Le elezioni per le quali ci apprestiamo a votare il 25 settembre 2022 si svolgeranno, com’è noto, con il cosiddetto *Rosatellum*, ossia l’ultima delle varie leggi elettorali che si sono susseguite nel tempo ([L. 165/2017](https://www.normattiva.it/atto/caricaDettaglioAtto?atto.dataPubblicazioneGazzetta=2017-11-11&atto.codiceRedazionale=17G00175&atto.articolo.numero=0&atto.articolo.sottoArticolo=1&atto.articolo.sottoArticolo1=10&qId=&tabID=0.38018580285004355&title=lbl.dettaglioAtto)).

Ma come funziona?

# Circoscrizioni e collegi

L’elemento più importante da cui partire è probabilmente il *numero* stesso di persone che andremo a eleggere: dopo la riforma costituzionale voluta dal M5s ([L. Cost. 1/2020](https://www.normattiva.it/atto/caricaDettaglioAtto?atto.dataPubblicazioneGazzetta=2020-10-21&atto.codiceRedazionale=20G00151&atto.articolo.numero=0&atto.articolo.sottoArticolo=1&atto.articolo.sottoArticolo1=10&qId=&tabID=0.38018580285004355&title=lbl.dettaglioAtto)), il numero di parlamentari **è stato ridotto a soli 600:** di questi, 400 saranno eletti alla Camera e 200 al Senato.

Partiamo quindi dalla Camera: come vengono elette queste 400 persone? Qui sorge il primo punto fondamentale: il *Rosatellum* è un sistema elettorale misto, ovvero né del tutto maggioritario (chi prende un voto in più degli avversari piglia tutto), né interamente proporzionale (i seggi sono distribuiti fra tutti i partecipanti in proporzione ai voti ottenuti); ciò che avviene è che **solo i 3/8 dei seggi disponibili sono attribuiti con un sistema maggioritario,** mentre i seggi restanti sono assegnati con metodo proporzionale***.***

Andiamo sul concreto: tolti 8 deputati che sono eletti dagli italiani residenti all’estero, restano 392 persone da eleggere.

* Di queste, 147 (ossia i 3/8 di 392) saranno elette con sistema maggioritario in appositi ***collegi uninominali,*** nei quali cioè vari candidati di liste o coalizioni diverse si affrontano personalmente per accaparrarsi anche solo un voto in più degli avversari, e prendere così per sé e per i propri compagni tutti i seggi messi in palio in quel collegio.
* I restanti 245 seggi saranno assegnati con metodo proporzionale in appositi ***collegi plurinominali,*** dove ogni partito presenta non un solo candidato ma *un elenco* di candidati, e nei quali i seggi messi in palio vengono distribuiti alle liste in corsa in proporzione ai voti ottenuti.

Ma cosa sono esattamente i collegi uninominali e i collegi plurinominali? E come sono distribuiti sul territorio? **Qui entrano in gioco le circoscrizioni.**

Una circoscrizione è, in linea generale, una delle 20 regioni italiane. Fa eccezione la Lombardia (regione più popolosa), che è divisa in quattro circoscrizioni, e le cinque regioni successive più popolose, cioè Piemonte, Veneto, Lazio, Campania e Sicilia, ciascuna delle quali è divisa in due. Facendo i conti, si ottiene un totale di 28 circoscrizioni sul territorio nazionale.

A ogni circoscrizione sono ora attribuiti dei seggi attraverso il seguente procedimento.

1. Si prende il totale della popolazione nazionale per come risulta dall’ultimo censimento generale (59.433.744 persone), e lo si divide per 392, che—ricordiamo—è il numero di deputati da eleggere se si escludono quelli eletti dall’estero; si ottiene così 151.616, che è detto il *quoziente nazionale*.
2. Dopodiché si divide la popolazione di ogni circoscrizione per il quoziente nazionale, e la parte intera del risultato rappresenterà il numero di seggi messi in palio nella circoscrizione. La Toscana, per esempio, ha 3.672.202 abitanti: effettuando la divisione, si ottiene 3.672.202/151.616 ≈ 24,220. Ergo la Toscana eleggerà 24 deputati.
3. Ma che succede con tutte le parti decimali? Dopotutto, se si procede così, si distribuiscono solo 376 seggi. E i restanti 16? È qui che si applica il ***principio dei più alti resti:*** i seggi rimanenti sono ridistribuiti alle circoscrizioni partendo da quelle con una parte decimale più alta. Ad esempio, la circoscrizione Piemonte 2 ha un quoziente pari a circa 13,957, con un’altissima parte decimale di 0,957 (quasi 1): quindi prende un seggio ‘bonus’. Si procede così in ordine decrescente di parte decimale, fino a che i 16 seggi rimanenti sono assegnati tutti.

Una volta che a ogni circoscrizione è stato assegnato un certo numero di seggi, è tempo di distribuirli nei vari collegi: come già detto sopra, 147 seggi (i 3/8 di 392) dovranno essere assegnati in collegi uninominali (maggioritari), mentre i restanti in collegi plurinominali (proporzionali). Si procede dunque come segue.

1. Innanzitutto si escludono la Valle d’Aosta e il Molise, che hanno un numero fisso di collegi uninominali (soltanto 1, viste le loro esigue dimensioni).
2. Si esclude anche il Trentino-Alto Adige, che per via della sua autonomia segue regole particolari e si divide in 4 collegi uninominali.
3. Abbiamo quindi 6 collegi ‘fissi’, e perciò quelli da distribuire sono soltanto 147 – 6 = 141.
4. Si calcola il (nuovo) quoziente nazionale dividendo la popolazione totale per 141, e si ottiene 411.090.
5. Ancora una volta, quindi, si divide la popolazione di una circoscrizione per il quoziente nazionale, e si attribuiscono tanti collegi uninominali quanta è la parte intera del quoziente; se rimangono seggi non assegnati, sono riattribuiti uno per uno alle circoscrizioni seguendo il già descritto principio dei più alti resti.

Prendiamo l’esempio della Toscana, che vantava 24 collegi su base nazionale; se si effettua il conto appena spiegato, si scopre che 9 di questi sono uninominali. Queste sono le ***unità fondamentali della votazione:*** un qualsiasi elettore toscano si troverà all’interno di uno di questi nove collegi uninominali, e lì eleggerà il deputato che prende più voti.

Rimangono 24 – 9 = 15 seggi, che per forza di cose saranno da assegnarsi con metodo proporzionale in appositi collegi plurinominali. Questi collegi sono stati definiti con un apposito decreto legislativo a seguito del taglio dei parlamentari ([D. Lgs. 177/2020](https://www.normattiva.it/atto/caricaDettaglioAtto?atto.dataPubblicazioneGazzetta=2020-12-29&atto.codiceRedazionale=20G00198&atto.articolo.numero=0&atto.articolo.sottoArticolo=1&atto.articolo.sottoArticolo1=10&qId=&tabID=0.38018580285004355&title=lbl.dettaglioAtto)), e sono formati dall’aggregazione di più collegi uninominali. Ad esempio in Toscana ce ne sono tre, formati ciascuno da un gruppo di tre dei nove collegi uninominali; in questo caso hanno tutti e tre un numero simile di abitanti, e quindi dei 15 seggi proporzionali ne prendono 5 ciascuno.

Ma cosa significherà tutto questo per l’elettore toscano, ad esempio un votante di Lucca? Quando questi andrà in cabina, in linea generale **saprà di star contribuendo a eleggere sei persone:** eleggerà infatti il vincitore—maggioritario—del collegio uninominale di cui fa parte (Lucca, U-03), più i cinque deputati di varie liste che saranno eletti—proporzionalmente ai voti ricevuti—nel collegio plurinominale di cui fa parte (Toscana, P-01), che è formato dall’aggregazione di tre collegi uninominali (Massa, U-02; Lucca, U-03; Prato, U-06).

# Attribuzione dei seggi alle liste

Una volta capito in che modo è diviso il territorio nazionale ai fini della ripartizione dei seggi, e quindi quanti deputati sono eletti in un certo territorio, occorre capire ***quali liste,*** all’atto pratico, prendono i relativi seggi in base al risultato della votazione.

Ai fini di ciò, quello che è importante sapere è che per candidarsi alle elezioni in maniera valida occorre presentare i famosi elenchi di candidati in almeno due terzi dei collegi plurinominali di una determinata circoscrizione, e poi, a pena di nullità, ogni lista **è tenuta a partecipare anche a tutti i vari voti uninominali** di ciascun collegio plurinominale nel quale si presenta. Nell’esempio soprastante, quindi, una lista che si presenti nel collegio plurinominale Toscana, P-01 deve necessariamente indicare un candidato uninominale nei collegi di Massa, Lucca e Prato.

Passiamo ora alla parte pratica. Per la parte uninominale, è tutto molto semplice: liste eventualmente collegate in coalizione sostengono un unico candidato comune nei vari collegi uninominali, mentre in generale le liste singole propongono i propri candidati uninominali; alla fine della votazione, viene eletto il candidato uninominale che nel collegio ottiene anche soltanto un voto più degli altri: ai fini del computo, **tracciare un segno sul nome del candidato o sulla lista che lo sostiene** (anche se in coalizione con altre) **è equivalente.**

[Apporre una X su ‘Andrea de Maria’ o sul simbolo del PD conta identicamente come voto al candidato uninominale de Maria.](https://preview.redd.it/44lvl8lwwpg91.jpg?width=600&format=pjpg&auto=webp&s=a2c474422d73c2635a9376eafb731349d0d654d8)

Attenzione, però, perché **non vale il voto disgiunto:** non si può votare un candidato uninominale e anche una lista che non lo sostiene—in quel caso il voto è nullo. Si può però votare un candidato uninominale, e al contempo tracciare un segno anche su uno dei partiti (o sul partito) collegati.

Con questo si è risolta la parte uninominale: ***ma che succede nei collegi plurinominali?***

Ciascuna lista presenta un proprio elenco plurinominale (anche fra liste in coalizione—si veda l’immagine soprastante, dove ogni partito, anche in coalizione con altri, ha una propria lista di nomi a fianco), ma non tutti partecipano all’assegnazione dei seggi plurinominali.

* Le coalizioni partecipano all’assegnazione soltanto se hanno ottenuto almeno il 10% dei voti validi a livello nazionale, e sempre che tra le liste in essa ce ne sia almeno una che abbia ottenuto il 3% dei voti validi, oppure rappresenti una minoranza linguistica.
* Le liste singole, oppure quelle facenti parte di coalizioni che non raggiungono il 10% dei voti, accedono al riparto dei seggi soltanto se ottengono almeno il 3% dei voti su base nazionale, oppure se rappresentano minoranze linguistiche.

Una volta visto chi accede al riparto e chi no, si prende il numero di voti ottenuto su base nazionale da ciascuna lista o coalizione (ma attenzione, perché ai fini di questo conto **per le coalizioni non si contano i voti ottenuti dalle liste che non hanno superato l’1%**), si divide questo valore per 245 (totale dei seggi plurinominali), si applica come sempre il principio dei quozienti interi e dei più alti resti, e si scopre quanti seggi proporzionali spettano a ciascuna lista o coalizione su base nazionale. Per le coalizioni in particolare si applica poi lo stesso metodo per ripartire, sempre su base nazionale, i seggi appena ottenuti alle liste che la compongono (sempre che abbiano il requisito del 3% o della minoranza linguistica).

Ma a questo punto a qualcuno potrebbe sorgere una domanda: perché fare questo conto *a livello nazionale?* Alla fine, abbiamo già i collegi plurinominali locali: avevamo detto, ad esempio, che in Toscana si eleggevano 15 deputati col proporzionale—5 per ciascuno dei 3 collegi plurinominali. Quindi a cosa serve questo conto? Se vogliamo sapere quanti seggi prende, per dire, la Lega fra questi 15, si potrebbe calcolare la percentuale dei voti ottenuti dalla Lega in ciascuno dei tre collegi, e gli si diano i relativi seggi col classico metodo dei quozienti e dei resti. Semplice, no?

Sì… però questo potrebbe portare a lievi falsature. Immaginiamo un partito che a livello dei singoli collegi plurinominali abbia sempre parti decimali molto alte al momento del calcolo dei quozienti, e che quindi usufruisca sempre del seggio ‘bonus’ grazie al principio dei più alti resti: magari sommando tutti i seggi conquistati a livello dei singoli collegi plurinominali il partito potrebbe così ottenere il 60% dei seggi totali, mentre poi, se si fa il conto a livello nazionale, si scopre che hanno ottenuto ‘solo’ il 55% dei voti. Il che sarebbe ingiusto.

È per questo che si applica la regola delle ***liste eccedentarie*** e delle ***liste deficitarie,*** ossia liste che a livello di somma nei vari collegi hanno ottenuto più seggi di quello che le spetterebbero col calcolo nazionale (le prime), o viceversa (le seconde). Si procede quindi individuando i collegi plurinominali in cui le liste eccedentarie hanno vinto coi margini più risicati (ossia con la minore parte decimale fra tutti i collegi in cui hanno vinto), facendogli cedere quei seggi; e al contempo si individuano quelli in cui le liste deficitarie hanno perso in maniera ugualmente risicata, e si assegna loro un seggio.

Una volta che il correttivo è concluso, ogni lista ha assegnata a sé un certo numero di seggi a livello dei singoli collegi tale che la somma di questi coincida col numero di seggi spettanti a livello nazionale. E se ora, ad esempio, in un certo collegio plurinominale la Lega ha ottenuto tre seggi, i primi tre nomi nell’elenco plurinominale di quel collegio divengono deputati—e così termina l’elezione.

# Conclusione

Posto che il procedimento per il Senato è molto simile, pur con le dovute differenze in termini di numero di eletti (200 anziché 400), di definizione delle circoscrizioni e dei collegi, o di altre piccole differenze (es. al Senato una lista in coalizione sotto l’1% vede i suoi voti conteggiati per il riparto proporzionale nazionale se ottiene il 20% dei voti in almeno una regione) questo è il modo in cui voteremo a settembre.

Non sarà la legge elettorale migliore che c’è, ma per il momento occorre accontentarsi.

15 comments
  1. Grazie, bel post. Il metodo è deterministico vero? cioé data una distribuzione di voti nei collegi c’è sempre matematicamente un unico modo di attribuire i seggi? nel caso, puoi spiegare meglio in che modo la percentuale nazionale si traduce nella specifica vittoria di un seggio piuttosto che di un altro?

    Eg mettiamo che il partito del Cazzo nel Pugno prenda il 5% a livello nazionale entro una coalizione che gli permette di qualificarsi. Come si decide in quale collegio elegge i suoi deputati/senatori?

  2. >Si esclude anche il Trentino-Alto Adige, che per via della sua autonomia segue regole particolari e si divide in 4 collegi uninominali.

    Metà dei quali, con stoicismo invidiabile, continuano a regalare a un partito che non conta un cazzo.

    (\s)

  3. C’è un articolo sul Post che spiega che al Senato il sistema dei resti porti in certe regioni ad una soglia effettiva di sbarramento molto alta (per le regionali più piccole 15-20%).
    Per cui di fatto tutti i voti non dati ai partiti maggiori sono dispersi.

  4. Una domanda per chi è più esperto di me: perché le liste plurinominali devono variare da circoscrizione a circoscrizione?

    Nel senso, non potrebbe essere che ogni partito presenti un listone nazionale di 245 candidati deputati e in base alla percentuale che prendono ne fanno entrare un tot (se prendono il 40%, entrano i primi 98)? Cosa ha impedito di optare per questa soluzione?

  5. Curiosità: in Molise, grazie al taglio dei parlamentari, i collegi “plurinominali” di camera e senato eleggeranno un parlamentare ciascuno.

    Al Senato, che si elegge su base regionale, questo significa che il collegio “plurinominale” elegge un senatore solo (quello del partito più votato all’interno della coalizione più votata); non essendoci voto disgiunto, dal momento che il collegio plurinominale coincide con quello “ufficialmente” uninominale, a tutti gli effetti in Molise la coalizione che ottiene più voti è l’unica ad ottenere (entrambi i) seggi.

    Ps: complimenti per il post e grazie, avrei voluto fare io una cosa simile ma mi hai anticipato (risparmiandomi il lavoro) e lo hai fatto anche meglio di come avrei fatto io! 🙂

  6. Ottimo lavoro OP.

    Legge elettorale che pare un bordello, effettivamente. Ciò detto, è davvero così critica come legge? Dopotutto, almeno per come sono messi i sondaggi, pare che la governabilità sia assicurata (a meno di _cappellate_ nel cdx)

  7. Che poi sinceramente mi son sempre chiesto (quando studiavo la storia delle leggi elettorali in Italia), ma perché si è pensato di passare dal modello perfettamente proporzionale della I Repubblica a sto macello di leggi che mischiano proporzionale e maggioritario?

    La spiegazione più logica è che all’epoca si pensava che tutto ciò che era stato parte della I Repubblica andasse cambiato, vedendo però come si sono evolute le cose, secondo me tornare a quel modello (che tra l’altro ancora adesso si adotta con riguardo alle elezioni europee) non sarebbe così terribile, anzi.

  8. Cavolo conoscevo già tutto a grandi linee ma ad un certo punto mi è venuto il mal di testa, fosse per me metterei un proporzionale con sbarramento al 2% (che con l’attuale affluenza vorrebbe dire prendere circa 500 mila voti) e sarei già a posto così…

  9. Ottimo post! Solo una domanda: ma se nel plurinominale una coalizione ha preso, su base nazionale, più del 10% ma è formata da più liste, di cui una ha preso più del 3% ma anche da alcune che hanno preso meno del 3%, che succede al riparto dei seggi? Le liste che hanno preso meno del 3% partecipano? In caso contrario come vengono ripartiti i seggi?

  10. L’attribuzione dei seggi e’ complicata, ma a me il misto maggioritario-proporzionale piace.

    Da un lato impedisce le storture del maggioritario puro tipo UK dove col 35% dei voti hai una maggioranza assoluta in Parlamento.

    Dall’altro limita la frammentazione con 300 partiti che portano 2 eletti a testa in Parlamento.

    Il fatto che i partiti si debbano accordare, prima o dopo le elezioni, a mio avviso e’ una BUONA COSA. Io voglio che debba sempre essere cosi’, voglio larghe intese e coalizioni invece di avere il partito del padrone che governa in barba a tutti per 5 anni. Quello che serve e’ maggiore serieta’ da parte dei vertici politici a riguardo delle alleanze pre e post elettorali, invece di gridare a inciuci e scandalo ogni volta che X governa con Y.

    La legislatura che si e’ appena chiusa ne e’ un esempio perfetto: prima delle elezioni si avevano 3 poli, il polo populista/centrista (o ne’ di destra ne’ di sinistra *cit.*) conquista la maggioranza relativa e governa per 5 anni all’interno di diverse coalizioni. Servivano dialogo e compromesso e ci sono stati dialogo e compromesso. Il fatto che questo polo sia quello che prima delle elezioni sia andato a cagare in giro e spalare merda su tutti i suoi futuri alleati aggiunge al successo della legge elettorale e dovrebbe essere di lezione su come (non) si conduce una campagna elettorale.

  11. Post magistrale, che spiega perfettamente il funzionamento della legge elettorale. Espanderei la parte sul senato, in particolar modo il fatto che I seggi a differenza della camera sono attribuiti su base regionale

  12. Ringrazio per il post, ma fatemelo dire anche a costo di ricevere downvote.

    Tutte le volte che leggo roba politica mi cascano le palle.

  13. > Non sarà la legge elettorale migliore che c’è, ma per il momento occorre accontentarsi.

    Opinione personale. Finché in parlamento finiscono dei pagliacci che non cercano di fare coalizioni di ampia durata per combinare qualcosa, ma stanno in campagna elettorale perenne cercando di fare cadere il governo, indipendentemente che ne facciano parte o meno, importa poco con che legge elettorale finiscono in parlamento.

  14. >Si esclude anche il Trentino-Alto Adige, che per via della sua autonomia segue regole particolari e si divide in 4 collegi uninominali.

    Bell’eufemismo per dire “mancetta alla SVP usando in Alto Adige solo il maggioritario cosicché possano eleggere loro tutti i parlamentari assegnati alla provincia”.

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