Una premessa.

Amo la lingua italiana, sono un gran lettore, e mi sforzo quotidianamente di esprimermi con chiarezza (utilizzando i termini maggiormente aderenti al mio pensiero, semplificando, riassumento, rispettando il destinatario) pur non essendo un grammar-nazi: prediligo la comunicazione alla rigida correttezza formale (perdono errori se il contenuto ha valore), amo le contaminazioni, amo il concetto di lingua viva, che si adatta alle esigenze dei parlanti.

Spesso il contesto in cui comunichiamo rema in senso contrario – mi riferisco soprattutto alla lingua digitata – in cui la velocità delle comunicazioni spesso impatta sulla loro qualità (la colpa non è dei social network come insegna l’ottimo podcast [Malalingua](https://www.spreaker.com/show/malalingua)).

Nel tempo ho collezionato una lista di cattive abitudini, tic verbali, regionalismi, espressioni scorrette che puntualmente mi fanno aumentare la quantità di *cristomadonio* nel sangue (cit. by [W. Vannini](https://www.spreaker.com/show/dataknightmare)).

Provo a fare qualche esempio; aggiungete i vostri casi, se ne avete:

* *”il Marco, la Donatella”*: sono figlio di emigranti meridionali, e non ho mai fatto pace con l’abitudine tutta lombarda (forse di tutto il nord Italia) di anteporre l’articolo determinativo ai nomi propri. Di regola non andrebbe, ma è tollerato, e credo nessuno tranne i terroni ci faccia più caso (fermi lì, ce n’è anche per voi). A me muore un neurone ogni volta. Il peggio è che non si tratta di una pratica in via di estinzione, ma viene insegnata e perpetuata ai pargoli “vai a giocare a palla col Mattia!”. Non ce ne libereremo mai, a meno di non cambiare regione.
* *”dillo a mamma, dillo a zia”*: se siete meridionali lo sapete, ma ignorate quanto dia fastidio alle altre latitudini. Se è la zia a parlare, è meglio che inciti “Dimmelo”, piuttosto che “Dillo a zia!”.
* *”quelli che sono, quelle che sono”*: difficile da spiegare senza un esempio: “affronteremo quella che è la questione dei mezzi pubblici” invece di dire “affronteremo la questione dei mezzi pubblici”. A mia impressione, è utilizzato per infiorettare la comunicazione in modo barocco, appesantendo inutilmente senza aggiungere nulla al senso di quello che si sta cominicando, tipico del linguaggio commerciale o politico. La Crusca [ne parla qui](https://accademiadellacrusca.it/it/consulenza/rispondiamo-a-uno-di-quelli-che-sono-i-quesiti-pi%C3%B9-frequenti/1034).
* *l’abuso del “che”*: “Mi ha chiamato Marta che mi doveva dire” non suona meglio “Mi ha chiamato Marta per dirmi”? Oppure tutti i casi in cui possono essere utilizzati i pronomi relativi: “Luigi e Maria, che si sono conosciuti su Tinder, adesso hanno un bambino” non è meglio nella forma “Luigi e Maria, i quali (…)”? Negli anni ho trovato la lotta al “che” molto soddisfacente per raggiungere livelli di chiarezza e concisione superiori.
* *le “non parole”: sostantivi come “soldi”, “cosa”, “cibo”, verbi come “fare”, “dire”, aggettivi come “bello”, “interessante”* : esistono centinaia di sinonimi che esprimono con esattezza diverse sfumature e concetti, puntualmente impietosamente appiattiti da un termine generico e omnicomprensivo. Purtroppo anche a livello giornalistico sentiamo “I soldi del PNRR”, “I soldi del reddito di cittadinanza” (fondi?).
* *l’abuso di alcuni inglesismi provenienti dal web* (no, non è la solita crociata riportata agli onori delle cronache dal nostro ministro): mi diverte che si utilizzi “cringe” e “cringiare”, oppure “plot-twist”, Arricchiscono e rinfrescano il linguaggio. Di solito questi termini hanno un picco di moda e poi si attestano nell’uso comune. Trovo discutibile che per alcuni diventi totalizzante, e non li sentirai mai più utilizzare “imbarazzante” o “colpo di scena”. Questo sì che è cringe.

49 comments
  1. A me dà un fastidio mostruoso sentire “a lavoro” invece di “al lavoro”.
    Sarà sgrammaticato? So solo che ai tempi che andavo a scuola (curiosamente non “alla scuola”) sarebbe stato segnato come errore…

  2. >”Luigi e Maria, che si sono conosciuti su Tinder, adesso hanno un bambino” non è meglio nella forma “Luigi e Maria, i quali (…)”?

    Dai c’è differenza tra lo scrivere un tema e il parlare con un familiare….. In vita mia non ho mai sentito nessuno usare la seconda opzione che hai proposto, né in ambiti informali né formali.

    Se si legge una lettera o un discorso, allora sì.

  3. Odio quando i dialetti usano l’intransitivo come se fosse un transitivo es: “scendimi la borsa” 😤

  4. L’articolo davanti al nome lo trovo invece sensato perché veicola il significato di vicinanza con la persona interessata. Non è un Marco qualunque, magari l’interlocutore ne conosce diverse di persone con questo nome, ma è IL Marco specifico. Non so se mi sono spiegato nel miglior modo possibile ma spero si capisca.

  5. A me da fastidio chi usa inglesismi composti da più parole, li abbrevia e si perde il fulcro per strada. Cosa vuol dire “questa settimana sono in smart”, “il mondo dei social”, “per organizzare il matrimonio ho preso una wedding”? Bastonate sui denti.

  6. “Letteralmente” in senso figurato. Ormai viene usato *letteralmente* per tutto e non si capisce *letteralmente* più niente. E ora cosa dovrei usare per indicare il senso letterale? “In senso letterale” magari? Troppo lungo.

  7. A me dà fastidio quando dicono “assieme” invece di “insieme”. E quando dicono “fuori la/il” invece di “fuori dalla/dal”. Esempio: “i tifosi si sono radunati fuori lo stadio” invece di “i tifosi si sono radunati fuori dallo stadio”.

  8. Il paragrafo sul che è una troiata.
    “Che” è anche anche un pronome relativo, quindi il problema non si pone e le frasi esemplificative di OP non contengono errori o regionalismi.

  9. Letteralmente nessuno di questi mi dà particolare fastidio, a parte forse l’ultimo, se usato in modo esagerato. Per il resto o sono inoffensivi, o sono segno di povertà lessicale di chi parla (le “non parole”), o sono regionalismi innocui che al massimo rivelano da dove venga chi sta parlando (alla stregua di un accento). Anzi, ben venga che ci siano, a patto che non creino ambiguità. È bello che ci sia in po’ di varietà, viva il passato prossimo per descrivere eventi remoti, viva il transitivizzare verbi intransitivi, viva chi da del voi (per motivi non nostalgici, diciamo), viva i verbi impersonali “alla toscana”. L’italiano è noioso se lo parliamo tutti allo stesso modo, e un’Italia dove tutti parlano il “doppiatorese” è il mio incubo.

    La principale clausola la metto alle espressioni che cambiano il senso della frase, tipo ad esempio il _piuttosto che_ disgiuntivo, che mi infastidisce abbastanza

    Edit: ecco, forse mi infastidisce un po’ l’uso eccessivo di “riempitivi”. I “cioè”, “diciamo”, “come dire”, se usati più di una volta ogni manciata di frasi* mi fanno cadere le braccia. Così come le frasi ciceroniane con mille subordinate che non si sa dove vadano a parare, e nel parlato fan perdere il filo del discorso. Lì comunque è più un discorso di scarsa abilità oratoria

  10. A me dà fastidio la gente come te che usa la parola tic a sproposito.
    Avere delle abitudini verbali non è avere un tic.
    I tic sono un disturbo neurologico.

    Ogni volta che usate tic al posto di vezzo mi viene voglia di prendervi a schiaffi.

    È ora di smetterla di usare nomi di malattie e disturbi perché fa più figo.

  11. Odio il romanesco. Mi dispiace amici romani. Mi sa proprio di cafonazzo di periferia che vuole fare la voce grossa. Particolarmente antisesso in bocca a una donna

    Al secondo posto ci sono a parimerito il bresciano e il bergamasco

  12. Il fatto di “a mamma” e “a zia” è più complesso di così, un esempio più calzante sarebbe “me lo vuoi dire, a zia?” dove “a zia” significa “è tua zia che ti sta parlando” e non un complemento di termine.

  13. “Personalmente” prima di esprimere un’opinione che è sottinteso sia personale: “Personalmente trovo che bla bla”.

  14. A me infastidisce il romanesco alla morte, mi da proprio sui nervi, frase tipo “a coppa der nonno” perché *der*? Mi urta, mi urta il *Daje* e mi urta il tagliare le parole, mi infastidisce ogni volta che si usa il parlato romanesco per sembrare simpatici.

    Mi urta il *’mo* usato al posto di adesso. Mi urta il *figa* usato come intercalare. Mi urtano gli articoli davanti al nome proprio.

    Ma soprattutto mi urtano gli inglesismi da *yuppies* mutati dal mondo economico. Quelli veramente mi fanno incazzare.

  15. Ti faccio stremolire in modo strano: in Romagna usiamo l’articolo per i nomi femminili (la Francesca) ma non per i nomi maschili. Non ne so il motivo. L’abuso del “che” come lo spieghi è anche molto presente qua, perché è in realtà spesso il costrutto preferito in romagnolo.

  16. Per me riguardo agli articoli davanti ai nomi è il contrario: mi suona stranissimo non usarli. Sono cresciuto chiamando IL papà, LA mamma, IL Luca (mio fratello)… Riferirmi a mio fratello senza l’articolo davanti per me è come andare giro senza il portafogli nella tasca dei pantaloni, sento che manca qualcosa.
    Poi oh sono abitudini.
    Ah me invece danno fastidio le raffiche di “pota” che sparano i bergamaschi, o il raddoppio delle consonanti come vabbène invece di va bene o le storpiature di S e Z. Ad esempio penZiero al posto di penSiero oppure riŞorZe invece di riSorSe.
    Però la ciliegina sulla torta che mi fa strappare i capelli ogni volta che la sento è Monza con la Z di Zorro. Si dice Monza con la Z di ca**o per intenderci. A tutti i sacrosanti gran premi invece c’è sempre l’inviato che non sa nemmeno pronunciare il nome della città in cui si trova. Intollerabile. Me lo aspetto dallo straniero ma non dal giornalista per cui l’italiano e la dizione dovrebbero essere le sue competenze principali.

  17. > “dillo a mamma, dillo a zia”: se siete meridionali lo sapete, ma ignorate quanto dia fastidio alle altre latitudini. Se è la zia a parlare, è meglio che inciti “Dimmelo”, piuttosto che “Dillo a zia!”.

    A me la parte che da fastidio è il meridionalismo di non usare gli articoli. In questo caso è scorretto anche “dillo a zia”, bisognerebbe dire “dillo alla zia”. Simile situazione e fastidio per altri meridionalismi come “andare a mare”, “licenziarsi da lavoro”, invece dei corretti “andare AL mare” “licenziarsi DAL lavoro”.

  18. Posso sopportare quasi tutto ma mi urta sentire usare “vicino” come sinonimo di “sopra”. Ad esempio: “Mettici un’etichetta vicino” 😭

  19. > dillo a mamma, dillo a zia”

    Vabbè ma quando è un vero complemento di termine, anche se in terza persona invece della prima, non è terribile. A me urta quando è usato in modo completamente casuale come rafforzativo, come in “vai a fare i compiti **ammamma**”

    > (forse di tutto il nord Italia)

    fuori dalla Lombardia, solo davanti ai nomi o cognomi femminili, non quelli maschili.

  20. Mi da tremendamente fastidio sentire la parola “sono” troncata, come per esempio “so comodi…” al posto di “sono comodi”.

    Per non parlare dell’abitudine romanesca nel pronunciare la “g” al posto della “c”, oppure la “d” al posto della “t”… praticamente l’ultimo video di Giulia Crossbow ne è un buon esempio.

    Ultima cosa, e questa non so se dipende più dal fatto che molta gente non sa scrivere o parlare per bene o sia prerogativa di qualche dialetto, ma sento/leggo sempre più spesso “darli” al posto di “dargli” e “dirli” al posto di “dirgli”, e questo sia nello scritto che nel parlato… è una delle robe che più mi da i nervi…

  21. Vivo a Roma e mi da tanto fastidio la gente che grida AO per l’attenzione e anche le persone che si chiamano tra di loro “Amo'” (per qualche strano motivo lo fanno soprattutto le ragazze)

  22. “LA settimana prossima” cazzo! Si dice “LA settimana prossima”, non “settimana prossima”, bestie!

    Ora vado a vomitare sangue, scusate

  23. • “assumere” col significato di presumere, ennesimo contagio da oltreoceano, ed estremamente diffuso su ritaly (e non mi si venga a dire che arriva dal linguaggio scientifico)

    • L’abusato espediente usato da #$toryt€ll€r, specialmente su Facebook, con cui si comincia un papiro di post sbrodolone lacrimevole come se si stesse proseguendo un discorso (Es: “E poi, quando meno te lo aspetti, la vita trova il modo di sorprenderti…”). Figlio dei best-seller di Fabio Volo e di madre ignota ma sicuramente influencer

    • I titoli degli articoli giornalistici, solitamente d’opinione e vergati da intellettuali di sinistra (io lo definisco “titolo alla Saviano”) che cominciano con quello/quei/etc. (Es. “Quei bambini di Stocazzo sfruttati dalla malavita”). Aggiungo a sfregio i titoli del Post con “spiegato bene”, diretta emanazione dell’ipertrofico ego della direzione

    • Scendi il sedile

    • “Vez”, specialmente in bocca ai fuorisede arrivati a Bologna da un mese

  24. Dopo essermene reso conto, non riesco a sopportare l’uso smodato dei miei compatrioti veneti del passato prossimo, e in egual misura non riesco a sopportare l’uso eccessivo del passato remoto dei miei fellow pugliesi.

    “Ho comprato una macchina 20 anni fa” e “10 minuti fa andai a prendermi un caffè” sono ugualmente ridicoli per motivi polarmente opposti

  25. Io non sopporto i napoletani che parlano quel misto italo-napoletano, pensando che sia ovvio che tutti capiscano (sono e lavoro in Nord Italia).

  26. – “Donne incinta”;
    – le parole straniere con l’accento anticipato (al momento mi viene in mente solo “salopette” con l’accento sulla “a”, ma fra tutte è quella che mi infastidisce di meno);
    – quando le espressioni dialettali o simili non sono usate spontaneamente, ma per produrre un effetto sull’interlocutore, ad esempio per darsi arie da duri o provocare imbarazzo (“al mio paese diciamo così e cosà; ah, già, tu non mi capisci…”).

  27. >*”quelli che sono, quelle che sono”*: difficile da spiegare senza un esempio: “affronteremo quella che è la questione dei mezzi pubblici” invece di dire “affronteremo la questione dei mezzi pubblici”.

    Mamma mia, questo è bellissimo, ha tutto il sapore di giornalista di terza categoria del TG4 o TG5, quelli che dicono ‘la colonnina di mercurio’ in ogni stupidissimo report sul meteo

  28. Le donne INCINTA.

    Maledetti idioti imparate che incinta ha il suo plurale!

    “Gli ho detto” riferito a LEI.

    Brutti idioti imparate a scrivere LE!

  29. Recenti calchi dall’inglese quali “genuinamente” e “definitivamente”, usati come se fossero i traducenti di “genuinely” e “definitely”. Ci sono degli esempi anche in questo thread.

  30. In Veneto, penso principalmente nella provincia rurale di Treviso, il latte è una parola femminile.

    Piu di qualche volta ho avuto i brividi sentendo dire ‘A latte’ o ‘La latte’.

  31. Ami il concetto di lingua viva, quindi queste peculiarità che cos’hanno di diverso secondo te? Sono curioso. E poi, povero il *che* polivalente! Me l’hai ucciso. Era lì, innocuo e carino, che si faceva i fatti suoi, e invece…

  32. Il mio mo’ = adesso non riuscirò mai a correggerlo. Lo pronuncio senza pensarci, penso che faccia parte del mio accento con cui sono cresciuto e non m’importa cosa pensa la gente.

  33. Non sono d’accordissimo sul “dillo a mamma”, ma anche sul più spinto “mangia tutto a nonna”. Per quanto non sia bellissimo, ha una radice nel cosiddetto “dativo etico” di origini latine, che invece è diffusissimo (e.g. “stammi bene”). A rigore il dativo etico si usa solo con i pronomi, ma è comune con i bambini parlare in terza persona per insegnare le parole e i nomi (sono 9 mesi che ho un figlio e parlo sempre di me stesso come “papà”, perché prima o poi imparerà a chiamarmi papà), quindi anche io lo dico senza problemi “fai il bravo a papà”. Detto questo, ci vorrebbe la preposizione articolata.

    Le cose che invece non sopporto sono un paio di “meridionalismi” di mia moglie. Principalmente “lo scatolo” invece di “la scatola” e “vicino al muro” invece che solo “al muro” (i quadri per mia moglie sono “appesi vicino al muro”). Devo anche ammettere che il mio accento è nettamente più dialettale del suo, quindi non posso lamentarmi troppo.

  34. Io trovo fastidioso l’uso a sproposito dell’avverbio “appunto”, inserito in un contesto prima che sia qualcosa da precisare.
    Mi spiego con un’esempio: ad un esame orale il prof chiede “cosa mi sa dire del cancro al pancreas?”
    E lo studente risponde “Sì, allora, il cancro al pancreas è appunto una patologia neoplastica a carico del…”
    Ma “appunto” messo lì non serve a un cazzo visto che non è stato ancora detto nulla e quindi non c’è alcunché da precisare, né nella domanda compare alcun indizio sulla risposta a cui riferirsi.

  35. Mah, leggo tante sottigliezze nei commenti che sanno piu’ di OCD e sono lontane dai problemi veri della nostra lingua. Io odio il sessismo della nostra lingua che rafforza il divario sociale. Odio che se siamo 20 donne e 1 uomo, ci si riferira’ a col plurale **maschile**. Odio essere chiamata **ingegnere**, o chiamare una donna “avvocato”/”magistrato”/ “rettore” (guarda caso tutte professioni autorevoli). Ma soprattutto, odio i “diritti dell’**uomo**”.

  36. Locuzione che viene davvero abusata: “in qualche modo”.
    Giuro, almeno per il mio rilevamento, viene messa OVUNQUE.
    In qualche modo la guerra deve concludersi, in qualche modo dobbiamo calmierare i prezzi, in qualche modo bevo un bicchiere d’acqua.
    In qualche modo questa locuzione è diventata prezzemolina 😆

    Non parliamo poi di quelle a connotazione prettamente negativa: anni fa “analfabeta funzionale” si affacciava al mondo di internet, venendo usata con un minimo di cognizione. Ora, ad cazzum per ogni diverbio.

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