50 anni fa un aereo si schiantò sulle Ande, la sopravvivenza ebbe dell’incredibile, ma la domanda è, chi di noi arriverebbe a mangiare un altro essere umano?
il miracolo delle Ande? Stiamo parlando di Pedro Benitez, lo scalatore delle Ande?
Lessi di questa storia non molto tempo fa, credo che non sarei sopravvissuto un giorno.
Sono davvero quegli scenari dove penso sia impossibile prevedere cosa faremmo. Voi, ad esempio, aggiungereste solo un filo di limone o insaporireste il tutto con del misto fritto per soffritto?
Sì, questa settimana sto in fissa con *Ask a mortician*, poi mi passa.
Mi ricordo il film
ci sono casi dove gli input sono ben oltre i valori di fondo scala per un essere umano, le reazioni, se non si muore, non possono che essere “fuori scala”
E non si parla solo di dolore fisico, quanto di privazioni emotive, fame, sofferenze, dolore.
qualche giorno fa mi imbattei in un problema simile… ossia c’è un limite alla sofferenza umana. Sembra che facendo dei calcoli fra massa cerebrale, quantità di bit processabili, ecc… si possa dare un limite superiore teorico.
Ma ciò non toglie che questo limite, se anche può esistere, va ben al di là delle quotidiane esperienze (per fortuna).
Detto questo io lessi il libro del più famoso dei sopravvisuti delle Ande; non è che di punto in bianco decisero di mangiare i corpi semicongelati dei compagni. Innanzitutto per uno spirito quasi di vendetta si mangiarono prima i piloti (responsabili sembra anche in modo oggettivo dell’incidente) poi via via gli altri.
Ovviamente poi la situazione diventa quasi assurda da diventare normale tanto che qualche pagina dopo si discute se sia meglio questa o quell’altra parte. Si fanno filetti e bistecche, non si spreca nulla, neppure frattaglie.
Nel libro ci sono alcune fotografie con gente che prende il sole in maglietta (si andava verso dicembre, ossia l’estate australe) e accanto… be’, resti umani.
Non si può giudicare, ovvio, erano certamente eventi fuori scala e comunque erano già cadaveri anche se alcune persone durante quei due mesi (tanto durò il loro esilio) morirono nel frattempo e sapevano che sarebbero divenute cibo per i sopravvissuti.
Sembra che solo la sorella e la madre dell’autore del libro furono risparmiate, o mangiate per ultime.
Tragedie simili come il Polo Sud di Scott o l’assedio di Leningrado sono eventi fuori scala che ovviamente devono sospendere il giudizio. Dire: “io sarei morta di fame” non ha alcun senso, non so cosa avrei fatto, forse preferibilmente morire sul colpo, ma anche questa è una razionalizzazione ex post.
Successe una situazione analoga con la spedizione Donner.
In quel caso non credo ci sia qualcuno che effettivamente si sia lasciato morire di fame potendo andare avanti con la carne dei caduti. Comunque personalmente in situazioni estreme di sopravvivenza la mangerei senza esitazione.
Sto per dire una cosa in contro tendenza al solito commento “non mangerei mai carne umana” ma allo stesso tempo è un’affermazione altrettanto assurda.
Quindi così, sentenziando comodamente dal mio divano, penso che io avrei mangiato chiunque.
Cioè, ci penso e mi dico che del mio cadavere non mi frega nulla, nel senso che sarei ben felice fosse il nutrimento per qualcuno per farlo vivere anche solo un giorno in più, se questo è quello che vuole, piuttosto che marcire in una scatola di legno sottoterra. Quindi non mi sentirei filosoficamente in colpa a fare lo stesso.
Detto ciò sto babbiando su internette, quella storia è stato un dramma umano indicibile ed estremo e non credo che nessun essere umano può passare un esperienza di cannibalismo per necessità (figurarsi mangiare qualcuno con cui hai un legame) senza che questo abbia dei tremendi risvolti psicologici che fanno male anche solo a rifletterci.
In [questo video](https://youtu.be/1Pg__L5Ijr0) vengono intervistati i sopravvissuti. Credo che abbiano fatto solo quello che serviva loro per sopravvivere, non mi sento di biasimarli, né potrei dire che nella stessa identica situazione non lo farei anche io.
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50 anni fa un aereo si schiantò sulle Ande, la sopravvivenza ebbe dell’incredibile, ma la domanda è, chi di noi arriverebbe a mangiare un altro essere umano?
il miracolo delle Ande? Stiamo parlando di Pedro Benitez, lo scalatore delle Ande?
Lessi di questa storia non molto tempo fa, credo che non sarei sopravvissuto un giorno.
Sono davvero quegli scenari dove penso sia impossibile prevedere cosa faremmo. Voi, ad esempio, aggiungereste solo un filo di limone o insaporireste il tutto con del misto fritto per soffritto?
Un altro caso interessante fu il [Donner Party](https://m.youtube.com/watch?v=O5xMpsYdzgg), e il sempre classico [caso della Essex](https://m.youtube.com/watch?v=QS299VkXZxI) che in parte ispirò Moby Dick.
Sì, questa settimana sto in fissa con *Ask a mortician*, poi mi passa.
Mi ricordo il film
ci sono casi dove gli input sono ben oltre i valori di fondo scala per un essere umano, le reazioni, se non si muore, non possono che essere “fuori scala”
E non si parla solo di dolore fisico, quanto di privazioni emotive, fame, sofferenze, dolore.
qualche giorno fa mi imbattei in un problema simile… ossia c’è un limite alla sofferenza umana. Sembra che facendo dei calcoli fra massa cerebrale, quantità di bit processabili, ecc… si possa dare un limite superiore teorico.
Ma ciò non toglie che questo limite, se anche può esistere, va ben al di là delle quotidiane esperienze (per fortuna).
Detto questo io lessi il libro del più famoso dei sopravvisuti delle Ande; non è che di punto in bianco decisero di mangiare i corpi semicongelati dei compagni. Innanzitutto per uno spirito quasi di vendetta si mangiarono prima i piloti (responsabili sembra anche in modo oggettivo dell’incidente) poi via via gli altri.
Ovviamente poi la situazione diventa quasi assurda da diventare normale tanto che qualche pagina dopo si discute se sia meglio questa o quell’altra parte. Si fanno filetti e bistecche, non si spreca nulla, neppure frattaglie.
Nel libro ci sono alcune fotografie con gente che prende il sole in maglietta (si andava verso dicembre, ossia l’estate australe) e accanto… be’, resti umani.
Non si può giudicare, ovvio, erano certamente eventi fuori scala e comunque erano già cadaveri anche se alcune persone durante quei due mesi (tanto durò il loro esilio) morirono nel frattempo e sapevano che sarebbero divenute cibo per i sopravvissuti.
Sembra che solo la sorella e la madre dell’autore del libro furono risparmiate, o mangiate per ultime.
Tragedie simili come il Polo Sud di Scott o l’assedio di Leningrado sono eventi fuori scala che ovviamente devono sospendere il giudizio. Dire: “io sarei morta di fame” non ha alcun senso, non so cosa avrei fatto, forse preferibilmente morire sul colpo, ma anche questa è una razionalizzazione ex post.
Successe una situazione analoga con la spedizione Donner.
In quel caso non credo ci sia qualcuno che effettivamente si sia lasciato morire di fame potendo andare avanti con la carne dei caduti. Comunque personalmente in situazioni estreme di sopravvivenza la mangerei senza esitazione.
Sto per dire una cosa in contro tendenza al solito commento “non mangerei mai carne umana” ma allo stesso tempo è un’affermazione altrettanto assurda.
Quindi così, sentenziando comodamente dal mio divano, penso che io avrei mangiato chiunque.
Cioè, ci penso e mi dico che del mio cadavere non mi frega nulla, nel senso che sarei ben felice fosse il nutrimento per qualcuno per farlo vivere anche solo un giorno in più, se questo è quello che vuole, piuttosto che marcire in una scatola di legno sottoterra. Quindi non mi sentirei filosoficamente in colpa a fare lo stesso.
Detto ciò sto babbiando su internette, quella storia è stato un dramma umano indicibile ed estremo e non credo che nessun essere umano può passare un esperienza di cannibalismo per necessità (figurarsi mangiare qualcuno con cui hai un legame) senza che questo abbia dei tremendi risvolti psicologici che fanno male anche solo a rifletterci.
In [questo video](https://youtu.be/1Pg__L5Ijr0) vengono intervistati i sopravvissuti. Credo che abbiano fatto solo quello che serviva loro per sopravvivere, non mi sento di biasimarli, né potrei dire che nella stessa identica situazione non lo farei anche io.