Università, così il Parlamento ha azzoppato la riforma anti concorsi truccati

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  1. In Italia abbiamo questa deriva culturale per la quale vogliamo costruire sistemi inusitatamente complessi illudendoci che produrranno comportamenti corretti. Ci viene invece l’orticaria all’idea di responsabilizzare i decisori, dandogli il potere di decidere come vogliono ma chiedendogli anche conto dei risultati delle loro scelte.

    L’orticaria naturalmente ci viene perché siamo abituati che, nel sistema attuale, il decisore che fa scelte palesemente di merda è comunque intoccabile perché nel 99% quelle scelte sono formalmente conformi al sistema e quindi legittime.

    Quindi mi rendo conto che moltissimi storcano il naso all’idea di avere una PA dove i dirigenti assumono chi gli pare, ma poi se assumono il cugino scemo che fa danni ci vanno di mezzo loro. Ma se non ci iniziamo a muovere in questa direzione siamo fottuti, non si può gestire un’organizzazione nel 21° secolo come se fosse la collezione di sinecure che era la PA nel 1950.

  2. Premettendo che sono d’accordo con il commento di un altro utente qui sotto sul fatto che si dovrebbe effettivamente investire il decisore della responsabilità delle sue scelte, senza girarci attorno con inutili circhi di cavilli e procedure, vorrei aggiungere che dei due punti sollevati dall’articolo il secondo è forse quello che avrebbe meritato una vera rivisitazione, nel senso che la commissione totalmente esterna è di per sé una richiesta valida.

    Detto ciò, la commissione totalmente esterna poi ha le sue complicazioni, alcune prettamente pratiche (rimborsi per chi vi partecipa, riunioni ecc ecc, parzialmente sorpassata dall’uso di eventuali mezzi informatici), altre di carattere generale: commissione esterna non conosce le dinamiche di un Dipartimento che bandisce un concorso, il che non è necessariamente un vantaggio. Ci sono giochi d’incastri, totalmente legittimi, sulle risorse, la formazione dei candidati, le necessità della struttura – che insegnamenti coprire, che gruppi di ricerca potenziare. Voi direte: possono sempre ricavare queste informazioni dal Dipartimento, giusto? Beh a questo punto perché non usare la composizione attuale di commissione, ovvero 1interno+X esterni? Credo sia un compromesso valido.

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    Sul punto 1, chi ha fatto la proposta (già l’anno scorso) non ha ovviamente contezza del precariato in Italia di chi fa ricerca: impedire totalmente agli interni di partecipare ad un concorso vuol dire che una persona si forma in una città, in un luogo di lavoro, costruisce la sua rete di rapporti e la sua sfera privata per poi sentirsi dire “ah no beh, devi lasciare tutto e trasferirti per forza se vuoi fare carriera”. Il che è assolutamente fuori da questo mondo.

  3. A me sembra sempre strano che si pensi che il commissario interno abbia degli interessi nel concorso ma quelli esterni no: come se gli esterni non cercassero di piazzare i loro allievi se ce ne fosse la possibilità.

  4. C’è molta confusione sul problema dei concorsi. Innanzitutto i professori di solito sono parte di una rete nazionale che tramite congressi può conoscersi e relazionarsi. Questo è banale ma porta ad una sottigliezza: se tutti più o meno si conoscono si invertono le sedi e si scambiamo i favori, poi trasferiscomo i candidati vincenti dove vogliono e risolvono il problema delle commissioni in maniera piuttosto semplice. Secondo problema: molte persone pensano che in media i candidati siano deboli. In realtà, in un mondo di squali e di competizione truccata non è difficile trovare persone competenti, che magari in un mondo ideali non sarebbero arrivati primi ma avrebbero partecipato al concorso con dignità. Queste persone peraltro sono costruite spesso attorno alle necessità dipartimentali, quindi sono naturalmente le più idonee a riempire gli spazi. Aggiungo che spesso prendere queste posizioni richiede inevitabilmente un peso specifico in altri contesti. La ricerca si muove dentro sovvenzioni, che richiedono i giusti intermediari. Il professore universitario medico ha bisogno di tre ordini di professionisti almeno per mandare avanti la baracca: specializzandi per manodopera, medicini come housekeepers e statistici/biologi per il lavoro di usura. Per costruire un progetto poi bisogna avere il giusto peso per attingere dal bilancio dell’azienda ospedaliera, il che richiede spesso di spingere verso gli enti regionali a cui fanno riferimento i dirigenti dei policlinici. Pur accettando che domani mettiamo un nobel dentro un sistema con questo ordine di elementi, questo verrà rigettato come corpo estraneo; i sottoposti non avendo garanzie di carriera per servitù scapperanno, i dirigenti non avranno nessun obbligo a coprire le spese e se nella sciagurata ipotesi il sistema precedente al nobel fosse stato fuori budget (ma tollerato in quanto frutto di un patto) crollerebbe in pochissimo tempo inghiottito dalla sua dispensiosità.
    Detto questo, pensare di cambiare il sistema universitario attuale significa innanzitutto rivedere il modello in toto ed accettarne le conseguenze.

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