Lavoro, 42.000 dimissioni di neogenitori nel 2020, il 77% è donna

25 comments
  1. Unpopular opinion: “Diamo la ə nella tastiera di iOS, mostriamo le smagliature nella pubblicità dei reggiseni, così non affrontiamo i problemi reali”

  2. Sinceramente, pensavo peggio: quel 23% di uomini che decidono di lasciare il lavoro per dedicarsi alla famiglia non è poi pochissimo.

    In un mondo ideale dove uomini e donne guadagnano uguale, hanno le stesse prospettive di carriera ecc. , una volta che una famiglia decide che un solo stipendio basta e che uno dei due si dedicherà ai figli possiamo immaginare che la ripartizione sarà 50-50, o comunque ci sarebbe anche in quel caso una preponderanza di donne?

  3. Gli uomini non hanno diritto al congedo parentale (quanti sono? Dieci giorni in tutto?) e quindi per forza di cose le donne sono quelle costrette a rimanere a casa, altrimenti chi lo guarda il figlio?

    Solito articolo da giornalino di confindustria che racconta lo status quo come se fosse ineluttabile; c’è da dire che è comunque meglio di quando suggeriscono cambiamenti perché in genere sono idiozie

  4. L’articolo è agghiacciante…e per una volta non solo per come è scritto ma anche per i dati riportati:

    >i dati dell’ispettorato nazionale del lavoro ci dicono che nel 2020 ci sono state 42.000 dimissioni di genitori di bambini da zero a tre anni (…) nel 77,4% dei casi si tratta di dimissioni di donne

    Questo vuol dire che circa 32.000 dimissionari su 42.000 sono madri di un bambino da 0 a 3 anni, l’età in cui è oggettivamente più difficile trovare supporto per gestire un bambino. Esempio? Per avere accesso ad un asilo nido nella maggior parte delle medie e grandi città del centro-nord devi registrarti *un anno prima* della nascita del figlio. In molti casi se non hai parenti a cui affidare il pargolo mentre
    sei al lavoro l’unica opzione è “arrangiati”.

    O, come ci dicono questi dati, licenziati. E poi spera di ritrovare lavoro quando il figlio è più grande. Perché “spera”?

    >ma chi decide di dimettersi? Oltre il 92% delle dimissioni e risoluzioni consensuali riguarda lavoratori inquadrati come operai o impiegati, con un’età tra i 29 e i 44 anni e nell’88% dei casi la decisione di lasciare il lavoro è presa nei primi 10 anni di servizio

    Lasciano il lavoro principalmente donne giovani all’inizio della loro carriera, con ruoli più o meno operativi. Già in Italia c’è un forte pregiudizio nell’assumere donne giovani (*”eh ma se poi mi fa il figlio dopo che le do il contratto?”*) oltre che un “glass ceiling” legato al genere (*”guarda va bene l’ingegnere donna in Qualità ma non ce la vedo come direttore di un sito produttivo, non hanno il polso degli uomini”*)…figurati se oltre a questo ci aggiungiamo anche un “vuoto” nel CV di qualche anno.

    E tutto questo nella fascia sociale che *in teoria*, in uno Stato lungimirante, dovrebbe essere ben tutelata: giovani all’inizio della carriera lavorativa. Al di là delle ovvie considerazioni etiche che son talmente ovvie che non è il caso nemmeno di discuterne…ma cazzo, fai i conti economici almeno. I giovani che lavorano e fanno figli, Francia docet, sono quelli che ti pagheranno le tasse sul medio-lungo periodo e che eviteranno al sistema pensionistico di collassare per mancanza di €€€.

    Non vuoi tutelarli perché l’etica ti fa schifo? Almeno fallo per salvarti il portafogli. Ma in Italia no, meglio lasciare che 32.000 giovani donne all’inizio della loro carriera diano le dimissioni per badare al figlio…nel mezzo di una crisi dell’economia nazionale ed internazionale. Con la disoccupazione giovanile già al 28.7%.

    Per citare shish Renzi: *giiinius*

  5. Non sarebbe più facile e più utile anche, ad esempio, al clima disincentivare la natalità invece di incentivarla? Si risolverebbero molti problemi così.

  6. Con una popolazione in calo e i giovani che fuggono all’estero per l’Italia aumentare la forza lavoro femminile è essenziale. Prima o poi saremo costretti a fare i conti con questo fatto.

  7. Iniziamo con il dare a padri e madri eguali diritti in termini di congedo familiare (vedi la norvegia, 1 anno da dividersi entrambi i genitori), e facciamo in modo che sia obbligatorio fruirne dalla nascita (non che “*eh figa, ma il progetto, ma qua c’è da fatturare eh! Dai che il bocia vien su lo stesso eh, non sei mica il primo ad avere un figlio!*”)

    Continuiamo con il cambio di mentalità della classe imprenditoriale, non che “*Uè Gianna, va che poi mi tocca assumere qualcuno mentre sei a casa e formalo, uèffiga son soldi eh!*”

    Al giorno d’oggi non è giusto che una persona debba scegliere se avere figli o un lavoro, e finchè ci sarà disparità di trattamento sui congedi parentali continueremo a leggere articolini come quello scritto da Capitan Ovvio linkato in questo post.

  8. Il problema è anche che gli asili nidi se non entri in quelli pubblici hanno dei costi esorbitanti per cui conviene che un genitore si dimetta e purtroppo di solito chi guadagna meno è la donna in una coppia.

  9. Esperienza in ente di ricerca italiano (IIT): se sei incinta, a prescindere dal rischio e dal mese, non puoi *entrare* nei laboratori. Perdi 6-7 mesi di lavoro prima e il periodo di congedo obbligatorio. In sostanza, ti bruci la carriera nel momento in cui dovresti essere più produttiva. La maternità ti sospende il contratto e il datore di lavoro non te la paga. C’è però un’assicurazione privata che copre le visite mediche.

    Fa sorridere poi sentire il direttore di IIT o il portavoce del personale fare il figo nei podcast dicendo che sono un’azienda moderna e che pensa alla salute dei dipendenti e alla parità di genere.

  10. Grazie per aver postato questa notizia, ieri ci stavo giusto pensando di rigirarla agli utenti che, nella discussione di qualche giorno fa, negavano fermamente ci fosse qualsisi problema di sessismo in Italia (con tanto di lunghi pipponi e articoli di parte).

    Ricordiamo che l’articolo in questione riporta che, nella praticamente totalità dei casi, la motivazione **esplicita** delle dimissioni (sottolineiamo esplicita, non sono statistiche, è proprio scritto nero su bianco) da parte di donne è l’impossibilità di conciliare lavoro con genitorialità.

    >Le segnalazioni di difficoltà di conciliazione per ragioni legate ai servizi di cura o ragioni legate all’organizzazione del lavoro, infatti, riguardano donne in una percentuale tra il 96% e il 98%.

    ​

    Ora che abbiamo pure abbastanza fogli di dimissioni in cui è scritto che il motivo della difficoltà per le donne di fare carriera è un sistema che non è affatto equilibrato, vogliamo fare qualcosa? O continueremo imperterriti a dire che non c’è nessun gap salariale, nessuna discriminazione di carriera, nessun problema alcuno, perché tanto se il costo della benzina sale c’ho il diesel? Ora attento il solito incel che mi smentisca quanto scritto e che pianga perché anche gli uomini sono costantemente discriminati, e che la colpa delle differenza di genere (che prima aveva detto non esistessero) è ovviamente della donna che non fa abbastanza.

  11. Allora, da lavoratore dipendente neogenitore che sta valutando di cambiare lavoro (per motivazioni puramente economiche), trovo che l’articolo manchi di un’informazione abbastanza significativa.

    Quante di queste dimissioni sono preliminari al passaggio ad una nuova azienda – domanda che tra l’altro è posta nel modulo dell’Ispettorato per la richiesta di convalida dimissioni?

    Perché sicuramente se cambio lavoro entrerò nel computo dei neogenitori dimissionari, impiegato con rapporto di lavoro di durata <10 anni, ma non sarò né disoccupato né inoccupato.
    Dati preoccupanti, non c’è nulla da dire, ma li trovo incompleti.

  12. Però non mi sembra che l’articolo dica che tutte le dimissioni equivalgono a un’uscita dal mercato del lavoro.

    Mi spiego: mia moglie ha dato le dimissioni quando nostro figlio aveva un anno e mezzo, ma lo ha fatto per un lavoro meglio retribuito. Il dato “crudo” quindi mi sembra poco significativo.

    **Con questo non intendo assolutamente dire che non ci siano problemi legati al mondo del lavoro ed alla condizione di madre**

    Anzi ci sono problemi enormi. Sono certo che molte donne smettono di lavorare o comunque cambiano lavoro perché non c’è disponibilità dal datore nel conciliare le esigenze che emergono dopo la nascita di un figlio.

    Cose come il nido aziende poi sono praticamente inesistenti da noi

  13. Boh io assumo X persona a certe condizioni e la pago puntualmente come concordato. Non rispetti le condizioni? Se non mi conviene posso cercare altro o posso preferirti finchè mi conviene se sei una risorsa che si distingue da possibili neoassunti.

    Ma se non concedo sconti pazienza, si affiderà ad altre offerte di lavoro. A me imprenditore nessuno regala niente

  14. io avevo solo 2 giorni di paternità, mi sono preso 3 settimane di ferie, la miglior scelta mai fatta, i primi mesi sono molto difficili per la madre. Io sarei per l’obbligo della paternità di almeno 2/3 settimane dal parto.

  15. Quando ho detto al mio capo (donna, perennemente in lamentela perché non aveva rapporti coi suoi figli perché lavorava troppo) che volevo parlare col personale perché avevo un figlio in arrivo e avrei avuto necessità di flessibilità mi ha detto :” non castrarti, sei un uomo “.

    Questo per dire che il problema è bipartisan, e avere capi donna non è garanzia di risoluzione.

  16. Strano, l’ultima volta che ho controllato ce la si stava mettendo tutta per *cercare di aiutare* le persone che si imbarcano nella grossa impresa di far nascere e crescere quelli che pagheranno *a tutti* le pensioni un domani… Non ho notato da nessuna parte l’atteggiamento “*[hai voluto fare un figlio? scelta tua problemi tuoi](https://old.reddit.com/r/italy/comments/ime04f/rant_sono_un_proprietario_di_auto_elettrica_molto/g3yymzo/)*”. Mia moglie ad esempio, con il pancione, non è mai dovuta rimanere in piedi in metropolitana, ha sempre trovato qualcuno di buon cuore che la facesse sedere, povera lei. Mai trovate donne che la guardavano in cagnesco dicendole apertamente “beh, hai voluto tu rimanere incinta”.

    Peraltro per fortuna che la stragrande maggioranza degli asili non apre alle 8.30 e chiude massimo alle 4.30. Sarebbe proprio un casino per i genitori lavoratori gestire la famiglia in quel modo. Dopotutto in Italia la società è molto conservatrice e i giovani non tendono a spostarsi di casa, così che la maggior parte di noi, vive di fianco ai propri genitori che, tra l’altro, sono tutti in pensione anticipata.

    Per non parlare del fatto che per fortuna, da noi in Italia, ti daranno 4 spicci ma almeno è tutto così chiaro e poco macchinoso il sistema per beneficiarne.

  17. Ma scusate ma son solo io che penso che sia ovvio che una donna senta il profondo desiderio di accudire i figli? Che male c’è? Chiaramente in Italia hai a che fare con dei padroni e dei politici con la mentalità da bottegai e che se ne fregano dei diritti.

  18. Padre di due figli, uno nato da poco e l’altro che ha meno di tre anni. Ci vuole poco per accorgerti che, sostanzialmente, gestire il tutto è una cosa enormemente difficile. Parti dalle prime settimane in cui in casa ci sono tre persone che piangono: figli e madre, alle prese col post parto e problemi vari collegati all’allattamento (che, come può testimoniare chiunque abbia avuto figli, non è affatto una cosa scontata e cmq tutt’altro che facilissima). Il lavoro, in questi termini, è tutt’altro che d’aiuto. Ho preso tutte le ferie che potevo ma il discorso che ho sentito è già:”i figli li abbiamo avuti tutti”, uniti ad altri commenti inerenti situazioni varie che mi fanno sentire tutt’altro che sereno e compreso. Posso facilmente intuire il tipo di pensiero che passa per la testa di quanti si licenziano.

  19. Io credo che in alcuni settori le madri parcheggiate in congedo possano benissimo lavorare part-time o da remoto, specialmente adesso nel 2021. Che sia forse questa la soluzione migliore? Io dubito che obbligare uomo e donna alle stesse ore di congedo risolvi la cosa, al più risolverà il gap o lo sposterà su chi guadagna meno dei due.

Leave a Reply