La Spagna aumenta il salario minimo dell’8% nel 2023, è aumentato del 46% dall’inizio del governo PSOE-Podemos nel 2019

12 comments
  1. Non che ci siano grandi chance che accada in Italia sotto questo esecutivo, ma è comunque un fatto interessante: la Spagna non solo ha un salario minimo, ma lo aumenta costantemente da anni; il valore attuale è poco meno di 1100 euro lordi al mese per 14 mensilità. È anche previsto un reddito minimo per gli indigenti, circa 500 per i singoli e 800 per una famiglia di 3 persone. La disoccupazione è nettamente più alta che in Italia, anche nelle regioni più ricche, ma il debito pubblico è più basso ed era in calo prima del Covid.

  2. Fino al prossimo quasi default.

    Anni fa tutti i sinistroidi italiani a farsi i segoni a vicenda con i piedi pensando a Zapatero, poi è arrivata la crisi del 2008 e gli spagnoli si son ritrovati con le pezze al culo.

    Questo non per dire che aumentare il salario minimo sia sbagliato, ma che per farlo serve avere un’economia in grado di reggere queste manovre e gli spagnoli nella storia recente hanno già dimostrato che prima spendono e dopo pensano a dove reperire i soldi.

  3. Comunque per quelli che ribattono con il fatto che in Italia ci sono CCNL, sappiate che anche in Spagna ci sono. Salario minimo e CCNL non sono escludenti. In Spagna il salario minimo si chiama *salario minimo interprofesional*, vuol dire che non importa a quale categoria appartieni, il tuo contratto non può essere inferiore a quello. Poi ci sono i *convenios* differenziati per categoria (come i CCNL) dove vengono stabiliti dei minimi per settore e per regione e questi, come in Italia, vengono negoziati tra le parti sociali.

  4. Intenditore qui, vi tolgo un potenziale baculum contro l’articolo.

    I problemi dei CCNL sono che: (1) non sono obbligatori e (2) non sono vincolanti.

    (1) I CCNL sono contratti e, come tali, valgono solo per le parti che li stipulano (a differenza di un’ipotetica legge sul salario minimo che, come tale, è erga omnes, ad appannaggio di tutti).

    Elaborando un po’ nello specifico con un esempio concreto: se l’azienda A, associata a (invento:) confindustria, opera nel settore metalmeccanico e confindustria (associazione datoriale) ha firmato un contratto con i sindacati (associazione sindacale) chiamato X, l’azienda A è obbligata ad usare X come contratto lavorativo. Questo in ragione del fatto che il contratto è vincolante per le parti (sindacati + confindustria) e coloro che sono associati alle parti (nello specifico, l’azienda A).

    D’altra parte, l’azienda B, che non fa parte di alcuna associazione datoriale, può applicare i contratti Y, Z, W, ecc., o applicarne uno suo creato dal nulla (autonomia contrattuale delle parti).

    Ci fu un caso (mi sembra l’Unipol di Cimbri; mi sembra nel 2014 dopo il take over di Fondiaria-Sai) in cui l’Ad decise di uscire da Ania (l’associazione datoriale delle assicurazioni) proprio per limitare il potere dei sindacati di imporre i contratti (CCNL) in essere, così da poterli ricontrattare, a livello di singola compagnia, al ribasso.

    Alla fine fu un nulla di fatto, ma i lavoratori ne uscirono con le ossa rotte e un contratto che era poi una sintesi peggiorativa.

    A dimostrazione di come sia legale e relativamente facile piegare il mercato del lavoro a logiche mercantilistiche.

    (2) Gli unici vincoli sono la costituzione agli articoli 36 e 4 comma 2, uniti ad una serie di sentenze sia della cassazione, sia della Consulta, per i quali, in linea generale «I CCNL rappresentano il minimo, in via presuntiva, della retribuzione spettante al lavoratore» (virgolettato mio, per sintetizzare).

    Questo significa che se l’azienda B decidesse di retribuire i propri lavoratori meno del contratto X firmato da Confindustria e Cgil, un giudice del lavoro — su ricorso del lavoratore — è altamente probabile che glielo annulli (d’altra parte, la retribuzione non è solo salario, ma è anche orari e benefit). Così com’è altamente probabile che il giudice, se si accorgesse che nel contratto Y dell’azienda B c’è un riferimento, anche solo indiretto, al contratto X firmato dalle parti sociali, disapplichi Y in favore di X.

    Tutto ciò porta alla nascita di numerosi sindacati “di comodo” che servono a giocare al ribasso, per agevolare la parte datoriale (un esempio tangibile, salito ai fatti di cronaca, è l’UGL romana di Durigon, attuale sottosegretario al ministero del lavoro).

    In definitiva, statisticamente parlando, la retribuzione minima è garantita ufficialmente nel 80% ca. dei casi in Italia e ufficiosamente nel 60% ca., al netto di fenomeni di assunzioni in nero o con fuori busta. Una legge sul salario minimo risolverebbe il problema alla radice, con buona pace dei sindacati e delle varie associazioni datoriali.

    L’esempio della Spagna e virtuoso e andrebbe seguito.

  5. La Spagna piano piano ci sta mangiando. Anche a livello di informatica tantissime creano hub lì, pur avendo più senso farlo in Italia per costi e competenze. Siamo stati veramente fottuti da una generazione di incapaci e totalmente focalizzati sul proprio tornaconto.

  6. L’aumenta seguendo l’inflazione…il problema è che noi tenendo fermo a partita di moneta unica e libera circolazione delle merci in UE dovremmo attrarre imprese/produzioni… Così invece non è.

  7. Più che altro la Spagna degli ultimi anni è la prova che se i partiti che si definiscono di sinistra una volta al governo fanno politiche ( economiche ) di sinistra alle urne poi vengono premiati.

Leave a Reply