Ci ha lasciati qualche giorno fa, a soli 49 anni, Salvatore Iaconesi: pioniere della new digital art, è morto per un cancro con cui lottava da molti anni e che ha voluto rendere pubblico come strumento di lotta.
Nel 2012, dopo essersi ammalato di cancro al cervello, Iaconesi ha avviato, sempre assieme alla compagna Oriana Persico, il progetto La Cura, da lui stesso descritto come una performance globale per “riappropriarsi del proprio corpo e della propria identità creando una cura partecipativa open source per il cancro”.
In tal caso “cura” sottintende non solo “rimedio” al suo male, ma anche nel significato di “interessamento”.
Si tratta di un interessante caso di “etica hacker”: essendo in possesso della propria cartella clinica digitale (regolarmente ricevuta dalle strutture sanitarie, ma compilata in formato chiuso e proprietario per questioni di privacy e tutela dei dati personali) ha operato in modo da aggirarne i meccanismi di protezione, per poter condividere e rendere disponibili i suoi dati in rete, alla ricerca di una cura efficace.
L’ho conosciuto anni fa e poi ritrovato in diverse occasioni e chiacchierato più volte; mi ha sempre dato l’idea di un visionario eccezionale con i piedi saldamente per terra, una persona buona, e non lo dico perché è mancato, che forse altrove avrebbe avuto possibilità enormemente più grandi. C’è da sperare che il lavoro fatto insieme alla sua compagna, Oriana, vada avanti, magari in altre forme e modi.
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Ci ha lasciati qualche giorno fa, a soli 49 anni, Salvatore Iaconesi: pioniere della new digital art, è morto per un cancro con cui lottava da molti anni e che ha voluto rendere pubblico come strumento di lotta.
Nel 2012, dopo essersi ammalato di cancro al cervello, Iaconesi ha avviato, sempre assieme alla compagna Oriana Persico, il progetto La Cura, da lui stesso descritto come una performance globale per “riappropriarsi del proprio corpo e della propria identità creando una cura partecipativa open source per il cancro”.
In tal caso “cura” sottintende non solo “rimedio” al suo male, ma anche nel significato di “interessamento”.
Si tratta di un interessante caso di “etica hacker”: essendo in possesso della propria cartella clinica digitale (regolarmente ricevuta dalle strutture sanitarie, ma compilata in formato chiuso e proprietario per questioni di privacy e tutela dei dati personali) ha operato in modo da aggirarne i meccanismi di protezione, per poter condividere e rendere disponibili i suoi dati in rete, alla ricerca di una cura efficace.
L’ho conosciuto anni fa e poi ritrovato in diverse occasioni e chiacchierato più volte; mi ha sempre dato l’idea di un visionario eccezionale con i piedi saldamente per terra, una persona buona, e non lo dico perché è mancato, che forse altrove avrebbe avuto possibilità enormemente più grandi. C’è da sperare che il lavoro fatto insieme alla sua compagna, Oriana, vada avanti, magari in altre forme e modi.