
Trovata morta in un dirupo una 27enne, il dramma a Somma Vesuviana: l’ipotesi sul suicidio legato agli esami all’università – OpenOnline

Trovata morta in un dirupo una 27enne, il dramma a Somma Vesuviana: l’ipotesi sul suicidio legato agli esami all’università – OpenOnline
27 comments
>Diana Biondi avrebbe mentito alla famiglia sulla sua laurea in Lettere moderne. Un esame di latino la separava ancora dal traguardo, ma la giovane aveva già annunciato ai parenti la data per discutere la tesi, nonostante fosse fuori corso. L’ipotesi degli investigatori è che la 27enne abbia scelto di morire pur di non deludere chi le voleva bene.
Il dramma di ragazzi che scelgono la strada del suicidio è purtroppo un argomento sempre presente.
>Il nostro portale Skuola.net, che da sempre segue questo tema raccogliendo puntualmente i casi di universitari che si suicidano (o tentano di farlo) per motivi di studio – perlomeno quelli che balzano alle cronache – ha notato che la media annuale di questi episodi sta crescendo: da circa uno-due casi l’anno, dal lockdown in poi si è arrivati anche a quattro casi accertati nel solo 2022. Solamente nell’ultimo triennio si parla di una decina di morti. In uno scenario che vede crescere i suicidi tra i giovani anche complessivamente: nel 2021 il 12% dei decessi in età compresa tra i 15 ed i 29 anni è da attribuirsi a un gesto estremo.
https://www.huffingtonpost.it/blog/2023/02/03/news/giovani_universitari_suicidi_negli_ultimi_tre_anni_almeno_una_decina_di_casi_gli_studenti_troppa_pressione_e_nessun_supp-11245317/
A chi può pensare che siano casi isolati purtroppo la realtà sembra diversa. Sono i corsi universitari troppo pesanti che spingono i ragazzi a mentire ed entrare in un circolo vizioso da cui non riesco o più ad uscire?
Quanto aiutano gli sportelli di ascolto nelle università?
Come possiamo dire che sia accettabile la morte di ragazzi universitari solamente in nome del progresso, dell’economia? Come può non essere questo un argomento centrale all’interno del dibattito politico?
Molte volte questi casi non arrivano al suicidio, ma rimangono situazioni di stress, burnout e altre situazioni gravi che richiedono anni di percorsi per poter tornare ad una situazione più comune a quella di un ragazzo di quell’età.
È un argomento che mi sta molto a cuore perché una persona nella mia famiglia ha avuto una di queste esperienze che, anche se non è arrivata a compiere il gesto estremo, ha dovuto passare 10 anni in terapia per poterne uscire. Una persona splendida all’inizio degli studi che, causa pressioni di parenti, a pochi mesi dalla laurea, è stata condizionata a cambiare percorso di laurea che ha comportato alla fine all’abbandono e all’incapacità di realizzarsi lavorativamente oltre a risultare nevrotica, stressata, ansiosa e depressa, con annessi attacchi di panico.
Ste cose mi fanno bestemmiare perché da un lato ricordo le pressioni di certe situazioni ma dall’altro ricordo anche come se ne esce , a questa poveretta è mancato il dialogo e/o l’appoggio di quelle persone che ti dicono “non fa nulla ” domani ne riderai .
Purtroppo questa non può ridere più di certe preoccupazioni , molto triste
Io ho opinioni contrastanti, sicuramente le università e i professori sono disumani ma molto spesso la colpa è imputabile anche alla tendenza moderna che l’università sia per tutti e che tutti possano laurearsi, c’è gente che non è fatta per il carico di studio universitario sia psicologicamente oppure proprio a livello di mezzi intellettuali. Queste persone non dovevano a prescindere essere spinte a iscriversi all’università. Perché da quello che traspare da tutte le varie pagine di instagram che ho letto parlare di questi argomenti è che praticamente le università dovrebbero essere banalizzate per permettere a tutti di laurearsi senza difficoltà.
L’ultima ragazza che si è suicidata era studente di scienze dell’educazione ed era bloccata da anni. Questo non è un corso che richiede un enorme carico di studio, probabilmente l’università non era la via adatta per lei, secondo me dovrebbe essere potenziato il servizio psicologico delle università per spingere queste persone a capire qual è la loro via ed eventualmente fargli capire che l’università non è un obbligo. Non cominciare a dire cose tipo la procrastinazione è paura di avere successo e non pigrizia oppure il merito che uccide che secondo me sinceramente sono stronzate oppure di proporre di togliere il concetto di fuoricorso, che l’ultima cosa che ci manca come paese è avere altri ragazzi parcheggiati all’università fino a 35 anni a campare coi soldi dei genitori e assolutamente convinti che sia normale.
Di contro ci sono poi quelli che si laureano in tempo e ostentano 30L, 110L, frasi come “Nuova classe dirigente in arrivo!”. Purtroppo è un mondo o almeno un paese bastardo. C’è sempre questo clima di prevaricare sugli altri anche umiliandoli.
Io ho un’opinione un po’ unpopular.
Ovviamente non sto criticando la ragazza in questione (lei e la sua famiglia hanno tutta la mia solidarietà e il mio affetto in questo momento ), ma ne faccio un discorso più generale.
Il primo punto che bisognerebbe cambiare è quello di dire che l’università non è per tutti; si può avere un lavoro dignitoso (e magari anche guadagnare più di un laureato) senza la laurea o addirittura senza il diploma.
Il secondo punto, che è forse quello più importante, è che il fallimento (in ogni ambito della vita: scolastica, affettiva, lavorativa, etc.) non è una cosa di cui vergognarsi e ti aiuta a diventare più forte, a capire i tuoi limiti e a migliorarti. Purtroppo anche i social, dove tutto è perfetto ma finto, non aiutano.
Con tutta la franchezza, me ne assumo la responsabilità, dico in primis che chi parla di *problema sistemico* per i suicidi degli universitari ha problemi seri con gli ordini di grandezza. In secondo luogo, iniziare a dire che il problema è *il sistema* è ancora più ridicolo, in primo luogo perché accusare il sistema delegittima e manca di rispetto ad una scelta che seppur tragica è personale ed individuale, ed inoltre siccome siamo nel periodo in cui studiare è più facile e dove la pressione sociale è decisamente minore (vogliamo davvero confrontare la pressione sociale di oggi con quella dell’epoca vittoriana per esempio?). Diciamo le cose come stanno: alle persone non frega un cazzo se non ti laurei, se ti laurei, con quanto, come o in cosa. Fuori dai social, il mondo reale se ne sbatte delle persone. Il fatto che bisognerebbe invece analizzare è che chi si toglie la vita ha dei problemi di comunicazione con il prossimo e di gestione delle situazioni, sono persone deboli che vanno aiutate e alle quali bisogna stare vicini. Io compirò 25 anni il prossimo mese, mi sono laureato in triennale lo scorso mese con un misero 93/110 dopo aver cambiato corso di studi ed aver perso mezzo semestre per depressione, al contrario dei miei amici e coetanei che lavorano e/o hanno terminato la magistrale a pieni voti. A quanto pare sarei dovuto essere già al camposanto da un pezzo. Invece non mi è mai passato per l’anticamera del cervello di ammazzarmi, sono più vivo che mai e sprizzo di energie, perché intorno a me ho persone che mi sostengono sempre e che mi ascoltano quando ho dei problemi e mi aiutano a risolverli, con il tempo ho imparato ad affrontare i problemi, a prendermi la merda in faccia ed andare avanti, tutte cose che, duole dirlo, non hanno e/o non hanno imparato chi si toglie la vita. Tutto questo pippone per dire semplicemente che la prima cosa per evitare un suicidio, ma anche banalmente stress, ansia o bornout è aprirsi e parlare, sfogare i propri problemi con le persone che si hanno vicino.
Io ho capito che il mio corso non faceva per me all’inizio del secondo semestre del primo anno e ho mollato (complice anche l’inizio della pandemia). Poi ho ripreso con un altro corso che sto concludendo, per fortuna ho trovato la mia strada.
Ma come mi sentivo prima di mollare, aiuto, ero visibilmente depresso a causa degli esami impossibili e la paura di deludere i genitori, uscivio di casa sempre con i soliti 4 stracci e mangiavo continuamente dal nervoso. Nessuno studente dovrebbe sentirsi così.
Mi ritengo fortunato ad aver trovato la mia strada ed essere soddisfatto del mio corso, non oso immaginare come sia essere in procinto di laurearsi con burnout in corso e dubbi esistenziali.
Unpopular opinion, forse.
Ma io renderei il libretto universitario accessibile ai genitori, come avviene ad oggi per tutti gli altri ordini di studio.
È possibile che 19 – 21 anni non sia ancora un’età abbastanza matura per prendersi una responsabilità da “adulti” come gestire in autonomia l’impegno universitario.
Edit.
Vorrei sapere quanti dei downvotatori hanno fatto/stanno facendo l’università pagandosi da soli tutto senza alcun supporto materiale da parte della propria famiglia e quanti invece ogni weekend tornano a casa da mammina con la valigia piena di biancheria sporca per il bucato.
7 commenti, tutti e 7 che aprono con unpopular opinione tutti e 7 che dicono che non c’è nessun problema nell’università italiana.
Reddit momento, i guess.
Ma che poi, mica è obbligatorio laurearsi, bisognerebbe semplicemente non vedere il ritiro come un fallimento. I miei amici più felici, in Veneto, sono i non laureati, posto fisso, stipendio sicuro, progressioni per anzianità e via :).
ricordiamo insieme che il suicidio è un comportamento complesso e sempre multifattoriale, non c’è “un motivo” che porta un individiuo al suicidio, ma un contesto, una probabile polipsicopatologia e delle circostanze
Sarei finito allo stesso modo se non avessi avuto genitori e amici che mi continuavano a ripetere “eh vabbè dai”, mia mamma mi disse una volta, in uno dei suoi soliti ragionamenti deprimenti sulla morte che non mi piaceva sentire, “anche se morissi domani, so che tu te la caverai sempre, sei fatto così”. Ed è proprio questa frase che mi ha salvato più di una volta, qualunque situazione difficile mi si pari davanti mi ripeto “me la caverò” e mi rilasso di colpo
Madonna ma non e possibile
Considerando che alla ragazza mancava un esame, questa storia potrebbe portare alla luce un altro tipo di problematica che mi sembra di capire non si discussa qui e cioè quella che io chiamo “crisi da fine università'”. Gli ultimi esami, la tesi e la sensazione che un tipo di vita stia per finire ed un’altra si apre *piena di incognite ed incertezze*. A me successe una cosa simile, a pochi esami dalla laurea mi guardavo in giro: un mercato del lavoro merdoso, situazione economica sempre deprimente, le aspettative dei familiari (trovati un lavoro, fatti una famiglia, vai a vivere per conto tuo…) con anche il fattore di rendersi conto magari di aver sbagliato corso di laurea, di aver preso una cantonata ecc.. Insomma il trapasso universita–>post universita’ puo’ essere traumatico e questo *soprattutto se il percorso universitario si e’ protratto per molto tempo fino alle soglie dei trenta e piu’*, eta’ in cui si presume che una persona dovrebbe avere gia’ una vita professionale indipendente.
Bene, ora i miei genitori ricominceranno a guardarmi con sospetto con una sola domanda in testa.
Non so veramente che dire, mancava un esame, uno.
Veramente ormai la pressione sociale è tale che per un esame ci si butta via?
Sarà che son vecchio, sarà che ho sublimato in me il menebattolaciolla a livelli ormai elevatissimi ma veramente non capisco.
Sarò banale ma per me la radice del problema non è l’università. Non sto dicendo che gli atenei stiano facendo tutto quello che si possa fare per rendere efficace e il meno spiacevole possibile il percorso. Solo che, francamente, credo che tutto quello che potrebbero fare non sarebbe comunque risolutivo al 100%.
Abbiamo stipendi bassi, indici di povertà che si impennano, lavoratori che rimangono poveri, sanità che sta letteralmente andando a rotoli e abbiamo pochissimo margine di manovra, sia come Paese, sia individualmente.
Capita di accorgersi più tardi di altri di aver sbagliato strada, o di doverla cambiare per cause esterne, o che semplicemente serve più tempo per compiersi, per mille ragioni diverse. L’università non è per tutti, ma quasi. Non serve essere fenomenali, basta applicarsi e avere la mente abbastanza libera per farlo.
La fretta è il primo nemico dei lavori ben fatti, laurea inclusa. Stigma e pressione sociale spesso accompagnano il percorso di chi già teme un futuro incerto, per il quale pensa che proprio la laurea possa essere un aiuto.
L’istruzione è agevolata in molti casi, tra ISEE, borse, alloggi, ma in molti altri non la è. Ci sono famiglie che stentano a sostenere gli studi, magari da fuori sede, dei figli. Ci sono aspettative e speranze e sono più o meno consapevolmente sulle spalle di un giovane adulto. È facile, per qualche esame non passato, entrare in una spirale che porta a non passarne altri. Lo sappiamo.
Magari a casa è difficile parlarne, magari i colleghi non capiscono, magari magari magari.
Io penso che quella di Diana, e prima della giovanissima allo IULM, del 29enne di giurisprudenza a Bologna, del 23enne sempre a Bologna e di tutti gli altri sia una perdita umana e sociale così stupida, menefreghista e schifosa che dovrebbe far venire la fronte fredda a tutti. Come possiamo lasciare indietro qualcuno disposto a crepare pur di non sentirsi di peso per gli altri? Sarebbero i primi da ascoltare e aiutare, sarebbero i primi a non doversene andare. Il costo per salvarli non credo che sia così alto. Un ateneo conosce la posizione di ogni studente, è davvero così impensabile cercare chi è stranamente indietro? Per questi studenti andrebbero organizzati degli incontri con dei tutor per pianificare passo a passo la carriera oppure aiutarli con difficoltà specifiche. A volte basta quello. E invece dove serve ci sono gli psicologi. L’unica differenza è cercare attivamente chi sta così male che neanche fiata, o chi pensa di essere così in ritardo che 4 mesi in più per laurearsi ed un ultimo esame sono peggio di smettere di respirare.
Il problema non è che le università sono “troppo pesanti”, il problema è che le università contribuiscono (insieme a tutto il resto del sistema sociale) ad una logica della performance e dell’ottenimento “in tempo” di standard rigidi e prefissati che caricano necessariamente di stress e di senso di inferiorità chiunque per un motivo o per l’altro non stia al ritmo.
È una distinzione importante.
Le università trovo siano anche troppo semplici e generose di voti al giorno d’oggi, altro che pesanti.
Il problema è che pretendono le cose sbagliate.
all’università uno studente deve poter trovare difficoltà, fallire un esame, prendersi il suo tempo e crescere ed evolversi a proprio modo.
Ormai si spinge i ragazzi al pezzo di carta fatto in fretta e ai voti alti a test tutt’altro che in grado di valorizzare la reale evoluzione di uno studente.
Depression is real!
Io ho perso le parole, ho perso la speranza in uno stato che accudisca i propri giovani, uno stato che come minimo dovrebbe tenerseli stretti queste menti in fasce.
Io ora sono all’ultimo esame, 2 anni e mezzo in ritardo e con 1 mese di “riposo” alle spalle.
Ho intrapreso un percorso con una psicologa e mi sto prendendo il mio tempo, ero ad un passo dal fallimento, ma non mollo mai, è l’unica cosa che so.
Il problema è li, non tutti hanno la freddezza di dire “Stop! Cambio e ricomincio” o la caparbietà di abbassare la testa e ripetersi “Sei forte, puoi farcela”.
Un mio sogno nel cassetto è aiutare le persone, ma non so mai dove cominciare, faccio le mie piccole cose, i miei gesti quotidiani, mi spingo a far di più. Quello che mi ha insegnato veramente di che pasta sono fatti è stata una maratona, 42 km interminabili, ho sofferto, ogni minuto, ogni secondo, ma l’ho finita, questa è una metafora della vita, nulla di grande è semplice.
Per farvi capire meglio la mia metafora, anche se non andrebbero spiegate se fatte bene, vi racconto un po’ la mia esperienza.
Mi sono allenato con poca costanza e con tante supposizioni sbagliate. Sono arrivato al giorno della maratona con le gambe che tremavano, ma li, con lo stomaco contorto, ho fatto il primo passo, poi il secondo e via così.
Al km 30 mi sono sentito male, quel dolore infernale, le gambe che urlavano, chiedevano venia. Ogni piccola particella del mio corpo chiedeva la tanto amata doccia e dormita.
È proprio lì che ho capito di che pasta sono fatto, ho stretto i denti e ho fatto altro 12km, con urla e zoppicando, sangue ai piedi e vista annebbiata. Ho spinto, ho sputato sangue, mi sono accasciato e ho accettato una bottiglia di acqua dai soccorsi, ma mi sono rialzato da solo e ho finito.
Bene, questa è la vita, sofferenza, dolore imponente, traguardo lontano ma certo ed incerto. Sono tutte caratteristiche fondamentali della vita. Io le ho battute quest’oggi, sto anche per finirle nel mio percorso di studi, ma altri non possono farcela, siamo tutti diversi e ognuno ha i suoi limiti ed i suoi punti di forza. Bisogna riformare, controllare e soprattutto aiutarsi l’un l’altro.
Detto questo, la politica italiana è ahimè quasi morta per quello che vedo, leggo e sento.
Fa male solo a vederla in televisione, questa ragazza è l’ennesima vittima della politica italiana, dei professori impreparati e degli alunni allontanati dalla loro natura umana, quella che ti spinge ad aiutare chi è in difficoltà.
Domani, fatemi il piacere, guardatevi intorno e cercate nei volti delle persone che fanno parte della vostra routine, un indizio di malessere. Intervenite o fate intervenire.
Un ragazzo perennemente sofferente, arrabbiato e stanco.
C’è un motivo se mi chiamavano l’Uomo Lagno 🙂
TL:DR
Prendetevi 5 minuti e leggete :p
che dolore.
no amici l’università non c’entra.
nessuno si suicida per un esame di latino.
anche io mento dicendo che ho fatto una cosa e invece non l’ho fatta.
mento così da anni per non avere rotture di coglioni o per accontentare chi mi chiede e non succede niente né ho mai pensato di farmi fuori.
poi 26/27 anni é tanto ma mica una roba esagerata.
ahimè qui c’è l’abisso dell’animo umano.
un abisso insondabile e misterioso che dovrebbe indurci a non giudicare mai.
Frequento la stessa università da ormai quasi 3 anni computi (ma non la stessa facoltà!!) e parliamoci chiaramente, il sistema universitario è assolutamente malato e DEVE essere cambiato. Nel giro di 3 anni, avvicinandomi al mondo universitario, ho sentito mensilmente notizie su questi ragazzi che si sono tolti la vita a causa dell’università (o, secondo me, _anche_ a causa dell’università), tant’è che oramai queste notizie, purtroppo, non mi fanno lo stesso effetto perché “abituato”. Prima da fuori mi chiedevo come mai, ma adesso che la vivo ho avuto così tante esperienze, dirette e indirette, che mi fanno promettere che se avessi la possibilità di cambiare le cose, lo farei sicuramente: umiliazioni durante l’esame, professori che detengono un potere spropositato e assoluto, ragazzi bocciati 27 volte allo stesso esame, studenti costretti a venire in orario al tirocinio sennò erano obbligati a fare le flessioni, prestazioni sessuali in cambio dell’esame, molestie, e tante altre cose che mi fanno credere che l’università è un mondo a parte e che questo mondo sia troppo malato e che, stranamente, a nessuno frega. Questa notizia sarà come tutte le altre, polarizzerà le opinioni (chi dirà che lei “è una buona a nulla, è una debole, nella vita c’è di peggio di un esame non superato” e chi invece darà la colpa all’università) ma fra una settimana massimo tutti la dimenticheranno e l’università sarà bella e buona fino al prossimo suicidio. E, parere personale, questo è anche colpa di una classe politica così distante dai giovani, che oramai non interessa del nostro benessere fisico e mentale (che sta andando a puttane, lasciatemi il termine. Vi basti solo sapere che i centri d’aiuto psicologico dell’università sono sempre pieni, se ti prenoti avrai la visita dopo un paio di mesi..) ma interessa solamente se facciamo figli e al massimo se andiamo a lavorare
Io però vorrei che da queste tragiche vicende si iniziasse a parlare di quanto sia influenzante la famiglia invece che dare sempre la colpa a una vaga società che ci impone le cose perché guarda caso queste cose non succedono nelle famiglie più disagiate ma in quelle “perbene”. Siamo in Italia, non in Giappone o Corea del sud o in certi ambienti anglosassoni, dove se non studi come un matto nelle migliori scuole e prendi il massimo dei voti vieni ostracizzato dalla società. Si fa a gara a prendere diplomi, lauree, con voti altissimi ma perché, per chi? A nessuno letteralmente nessuno importa. Mai una volta che mi abbiano chiesto il voto di laurea, la tesi fatta, gli esami dati, per trovare lavoro contano molto di più le conoscenze relazionali e le competenze pratiche. Siamo tra i paesi col minore numero di laureati in Europa e un continuo martellare su quanto laurearsi non conta nulla che tanto non si trova lavoro e si guadagna di più a fare l’idraulico e l’estetista. La verità è che al giorno d’oggi i genitori vedono i figli come dei progetti, dei trofei da esibire, sono tutti geni, tutti speciali, non c’è alcun vero dialogo in famiglia, nessun rispetto per l’individualità, la personalità dei figli. I figli devono quindi aderire alle aspettative dei genitori, renderli fieri, non farli sfigurare e questo a mio avviso è il punto centrale dell’angoscia e dell’ansia e della vergogna di molti giovani anche perché da loro dipendono anche in età adulta sia economicamente che psicologicamente.
Ennesima unpopular opinion: una causa probabile non potrebbe essere anche la velleità del sistema scolastico precedente all’università?
beh c’è chi aveva pure il militare davanti
Nessuno si ammazza solo per questo, sicuramente ci sono altre motivazioni dietro al gesto, motivazioni che non conosceremo forse mai.
Ma non è per l’università.
Io sono il prossimo