Unesco, per il 2023 Roma candida la cucina italiana come patrimonio dell’umanità

14 comments
  1. L’aspetto interessante e che non sapevo è che altre cucine, come quella giapponese (washoku) e quella francese, contribuiscono già al patrimonio immateriale unesco.

    Da precisare che non sono i cibi veri e propri il patrimonio quanto la tradizione e il servizio che vi ruotano attorno.

  2. Molto contrario, la cucina italiana non ha bisogno di essere pubblicizzata ulteriormente e abbiamo già pizza napoletana e dieta mediterranea. Spenderei energie su altre candidature, non legate a pasta, pizza e mandolino.

  3. Onestamente, pensavo fosse un’idiozia ma se ci sono cucina francese e giapponese penso sia doveroso includere anche quella italiana

  4. Anch’io pensavo fosse stupido ma se quella francese e giapponese ci sono allora sì, giustissimo.

  5. Basta che non incentrino la candidatura sulla pasta e la pizza e i soliti cibi stereotipati (risotto, espresso), non se ne può, anzi dirò di più, la percezione straniera (Americana in primis) del cibo Italiano sta contribuendo a mutare la percezione Italiana del cibo Italiano.
    Penso che le tradizioni stiano andando a farsi benedire, mi viene in mente l’espresso che ha mandato in pensione tutti gli altri caffè tradizionali regionali, tipo Bicerin o caffè Leccese.

    Sembra quasi che le tradizioni culinarie stiano passando da tradizioni con portate multiple in cui si attribuiva grande importanza anche a secondi e contorni (pesce, carni, formaggi, etc…) a una tradizione eccessivamente focalizzata sui primi.
    Per non parlare della tendenza a voler normalizzare il food porn, mi vengono in mente cornetti e prodotti pasticceri (neanche freschi ma surgelati e riscaldati) ripieni con enormi quantità di creme superzuccherate e ipercaloriche che appena gli dai un morso ti alzano l’indice glicemico, piatti di pasta con assurde quantità di formaggi, besciamella, latte e quantità industriali di sughi rossi, etc…..

    Dai Francesi e dai Giapponesi bisogna imparare molte cose. Ad esempio i Francesi le loro croissants, le loro baguette e la loro pasticceria le sanno valorizzare, non penso ricorrano ai prodotti surgelati e se lo fanno probabilmente lo fanno in minoranza, ancora sanno apprezzare le tradizioni artigiane e hanno città piene di pâtisseries e boulangers (pasticcerie e fornai), qui invece è raro trovare un bar dove far colazione che venda cornetti e roba fresca di qualità. I giapponesi invece non si fanno problemi a innovare il cibo ma comunque non lo stravolgono e mantengono “il rispetto”che hanno verso di esso. Mangiar bene non è solo ingozzarsi, ma anche saper apprezzare il gusto, la qualità, gli aromi, la provenienza delle materie prime e mangiare con gratitudine di quello che si ha. Non metto in dubbio che questo ancora in Italia si faccia in certi luoghi, ma questa cosa è sempre minore. Altro che dieta mediterranea salutare, quella Italiana sta diventando tutt’altro, guardate i tassi di obesità nel Meridione o quelli dei giovani che non sono cresciuti con una cultura del cibo e si ingozzano di merendine industriali e bibite gasate.
    Oltre che focalizzarci troppo sugli “insetti” approvati dall’UE, sarebbe bene focalizzarci anche sugli oli vegetali che riempiono gli scaffali dei supermercati e sono diversamente salutari o le carni che allevate solo a mais e soia in allevamenti in condizioni precarie sono meno nutritive.

    Altro che mAdE iN ItAlY !1!1!1!111!

  6. Metà della cucina Italiana ha meno di 100 anni (anche perché a differenza dei francesi è stata iniziata ad essere formalizzata tardi, e sostanzialmente mai del tutto). Vedremo.

  7. Almeno questa volta non è un luogo (il costo degli affitti e della vita nella zona non impenna a cazzo)

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