Nel febbraio di 20 anni fa il mondo viveva ancora all’ombra degli attentati dell’11 settembre 2001: l’Italia aveva appena mandato il primo contingente militare in Afghanistan nell’ambito dell’operazione *Enduring Freedom* e l’amministrazione USA montava il pretestuoso caso delle armi di distruzione di massa di *Saddam Hussein* in preparazione dell’attacco all’Iraq che sarebbe scattato a marzo.

Quasi nessuno guardava in alto quel giorno, mentre lo [Space Shuttle Columbia](https://it.wikipedia.org/wiki/Space_Shuttle_Columbia) planava verso terra al rientro da una missione durata quasi 16 giorni con a bordo 7 astronauti, 6 americani e un israeliano. Non c’era d’altra parte motivo di prestare molta attenzione a una missione tutto sommato di routine: la costruzione della *Stazione Spaziale Internazionale* era iniziata pochi anni prima, ma in questo volo non si attraccò e le attività vennero svolte all’interno dello *Spacehab*, un modulo pressurizzato pensato per rimanere all’interno della stiva dell’orbiter.

Centotredicesimo volo di uno Shuttle, non si può dire che la sua operatività fosse data per scontata ma c’era una certa fiducia nella capacità di contenere i rischi: dai tempi del [disastro del Challenger](https://it.wikipedia.org/wiki/Disastro_dello_Space_Shuttle_Challenger) (che esplose 73 secondi dopo il decollo, al lancio della venticinquesima missione di uno Shuttle il 28 gennaio 1986) erano state riviste molte procedure per incrementare la sicurezza di una macchina oggettivamente troppo complessa e costosa, ma che al tempo stesso garantiva un accesso all’orbita bassa impareggiabile per operatività e capacità di carico.

## il disastro

La fragilità della navetta e la brutale ostilità dello spazio tornarono chiare a tutti durante il rientro. Mentre a circa 70 chilometri d’altezza viaggiava a 23 volte la velocità del suono, la pressione e la temperatura iniziarono a erodere l’ala sinistra. Alcuni sensori smisero di comunicare, presto seguiti da molti altri, mentre la scia che normalmente accompagnava uno Space Shuttle al rientro diventava improvvisamente troppo luminosa.

Nel giro di pochi minuti, mentre i sistemi automatici tentavano invano di ristabilire l’assetto di planata, ogni comunicazione venne meno e in cielo divennero visibili numerosi frammenti separati che precipitavano in traiettoria balistica: il Columbia e il suo equipaggio erano perduti.

## le cause e gli errori

Tutto era iniziato il 16 gennaio a qualche decina di secondi dal decollo, quando un frammento di schiuma isolante si staccò dal serbatoio esterno andando a impattare contro il bordo dell’ala sinistra a qualche centinaio di chilometri all’ora. Non era certo la prima volta: la cosa veniva considerata una eventualità piuttosto comune, già accaduta in decine di lanci precedenti. Era semplicemente una delle centinaia, migliaia, di evenienze da tenere in considerazione in operazioni di una simile complessità.

La cosa venne notata il giorno dopo, osservando nel dettaglio le riprese effettuate da terra. Si istituì la consueta commissione per la gestione del rischio, e benché alcune simulazioni prodotte da *Boeing* avessero dato risultati allarmanti si decise di darvi poco peso perché basate su parametri giudicati troppo pessimistici. Il gruppo di lavoro tentò anche di ottenere immagini più dettagliate, chiedendo al *Dipartimento della Difesa* di intercedere presso lo *USSTRATCOM* (lo United States Strategic Command, responsabile della gestione dell’arsenale nucleare e della difesa missilistica). Questi, assieme a poche altre agenzie come la *NRO*, aveva potenzialmente gli strumenti per fornire dati certi sulle condizioni dello Shuttle. Per quanto col senno di poi possa sembrare criminale la richiesta venne annullata mentre era in corso d’opera dalla NASA stessa, in parte perché presentata al di fuori dei canali ufficiali in parte perché avrebbe interferito con le operazioni da compiere in orbita – era infatti richiesto di orientare la navetta in modi che avrebbero reso impossibili alcune attività.

Alla fine tutti si convinsero che quasi di certo non si trattava di nulla di serio. I dettagli vennero comunicati con toni rassicuranti all’equipaggio, e la cosa finì lì. Ma il danno c’era: un’area piuttosto estesa dell’ala era ormai priva della protezione dello scudo termico, e 100 tonnellate di fragile alluminio lanciate a qualche decina di migliaia di chilometri all’ora non possono superare indenni le temperature e la pressione derivanti dall’impatto con l’atmosfera.

## lo shock, le ricerche e le indagini

Lo sgomento nella sala del controllo missione fu evidente: per quanto preparati, la perdita di un equipaggio al rientro è qualcosa che difficilmente si annovera nel calcolo del *davvero* possibile; non dopo un centinaio di missioni che hanno superato con successo quella delicata fase. Ma i primi dati dai sensori e l’assenza di comunicazioni non lasciavano spazio a dubbi, e le reti televisive stavano già trasmettendo le prime immagini.

Le ricerche partirono immediatamente, estese su un’area vastissima che copriva molti stati. Vi furono anche delle vittime e alcuni feriti tra chi venne inviato a recuperare corpi e frammenti; alla fine circa il 40% della navetta venne recuperato, inclusi i resti di tutti i componenti dell’equipaggio.

Le ragioni tecniche del disastro vennero identificate in fretta, ma si analizzarono anche le cause organizzative e di budget che avevano portato a determinate scelte. Nulla di eclatante, a ben guardare: un banale mix di sfortuna e sottovalutazioni, e sette persone non tornarono a casa.

## le conseguenze

Ma incolpare il fato e l’imprevedibilità non risolve granché: non vai nello spazio affidandoti alla fortuna.

Eventi del genere mettono in moto enormi sforzi per identificare e risolverne le cause; era già noto che lo Shuttle fosse una tecnologia che stava invecchiando ed era troppo costosa, ma al tempo stessa era assolutamente indispensabile: la ISS era nelle prime fasi di costruzione e gli Stati Uniti non potevano perdere l’accesso all’orbita bassa proprio in quel momento.

Sul piano tecnico vennero introdotti molti cambiamenti: si ridusse l’isolante nei punti più critici, furono installate ulteriori telecamere a terra e sulla fusoliera per meglio riprendere il decollo, si rese obbligatorio un controllo in orbita dello stato dello scudo termico (a vista prima di attraccare alla ISS o tramite il braccio robotico *Canadarm*) e furono anche sperimentati metodi per riparare lo scudo con delle attività extraveicolari.

Da quel momento ciascun lancio venne affiancato da missioni in standby denominate **STS-3XX**: una seconda navetta veniva sempre tenuta pronta per decollare in pochi giorni con un equipaggio ridotto e recuperare gli astronauti della missione principale, nel caso di un danno non riparabile.

Come inevitabile ci furono anche conseguenze “politiche”, ma va detto che in una organizzazione che funziona si tende a riconoscere che a fallire sono le procedure, e non tanto le persone: è giusto identificare chi ha sbagliato, ma limitarsi a indicare un capro espiatorio non ti salverà dal ripetere gli stessi errori in futuro.

Cito dal rapporto della commissione di inchiesta:

> In the face of Mission managers’ low level of concern and desire to get on with the mission […] the engineers found themselves in the unusual position of having to prove that the situation was unsafe – a reversal of the usual requirement to prove that a situation is safe

E, nel discutere i fattori organizzativi:

> Reliance on past success as substitute for sound engineering practices; organizational barriers that prevented effective communication of critical safety information and stifled professional differences of opinion; lack of integrated management across program elements; and the evolution of an informal chain of command and decision-making processes that operated outside the organization’s rules

## il dopo-Columbia

Il programma riprese dopo due anni e mezzo; a parte una missione di manutenzione per il telescopio spaziale Hubble tutte le altre furono dedicate all’assemblaggio della Stazione Spaziale Internazionale, che aveva anche l’ovvio vantaggio di rappresentare un porto sicuro in caso di problemi.

Gli Shuttle rimanenti volarono altre 22 volte, e nessuna missione di soccorso fu mai necessaria.

Dalla fine del programma Space Shuttle dovettero passare quasi nove anni prima che gli Stati Uniti tornassero a lanciare persone nello spazio con la capsula *Crew Dragon* di SpaceX. Tra non molto dovremmo poi assistere al lancio inaugurale della capsula *Starliner* e, tra qualche anno, di una *Orion* con equipaggio (programma Artemis).

Eppure, nonostante le recenti accelerazioni, siamo comunque lontani dal poter considerare normale routine un obiettivo che fino a oggi solamente tre nazioni sono state in grado di conseguire.

*Godspeed a chi tenterà in futuro. Ad astra, gente che voleva solo tornare a casa.*

11 comments
  1. È tornata la mia rubrica preferita!

    L’ordine “Lock the doors” del FD ce l’ho scolpito nella testa, devastante.

  2. Quanto mi piace questa rubrica! Io non so quasi una mazza di missioni spaziali (tranne le cose super conosciute che riportano anche in tv) e quindi grazie a questi tuoi post imparo sempre qualcosa d’interessante che spesso mi porta anche a voler approfondire l’argomento di cui hai scritto. E sono sempre scritti molto bene aggiungerei. Adesso mi vado a cercare altre testimonianze sul Columbia.

  3. Davvero incredibile il fato. Un evento per ripotare l’attenzione su un’azione ormai di routine, che però si trasforma in disastro e fa uscire tutti gli scheletri dell’armadio del progetto.

    Comunque, consiglio di vedere su Netflix *Challenger: The Final Flight.*

    ​

    P.S. Ad ogni modo, anche se con la sua creazione ha ucciso la corsa allo spazio e ha ritardato il ritorno sulla Luna di 50 anni, lo Space Shuttle rimane una macchina davvero intrigante e affascinante.

  4. Probabilmente l’ultimo strascico operativo del programma shuttle è x37b, spazioplano non pilotato di NASA e air force, che ancora oggi continua ad eseguire missioni.

  5. Ricordo benissimo quel giorno triste e di come venne presa la decisione di chiudere il programma Space Shuttle. Chi non conosceva la storia del Columbia e delle sue conseguenze probabilmente non aveva ancora potuto apprezzare fino in fondo che risultato fosse poter lanciare di nuovo dagli Stati Uniti… tra l’altro i due astronauti che partirono per primi con la missione Demo-2 sono stati decorati proprio pochi giorni fa con la Congressional Space Medal of Honor per questa missione! A dimostrazione del valore e del coraggio di chi decide di intraprendere la carriera di astronauta, ben sapendo quali sono i rischi.

  6. Ricordo che avevo una felpa tecnica della marca Columbia e il giorno dopo l’avevo addosso a scuola, fui bullizzato per settimane

  7. > Alla fine tutti si convinsero che quasi di certo non si trattava di nulla di serio. I dettagli vennero comunicati con toni rassicuranti all’equipaggio, e la cosa finì lì.

    Mia speculazione, ma avevano chiarissimo che il danno sarebbe stato fatale. Semplicemente non c’era nulla da fare, nessuna navetta di backup avrebbe potuto salvarli, non c’era modo di riparare il danno in orbita. Hanno deciso di non allarmare troppo l’equipaggio, e tentare il tutto per tutto con un rientro che comunque non poteva essere evitato. Hanno fatto bene.

    Complimenti per la rubrica, continua così!

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