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Il teatrino della legge di Bilancio 2026, che ha messo sotto pressione il governo di Giorgia Meloni, sembra essersi dimenticato di una parte della realtà. Ce la riproporrà tra qualche settimana l’Istat, quando pubblicherà il bollettino annuale sul numero di bambini nati in Italia nel 2025. L’antipasto, anticipato con le nascite da gennaio a luglio, è già indigesto: meno 13mila neonati, rispetto allo stesso periodo del 2024. Un anno che, dal punto di vista demografico, era già stato catastrofico con appena 369mila bambini nati. Cioè un ulteriore meno 2,6 per cento rispetto all’anno precedente. Erano 393mila i bambini nati nel 2022, 405mila nel 2020, 486mila nel 2015, prima volta sotto il mezzo milione.
Il futuro crollo del prodotto interno lordo
Di catastrofe aveva parlato il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, poco dopo la sua nomina prevedendo che, senza correzioni, questa crisi demografica porterà l’Italia a perdere il 18 per cento del prodotto interno lordo entro il 2042. La scadenza non è poi così lontana: se già oggi tutti gli italiani e le italiane in età fertile concepissero un figlio, in modo da ribaltare il futuro, nel 2042 i nuovi nati avrebbero soltanto 16 anni. E proprio per questa ragione, a meno di non voler riaprire il mercato al lavoro minorile, siamo già in drammatico ritardo. Sempre che si voglia davvero difendere il nostro Pil e la posizione dell’Italia tra i Paesi più industrializzati al mondo.
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Detto brutalmente a spanne significa, per ogni cento euro di ricchezza prodotta oggi, perdere 18 euro. Da qui in avanti, secondo più studi statistici, la denatalità potrebbe infatti portare a una riduzione di un punto percentuale di Pil all’anno. Possiamo sperare nell’intelligenza artificiale, nella robotica per sostituire parte del fattore umano nell’industria e nel terziario. Ma i robot non consumano; non spendono in cultura, sport e turismo; non versano contributi al sistema pensionistico e sanitario. In altre parole le macchine, anche se artificialmente intelligenti, non vivono. E un Paese senza vita, è morto: non attrae investimenti, non genera idee, non alimenta il suo futuro. Invecchia. E invecchiando, perde lucidità, litiga sugli spiccioli. Magari guarda alla prossima scadenza elettorale. E non alla caduta libera, verso la quale stiamo allegramente correndo.
Il paradosso: cresciamo più cani che bambini
Il paradosso è che, nella fascia di età tra 0 e 10 anni, ci sono oggi in Italia soltanto 4 milioni e 700mila bambini. I cani mantenuti dalle famiglie italiane sono il doppio: 9 milioni. I gatti domestici 11,9 milioni. Piccoli mammiferi e rettili: 3,2 milioni. Come riporta Assalco, l’associazione delle imprese per l’alimentazione e la cura degli animali da compagnia. Apriamo giustamente centri commerciali specializzati, per rifornirci di mangimi e lettiere. E chiudiamo negozi di giocattoli, parchi giochi, scuole. Arriverà così il giorno, avanti di questo passo, che toccherà alle imprese.
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