloncino. «Sono così felice, ho pianto tanto quando ho saputo che saremo venute in Italia. Le mie bambine sono così belle, voglio che corrano, che vadano a scuola, che mia figlia possa essere curata e stare finalmente bene».