Il superamento dell’arte moderna, scalzata dall’arte contemporanea, ha portato all’abbandono di prospettiva e realismo, due capisaldi dell’espressione artistica occidentale dalla fine del ‘400 fino a metà dell’800. Nonostante l’arte contemporanea, pure quella più concettuale, abbia ormai anch’essa i suoi anni alle spalle (basti pensare alla fontana di Duchamp che ha già spento le cento candeline), sembra ancora impossibile da valutare, capire, e giudicare.
Condivido quindi quest’articolo che si domanda con quale criterio un’opera viene definita opera d’arte, poiché la trovo una discussione leggera ma interessante.
Premetto fin da subito che personalmente però non mi trovo pienamente d’accordo coll’autore. Secondo lui l’arte contemporanea, al pari dell’arte moderna, possiede comunque delle qualità estetiche oggettive dovute all’abilità della mano dell’artista:
> Così come dietro ad ogni stupefacente apparizione c’è un trucco, dietro ad ogni capolavoro, anche il più immediato e concettuale, si nascondono anni di fatica e di duro lavoro. Pensiamo ai celebri dripping di Jackson Pollock: il loro successo risiede nell’intelligenza e nella novità della modalità di esecuzione, certo, ma è innegabile che siano dei sommi esempi di armonia e proporzione. È questo il motivo per cui un qualsiasi mestierante ancora incastrato nell’espediente del dripping, e ce ne sono molti, produce quasi sempre scarabocchi insignificanti. Per i tagli di Lucio Fontana vale lo stesso, «sono solo dei tagli, riuscirebbero a tutti», sarà…, ma i suoi sono sempre così perfetti da far pensare che le idee migliori siano variopinte farfalle in cerca dell’ombra di dedizione e perizia. Anche chi persegue il brutto talvolta finisce per ottenere il bello. I laidi e corrotti feticci di Michel Nedjar possiedono una loro bellezza e non avremmo il coraggio di modificarne neanche il minimo dettaglio. Perfino la Merda di artista di Piero Manzoni, estrema negazione della ricerca del bello, in fin dei conti ci appare nella sua gradevolezza: le proporzioni del contenitore, il caratteredella scritta e la scelta dei colori ne fanno un esempio di assoluta eleganza.
Non seguendo più canoni tecnici ed estetici convenzionali, fingere che le opere d’arte contemporaneamente possano essere giudicate tali per via della loro bellezza non ha senso.
La ragione per cui le opere menzionate sono ritenute appunto opere d’arte sta tutta nel discorso che se ne fa.
Un po’ come avviene nel marketing, il prodotto (l’opera) viene confezionato, posto dentro una cornice discorsiva che gli capace di conferirgli un’aura, ossia la definizione di qualcosa come arte.
Così come le figure religiose hanno un fortissimo potere illocutorio e perlocutorio – grazie al quale tramite la sola voce possono condannare, benedire, sposare, maledire, santificare o scomunicare qualcuno o qualcosa – allo stesso modo le élite del mondo dell’arte (critici, espositori, curatori…) attraverso il discorso conferiscono l’aura ad un’opera, a prescindere dalle sue qualità intrinseche. Detta in parole povere, l’arte è ciò che viene definito tale, fine.
L’unico requisito reale è che l’opera possegga solo il valore di scambio, e sia perciò totalmente priva di un qualsivoglia valore d’uso; il che spiega l’esclusione arbitraria delle arti applicate (design, illustrazioni, fumetti…) dal mondo dell’arte vera.
Mi trovo invece d’accordo colla breve parentesi sul mercato dell’arte fatta nell’articolo:
> In ogni caso, il sistema di valutazione economica di un oggetto d’arte prodotto negli ultimi decenni è del tutto particolare, e non possiamo non guardare incuriositi allo scollamento definitivo tra valore e qualità del manufatto. In un primo momento l’artista si afferma sul mercato: a tale consacrazione intervengono fattori molteplici e non di rado esogeni al contesto strettamente artistico. Successivamente, la nostra valutazione della produzione di un artista è resa possibile dalla storia delle sue quotazioni. È per questo motivo che, spesso, la misurazione della potenza dell’idea o dell’efficacia estetica, se non ancorata alla presenza di un nome, scivola in un indistinto mare di relativismo. Può sembrare paradossale, ma a volte è più semplice valutare economicamente un oggetto di duemila anni fa che non un’opera d’arte concettuale eseguita il mese scorso e di cui non se ne conosce l’autore.
Warhol è stato uno dei primi artisti a capire questo sistema, riconoscendo la natura commerciale dell’arte. Le opere sono merce che, come qualsiasi altra merce, si compra, si vende, e talvolta ci si aspetta che porti profitto.
Interessante infine il discorso su appropriazione e firma:
> Marcel Duchamp prende un volgare orinatoio, frutto del lavoro di altri, e lo consacra opera d’arte. E Andy Warhol? Fa più o meno le stesse operazioni, e i suoi Brillo boxes non sono suoi, ma lo sono, e diventano le sue opere più emblematiche; è un truffatore dunque? Addirittura, egli firma direttamente le banconote: l’arte è così intrinseca al valore economico da identificarsi totalmente con la sua espressione, il denaro. Ma l’ideazione della banconota, né tantomeno la sua creazione, non riguarda Warhol. Dunque, egli si è appropriato di qualcosa che è stato sviluppato da altri. In casi come questi, lo scopo del nome, della firma, non è quello di rivendicare la paternità di un progetto, quanto di sacralizzare economicamente la banconota sovrascrivendo un nuovo valore al precedente, un nuovo valore relativo alla figura di Andy Wahrol. Relativo alla sua persona però, non al suo nome: la firma è il più immediato rimando all’aura dell’artista; è un mezzo, non un fine.
La firma dell’artista, specie se importante, ha quindi la stessa funzione del logo della marca su di un capo di lusso. Su questo si potrebbe anche aprire una discussione su come non troppo raramente la firma dell’artista non significhi che sia stato lui stesso a realizzare l’opera, come nel caso di artisti che firmano tele bianche pur di fare qualche soldo in più, oppure di artisti che hanno avuto l’idea ma hanno lasciato che dell’esecuzione si occupasse qualcun altro. La firma quindi, come detto correttamente dall’autore dell’articolo, non è altro che un trasferimento d’aura.
A questo punto chiedo a voi cosa ne pensate sia dell’articolo che più in generale dell’arte contemporanea.
La risposta sarà sempre:
A caso.
Tappo due paludi ed evoco “*I tagli di Lucio Fontana*”.
The mystery surrounding the Salvator Mundi, the first painting by Leonardo da Vinci to be discovered for more than a century, which has now seemingly gone missing.
E’ un documentario su come su una opera dubbia si sia costruita una tratta di denaro riciclato enorme.
Fuffa.
Un colossale circlejerk di “esperti” e “artisti” che fanno soldi sulle spalle di ricchi disonesti o scemi e di un pubblico di ignoranti che annuiscono e applaudono come foche ammaestrate per timore di non sembrare abbastanza à la page.
L’opera d’arte andrebbe valutata senza poter prescindere dalla difficoltà tecnica prima di tutto. Quella che in gergo sportivo sarebbe “impressione artistica” non può schiacciare tutto il resto, ancor più se si parla di non-figurativo e in generale di “installazioni” in cui la creazione non corrisponde alla creatività.
Piazzare un cesso in un museo è stato un atto di rottura, ma dopo tot ha pure rotto nell’altro senso.
È come il bambino che dice una parolaccia o la nonnina che smadonna. La prima volta ti sconvolge e ti scappa anche da ridere, perché sovverte le attese e i canoni. Dopo la terza, e quando diventa poi un’abitudine diffusa, sconfina nel fastidioso e nel cliché.
Quindi la tipica obiezione “che ci vuole a fare ______?” non è una stronzata da cafoni ignoranti. Anzi, per assurdo è più illuminata e distruttiva rispetto all’applauso dovuto e al silenzioso e sommesso assenso perplesso di chi, citando Ferrini, non capisce ma si adegua.
​
Tra un bell’olio su tela figurativo di Tizio e la vomitata di colori di Artista Rivoluzionario #525 continuerò ad apprezzare la capacità tecnica nel primo, pur essendo “derivativo e già visto”. Anche perchè il secondo non brilla comunque per innovazione.
​
Un po’ di mostre (locali) le bazzico e c’è uno snobismo assurdo che favorisce gente che non sa tenere un pennello/una matita in mano ma si atteggia da novello Warhol, fuori tempo di mezzo secolo.
Sarà il caso di ammettere che anche la provocazione in arte ha una data di scadenza, mentre la “fredda” capacità tecnica resta sempre una dote valida?
Ho avuto una discussione con la mia ragazza qualche settimana fa riguardo a questo argomento. Io, da ignorante un materia, sostenevo che secondo me l’arte contemporanea non può essere considerata arte e che il valore di un’opera è dettato soprattuto dall’artista e non dall’effettiva opera che viene creata (Ho anche un secondo pensiero, opposto al primo, che vede l’arte contemporanea come un qualcosa di possibile a tutti, basta un po’ di stravaganza e personalità. Questo va a collidere con pensiero iniziale e crea una discussione più ampia). Tale giudizio però è frutto della mia visione di arte, che a quanto pare è basata sulle opere “belle da vedere e tecniche” del passato. La mia ragazza ha cercato di farmi capire che spesso l’arte va oltre a quanto vediamo, ad esempio un certo tipo di ricerca nei tagli di Fontana (durata del tempo). Oppure al significato personale dell’artista (periodo doloroso della vita etc etc). Effettivamente quei tagli messi lì mi suscitano qualcosa (una sorta di attrazione), ma non riesco a definirli del tutto arte.
Capisco dunque che sono ancora lontano dal capire e poter parlare dell’argomento. Questo pezzo dell’articolo però ha dato in qualche modo ragione al mio pensiero iniziale:
> In ogni caso, il sistema di valutazione economica di un oggetto d’arte prodotto negli ultimi decenni è del tutto particolare, e non possiamo non guardare incuriositi allo scollamento definitivo tra valore e qualità del manufatto. In un primo momento l’artista si afferma sul mercato: a tale consacrazione intervengono fattori molteplici e non di rado esogeni al contesto strettamente artistico. Successivamente, la nostra valutazione della produzione di un artista è resa possibile dalla storia delle sue quotazioni. È per questo motivo che, spesso, la misurazione della potenza dell’idea o dell’efficacia estetica, se non ancorata alla presenza di un nome, scivola in un indistinto mare di relativismo.
Della serie, non importa il contenuto, ma chi lo ha fatto. E anche, un’opera può essere molto interessante, ma se non è accompagnata dalla *presenza di un nome*, nessuno se la fila (in contrasto col mio secondo pensiero).
Ho letto l’articolo, ma non mi ha portato a risolvere. Ha tirato fuori diversi spunti interessanti, ma senza concluderli. Mi ha comunque trasmesso una gran voglia di parlare di questo argomento.
**TL;DR**
A quanto pare non ci capisco niente d’arte perché per me un *volgare orinatoio* non potrà mai essere definito arte,
Consiglio a riguardo questi 2 video:
-https://youtu.be/V5sOuET8UWA
-https://youtu.be/ZZ3F3zWiEmc
Si riflette sempre meno di quanto si dovrebbe su *Il complotto dell’arte* di Baudrillard, che per certi versi trovo ancora molto attuale nonostante Baudrillard venga bistrattato e liquidato sommariamente come un “postmoderno” e quindi superato.
È un bell’argomento ed effettivamente è un bel problema. C’è un’intera branca della filosofia (Estetica) che si occupa proprio di definire cos’è l’arte, e la svolta contemporanea è ancora più problematica della già complessa definizione dell’arte classica. Ti suggerisco di dare una letta al capitolo 4 e al capitolo 1 del volume “Storia di Sei Idee” di Wladyslav Tatarkiewicz, trovi un meraviglioso riassunto sia sull’idea di bello che sull’idea di arte nella storia e nell’epoca contemporanea, e le problematiche associate.
Su Warhol: non ho il volume di riferimento sottomano, ma è opinione moderatamente diffusa che il suo approccio – come buona parte della ready made, Duchamp e Manzoni inclusi – fosse in realtà di critica al capitalismo del mondo dell’arte, e più in generale alla riproducibilità infinita degli oggetti. Una serie di turbo perculate, insomma, che paradossalmente non furono ben capite e suscitarono l’effetto contrario a ciò che gli artisti cercavano di comunicare. Secondo me la loro grandezza sta in questo: cent’anni fa Duchamp aveva già capito dove sarebbe andato a parare il mondo dell’arte, alla fine. E lo prendeva già in giro. Idem Warhol.
Oggi: c’è roba interessante, in giro, ma secondo il mio modesto parere c’è qualcosa che non va. Vedo, ad esempio, le quotatissime opere di Jeff Koons e… non riesco con tutta la buona volontà del mondo né a provare nulla, né a leggerci dentro nulla, se non autoreferenzialità esasperata, concetti datati e fondamentalmente speculazione. In certi casi riciclaggio puro e semplice. Molto probabilmente non capisco nulla io eh, però boh. E te lo dico da persona che ha apprezzato l’essere rinchiusa in una cella frigorifera da macellai qualche anno fa, come parte di un’esperienza artistica museale. Almeno quella era un’esperienza fuori dal comune e solitamente inaccessibile a larghe fasce della popolazione, pur non corrispondendo al concetto tradizionale di arte.
In ogni caso (e finisco qui il papiro) tendenzialmente dietro a ogni opera c’è qualcosa in più rispetto alla semplice soddisfazione estetica, e la necessità di studi/competenze ulteriori per comprendere appieno un’opera in realtà c’è sempre stata, anche se forse qualche tempo fa c’era meno “fuffa” in giro. Così come c’è sempre stata la critica – anche feroce – ai “nuovi” artisti: basta pensare all’accoglienza che ricevettero gli impressionisti, ad esempio.
Ma l’arte deve continuare a muoversi: per continuare a esercitare la sua funzione deve tentare di superare la tecnologia disponibile in quel determinato momento storico, trovando sempre nuove modalità espressive. Oggi è obiettivamente un problema: chiunque può fotografare un paesaggio meraviglioso, o creare ambienti fantastici con Stable Diffusion, o “coniare” pezzi digitali limitati, giusto per fare due esempi volanti. Chi cerca nuove modalità espressive imho si sta trovando in una brutta situazione: si muove in un contesto in continua evoluzione, e deve cercare di superare sia ciò che è la nuova quotidianità, che una competizione sempre più ampia e feroce. Per essere innovativi, forse, qualcuno scade senza accorgersene nell’assoluta e poco interessante autoreferenzialità. Abilmente mascherata da quell’aura di esclusività che piace tanto agli investitori, naturalmente, ma quello è compito del marketing e delle agenzie stampa, non tanto colpa (o merito) dell’artista.
La mia citazione preferita:
> The Critic As Artist / by Oscar Wilde
Anche se poi sto citando il titolo e non il contenuto.
In un certo senso, l’arte è l’apoteosi del superfluo (altrimenti si potrebbe posare la penna e iniziare a zappare, per continuare con le citazioni del medesimo) e ha valore soprattutto per via del consenso sociale (incluse le transazioni commerciali che genera).
Anche perchè c’è molta più produzione di oggetti “artistici” che domanda per gli stessi e tempo/voglia/capacità di fare una cernita. Ed era così anche cento o duecento anni fa.
Da cui il ruolo dei critici/intermediari, che letteralmente fanno e disfano gli artisti o i movimenti – che sia Christgau, Bonito Oliva o Kenneth Tynan o persino John Peel.
E quindi come si valuta l’opera d’arte?
Forse alla fine come valutiamo tutto il resto: con i soldi. Alla fine, in gran parte la valutano i critici, e un critico che non riesce a creare (o a muovere) un mercato è un critico che deve cercarsi un altro lavoro.
Insomma, conclusione banale alla fine di un post che partiva senza risposta 😛
Praticamente non sappiamo come valutare i titoli di borsa, figurarsi le opere d’arte. In ogni caso basta metterle all’asta per vedere il loro prezzo.
L’arte moderna è un opporsi all’arte tradizionale. L’hanno voluta gli snob che di arte non ne capivano niente (né di tempo e risorse e intelligenza e sensibilità impiegati dall’artista, né di significati, simboli, bellezza, armonia, né di altro), e comprandosi a vicenda e a prezzi sempre più alti opere quantomeno discutibili, hanno dato luogo ad aberrazioni come il MoMA.
Infatti, chi e perché valuta tanto la “merda d’artista” o le tele tagliate di Fontana o le secchiate di vernice di Pollock, o le installazioni full-autismo di uno Shiota, o le chiese-cubo di Fuksas, quando la mia merda inscatolata vale zero, e gli stracci che taglio valgono zero, le mie secchiate di vernice valgono zero?
Chiamarle “arte” (o anche solo “arte moderna”) indica solo una capricciosa insensibilità verso ciò che per millenni era stata arte.
valgono quanto l’highest bidder è disposto a sborsare, il resto è fuffa
Forse non proprio collegato. A me pare che, a partire (almeno) dal ‘900, ci sia stata una disintegrazione linguistica che ha messo in crisi la fruizione della produzione e fruizione artistica – non solo nelle arti visive, ma anche nella musica e (forse in misura minore) nella letteratura.
Cioè, mentre “prima” la produzione artistica edificava su un retroterra condiviso (la tecnica pittorica; l’armonia) di natura tecnico/artigianale, da un certo punto in poi ci si è cominciati ad aspettare che ogni artista innovasse il linguaggio in una rincorsa all’originalità totale.
Questo di fatto rende ogni artista un personaggio isolato e lo obbliga a continue ripartenze da zero: si possono fare molte “Madonne col Bambino e San Giovannino”, ma solo una “Ruota di Bicicletta”
Ancora più radicale è la cesura tra l’artista e il pubblico, che ha interiorizzato un vocabolario “artistico” tradizionale e ha poca voglia di imparare una lingua nuova per ogni artista.
A me pare che questo stia alla base del naufragio (ad esempio) della musica (colta) contemporanea. Per le arti figurative c’è la questione del mercato (di cui parla l’articolo, e che è praticamente assente per la musica): l’interrogativo sulla valutazione dell’arte è quasi un gioco di parole, che oscilla tra valutazione monetaria e valutazione estetica, la prima tangibilissima, la seconda sempre più evanescente.
Tutto questo thread ha un bel sapore di gente che taglierebbe *Who’s afraid of red yellow and blue*
L’intera arte è sostanzialmente una forma di dottrina di fede.
Esistono alcune cose che appaiono belle, altre meno, in un mondo completamente soggettivo.
Si decide che alcuni sistemi di “esperti” abbiano la corretta chiave di lettura.
Ci si accoda.
Esiste sicuramente un certo livello di competenza, ma al netto di tutto è un problema di carattere tecnico/stilistico. Il resto è totalmente un mostro che serve per dare spessore a cose totalmente inutili.
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Il superamento dell’arte moderna, scalzata dall’arte contemporanea, ha portato all’abbandono di prospettiva e realismo, due capisaldi dell’espressione artistica occidentale dalla fine del ‘400 fino a metà dell’800. Nonostante l’arte contemporanea, pure quella più concettuale, abbia ormai anch’essa i suoi anni alle spalle (basti pensare alla fontana di Duchamp che ha già spento le cento candeline), sembra ancora impossibile da valutare, capire, e giudicare.
Condivido quindi quest’articolo che si domanda con quale criterio un’opera viene definita opera d’arte, poiché la trovo una discussione leggera ma interessante.
Premetto fin da subito che personalmente però non mi trovo pienamente d’accordo coll’autore. Secondo lui l’arte contemporanea, al pari dell’arte moderna, possiede comunque delle qualità estetiche oggettive dovute all’abilità della mano dell’artista:
> Così come dietro ad ogni stupefacente apparizione c’è un trucco, dietro ad ogni capolavoro, anche il più immediato e concettuale, si nascondono anni di fatica e di duro lavoro. Pensiamo ai celebri dripping di Jackson Pollock: il loro successo risiede nell’intelligenza e nella novità della modalità di esecuzione, certo, ma è innegabile che siano dei sommi esempi di armonia e proporzione. È questo il motivo per cui un qualsiasi mestierante ancora incastrato nell’espediente del dripping, e ce ne sono molti, produce quasi sempre scarabocchi insignificanti. Per i tagli di Lucio Fontana vale lo stesso, «sono solo dei tagli, riuscirebbero a tutti», sarà…, ma i suoi sono sempre così perfetti da far pensare che le idee migliori siano variopinte farfalle in cerca dell’ombra di dedizione e perizia. Anche chi persegue il brutto talvolta finisce per ottenere il bello. I laidi e corrotti feticci di Michel Nedjar possiedono una loro bellezza e non avremmo il coraggio di modificarne neanche il minimo dettaglio. Perfino la Merda di artista di Piero Manzoni, estrema negazione della ricerca del bello, in fin dei conti ci appare nella sua gradevolezza: le proporzioni del contenitore, il caratteredella scritta e la scelta dei colori ne fanno un esempio di assoluta eleganza.
Non seguendo più canoni tecnici ed estetici convenzionali, fingere che le opere d’arte contemporaneamente possano essere giudicate tali per via della loro bellezza non ha senso.
La ragione per cui le opere menzionate sono ritenute appunto opere d’arte sta tutta nel discorso che se ne fa.
Un po’ come avviene nel marketing, il prodotto (l’opera) viene confezionato, posto dentro una cornice discorsiva che gli capace di conferirgli un’aura, ossia la definizione di qualcosa come arte.
Così come le figure religiose hanno un fortissimo potere illocutorio e perlocutorio – grazie al quale tramite la sola voce possono condannare, benedire, sposare, maledire, santificare o scomunicare qualcuno o qualcosa – allo stesso modo le élite del mondo dell’arte (critici, espositori, curatori…) attraverso il discorso conferiscono l’aura ad un’opera, a prescindere dalle sue qualità intrinseche. Detta in parole povere, l’arte è ciò che viene definito tale, fine.
L’unico requisito reale è che l’opera possegga solo il valore di scambio, e sia perciò totalmente priva di un qualsivoglia valore d’uso; il che spiega l’esclusione arbitraria delle arti applicate (design, illustrazioni, fumetti…) dal mondo dell’arte vera.
Mi trovo invece d’accordo colla breve parentesi sul mercato dell’arte fatta nell’articolo:
> In ogni caso, il sistema di valutazione economica di un oggetto d’arte prodotto negli ultimi decenni è del tutto particolare, e non possiamo non guardare incuriositi allo scollamento definitivo tra valore e qualità del manufatto. In un primo momento l’artista si afferma sul mercato: a tale consacrazione intervengono fattori molteplici e non di rado esogeni al contesto strettamente artistico. Successivamente, la nostra valutazione della produzione di un artista è resa possibile dalla storia delle sue quotazioni. È per questo motivo che, spesso, la misurazione della potenza dell’idea o dell’efficacia estetica, se non ancorata alla presenza di un nome, scivola in un indistinto mare di relativismo. Può sembrare paradossale, ma a volte è più semplice valutare economicamente un oggetto di duemila anni fa che non un’opera d’arte concettuale eseguita il mese scorso e di cui non se ne conosce l’autore.
Warhol è stato uno dei primi artisti a capire questo sistema, riconoscendo la natura commerciale dell’arte. Le opere sono merce che, come qualsiasi altra merce, si compra, si vende, e talvolta ci si aspetta che porti profitto.
Interessante infine il discorso su appropriazione e firma:
> Marcel Duchamp prende un volgare orinatoio, frutto del lavoro di altri, e lo consacra opera d’arte. E Andy Warhol? Fa più o meno le stesse operazioni, e i suoi Brillo boxes non sono suoi, ma lo sono, e diventano le sue opere più emblematiche; è un truffatore dunque? Addirittura, egli firma direttamente le banconote: l’arte è così intrinseca al valore economico da identificarsi totalmente con la sua espressione, il denaro. Ma l’ideazione della banconota, né tantomeno la sua creazione, non riguarda Warhol. Dunque, egli si è appropriato di qualcosa che è stato sviluppato da altri. In casi come questi, lo scopo del nome, della firma, non è quello di rivendicare la paternità di un progetto, quanto di sacralizzare economicamente la banconota sovrascrivendo un nuovo valore al precedente, un nuovo valore relativo alla figura di Andy Wahrol. Relativo alla sua persona però, non al suo nome: la firma è il più immediato rimando all’aura dell’artista; è un mezzo, non un fine.
La firma dell’artista, specie se importante, ha quindi la stessa funzione del logo della marca su di un capo di lusso. Su questo si potrebbe anche aprire una discussione su come non troppo raramente la firma dell’artista non significhi che sia stato lui stesso a realizzare l’opera, come nel caso di artisti che firmano tele bianche pur di fare qualche soldo in più, oppure di artisti che hanno avuto l’idea ma hanno lasciato che dell’esecuzione si occupasse qualcun altro. La firma quindi, come detto correttamente dall’autore dell’articolo, non è altro che un trasferimento d’aura.
A questo punto chiedo a voi cosa ne pensate sia dell’articolo che più in generale dell’arte contemporanea.
La risposta sarà sempre:
A caso.
Tappo due paludi ed evoco “*I tagli di Lucio Fontana*”.
Questo film è molto interessante a proposito.
https://www.imdb.com/title/tt11225756/
The mystery surrounding the Salvator Mundi, the first painting by Leonardo da Vinci to be discovered for more than a century, which has now seemingly gone missing.
E’ un documentario su come su una opera dubbia si sia costruita una tratta di denaro riciclato enorme.
Fuffa.
Un colossale circlejerk di “esperti” e “artisti” che fanno soldi sulle spalle di ricchi disonesti o scemi e di un pubblico di ignoranti che annuiscono e applaudono come foche ammaestrate per timore di non sembrare abbastanza à la page.
L’opera d’arte andrebbe valutata senza poter prescindere dalla difficoltà tecnica prima di tutto. Quella che in gergo sportivo sarebbe “impressione artistica” non può schiacciare tutto il resto, ancor più se si parla di non-figurativo e in generale di “installazioni” in cui la creazione non corrisponde alla creatività.
Piazzare un cesso in un museo è stato un atto di rottura, ma dopo tot ha pure rotto nell’altro senso.
È come il bambino che dice una parolaccia o la nonnina che smadonna. La prima volta ti sconvolge e ti scappa anche da ridere, perché sovverte le attese e i canoni. Dopo la terza, e quando diventa poi un’abitudine diffusa, sconfina nel fastidioso e nel cliché.
Quindi la tipica obiezione “che ci vuole a fare ______?” non è una stronzata da cafoni ignoranti. Anzi, per assurdo è più illuminata e distruttiva rispetto all’applauso dovuto e al silenzioso e sommesso assenso perplesso di chi, citando Ferrini, non capisce ma si adegua.
​
Tra un bell’olio su tela figurativo di Tizio e la vomitata di colori di Artista Rivoluzionario #525 continuerò ad apprezzare la capacità tecnica nel primo, pur essendo “derivativo e già visto”. Anche perchè il secondo non brilla comunque per innovazione.
​
Un po’ di mostre (locali) le bazzico e c’è uno snobismo assurdo che favorisce gente che non sa tenere un pennello/una matita in mano ma si atteggia da novello Warhol, fuori tempo di mezzo secolo.
Sarà il caso di ammettere che anche la provocazione in arte ha una data di scadenza, mentre la “fredda” capacità tecnica resta sempre una dote valida?
Ho avuto una discussione con la mia ragazza qualche settimana fa riguardo a questo argomento. Io, da ignorante un materia, sostenevo che secondo me l’arte contemporanea non può essere considerata arte e che il valore di un’opera è dettato soprattuto dall’artista e non dall’effettiva opera che viene creata (Ho anche un secondo pensiero, opposto al primo, che vede l’arte contemporanea come un qualcosa di possibile a tutti, basta un po’ di stravaganza e personalità. Questo va a collidere con pensiero iniziale e crea una discussione più ampia). Tale giudizio però è frutto della mia visione di arte, che a quanto pare è basata sulle opere “belle da vedere e tecniche” del passato. La mia ragazza ha cercato di farmi capire che spesso l’arte va oltre a quanto vediamo, ad esempio un certo tipo di ricerca nei tagli di Fontana (durata del tempo). Oppure al significato personale dell’artista (periodo doloroso della vita etc etc). Effettivamente quei tagli messi lì mi suscitano qualcosa (una sorta di attrazione), ma non riesco a definirli del tutto arte.
Capisco dunque che sono ancora lontano dal capire e poter parlare dell’argomento. Questo pezzo dell’articolo però ha dato in qualche modo ragione al mio pensiero iniziale:
> In ogni caso, il sistema di valutazione economica di un oggetto d’arte prodotto negli ultimi decenni è del tutto particolare, e non possiamo non guardare incuriositi allo scollamento definitivo tra valore e qualità del manufatto. In un primo momento l’artista si afferma sul mercato: a tale consacrazione intervengono fattori molteplici e non di rado esogeni al contesto strettamente artistico. Successivamente, la nostra valutazione della produzione di un artista è resa possibile dalla storia delle sue quotazioni. È per questo motivo che, spesso, la misurazione della potenza dell’idea o dell’efficacia estetica, se non ancorata alla presenza di un nome, scivola in un indistinto mare di relativismo.
Della serie, non importa il contenuto, ma chi lo ha fatto. E anche, un’opera può essere molto interessante, ma se non è accompagnata dalla *presenza di un nome*, nessuno se la fila (in contrasto col mio secondo pensiero).
Ho letto l’articolo, ma non mi ha portato a risolvere. Ha tirato fuori diversi spunti interessanti, ma senza concluderli. Mi ha comunque trasmesso una gran voglia di parlare di questo argomento.
**TL;DR**
A quanto pare non ci capisco niente d’arte perché per me un *volgare orinatoio* non potrà mai essere definito arte,
Consiglio a riguardo questi 2 video:
-https://youtu.be/V5sOuET8UWA
-https://youtu.be/ZZ3F3zWiEmc
Si riflette sempre meno di quanto si dovrebbe su *Il complotto dell’arte* di Baudrillard, che per certi versi trovo ancora molto attuale nonostante Baudrillard venga bistrattato e liquidato sommariamente come un “postmoderno” e quindi superato.
È un bell’argomento ed effettivamente è un bel problema. C’è un’intera branca della filosofia (Estetica) che si occupa proprio di definire cos’è l’arte, e la svolta contemporanea è ancora più problematica della già complessa definizione dell’arte classica. Ti suggerisco di dare una letta al capitolo 4 e al capitolo 1 del volume “Storia di Sei Idee” di Wladyslav Tatarkiewicz, trovi un meraviglioso riassunto sia sull’idea di bello che sull’idea di arte nella storia e nell’epoca contemporanea, e le problematiche associate.
Su Warhol: non ho il volume di riferimento sottomano, ma è opinione moderatamente diffusa che il suo approccio – come buona parte della ready made, Duchamp e Manzoni inclusi – fosse in realtà di critica al capitalismo del mondo dell’arte, e più in generale alla riproducibilità infinita degli oggetti. Una serie di turbo perculate, insomma, che paradossalmente non furono ben capite e suscitarono l’effetto contrario a ciò che gli artisti cercavano di comunicare. Secondo me la loro grandezza sta in questo: cent’anni fa Duchamp aveva già capito dove sarebbe andato a parare il mondo dell’arte, alla fine. E lo prendeva già in giro. Idem Warhol.
Oggi: c’è roba interessante, in giro, ma secondo il mio modesto parere c’è qualcosa che non va. Vedo, ad esempio, le quotatissime opere di Jeff Koons e… non riesco con tutta la buona volontà del mondo né a provare nulla, né a leggerci dentro nulla, se non autoreferenzialità esasperata, concetti datati e fondamentalmente speculazione. In certi casi riciclaggio puro e semplice. Molto probabilmente non capisco nulla io eh, però boh. E te lo dico da persona che ha apprezzato l’essere rinchiusa in una cella frigorifera da macellai qualche anno fa, come parte di un’esperienza artistica museale. Almeno quella era un’esperienza fuori dal comune e solitamente inaccessibile a larghe fasce della popolazione, pur non corrispondendo al concetto tradizionale di arte.
In ogni caso (e finisco qui il papiro) tendenzialmente dietro a ogni opera c’è qualcosa in più rispetto alla semplice soddisfazione estetica, e la necessità di studi/competenze ulteriori per comprendere appieno un’opera in realtà c’è sempre stata, anche se forse qualche tempo fa c’era meno “fuffa” in giro. Così come c’è sempre stata la critica – anche feroce – ai “nuovi” artisti: basta pensare all’accoglienza che ricevettero gli impressionisti, ad esempio.
Ma l’arte deve continuare a muoversi: per continuare a esercitare la sua funzione deve tentare di superare la tecnologia disponibile in quel determinato momento storico, trovando sempre nuove modalità espressive. Oggi è obiettivamente un problema: chiunque può fotografare un paesaggio meraviglioso, o creare ambienti fantastici con Stable Diffusion, o “coniare” pezzi digitali limitati, giusto per fare due esempi volanti. Chi cerca nuove modalità espressive imho si sta trovando in una brutta situazione: si muove in un contesto in continua evoluzione, e deve cercare di superare sia ciò che è la nuova quotidianità, che una competizione sempre più ampia e feroce. Per essere innovativi, forse, qualcuno scade senza accorgersene nell’assoluta e poco interessante autoreferenzialità. Abilmente mascherata da quell’aura di esclusività che piace tanto agli investitori, naturalmente, ma quello è compito del marketing e delle agenzie stampa, non tanto colpa (o merito) dell’artista.
La mia citazione preferita:
> The Critic As Artist / by Oscar Wilde
Anche se poi sto citando il titolo e non il contenuto.
In un certo senso, l’arte è l’apoteosi del superfluo (altrimenti si potrebbe posare la penna e iniziare a zappare, per continuare con le citazioni del medesimo) e ha valore soprattutto per via del consenso sociale (incluse le transazioni commerciali che genera).
Anche perchè c’è molta più produzione di oggetti “artistici” che domanda per gli stessi e tempo/voglia/capacità di fare una cernita. Ed era così anche cento o duecento anni fa.
Da cui il ruolo dei critici/intermediari, che letteralmente fanno e disfano gli artisti o i movimenti – che sia Christgau, Bonito Oliva o Kenneth Tynan o persino John Peel.
E quindi come si valuta l’opera d’arte?
Forse alla fine come valutiamo tutto il resto: con i soldi. Alla fine, in gran parte la valutano i critici, e un critico che non riesce a creare (o a muovere) un mercato è un critico che deve cercarsi un altro lavoro.
Insomma, conclusione banale alla fine di un post che partiva senza risposta 😛
Praticamente non sappiamo come valutare i titoli di borsa, figurarsi le opere d’arte. In ogni caso basta metterle all’asta per vedere il loro prezzo.
L’arte moderna è un opporsi all’arte tradizionale. L’hanno voluta gli snob che di arte non ne capivano niente (né di tempo e risorse e intelligenza e sensibilità impiegati dall’artista, né di significati, simboli, bellezza, armonia, né di altro), e comprandosi a vicenda e a prezzi sempre più alti opere quantomeno discutibili, hanno dato luogo ad aberrazioni come il MoMA.
Infatti, chi e perché valuta tanto la “merda d’artista” o le tele tagliate di Fontana o le secchiate di vernice di Pollock, o le installazioni full-autismo di uno Shiota, o le chiese-cubo di Fuksas, quando la mia merda inscatolata vale zero, e gli stracci che taglio valgono zero, le mie secchiate di vernice valgono zero?
Chiamarle “arte” (o anche solo “arte moderna”) indica solo una capricciosa insensibilità verso ciò che per millenni era stata arte.
valgono quanto l’highest bidder è disposto a sborsare, il resto è fuffa
Forse non proprio collegato. A me pare che, a partire (almeno) dal ‘900, ci sia stata una disintegrazione linguistica che ha messo in crisi la fruizione della produzione e fruizione artistica – non solo nelle arti visive, ma anche nella musica e (forse in misura minore) nella letteratura.
Cioè, mentre “prima” la produzione artistica edificava su un retroterra condiviso (la tecnica pittorica; l’armonia) di natura tecnico/artigianale, da un certo punto in poi ci si è cominciati ad aspettare che ogni artista innovasse il linguaggio in una rincorsa all’originalità totale.
Questo di fatto rende ogni artista un personaggio isolato e lo obbliga a continue ripartenze da zero: si possono fare molte “Madonne col Bambino e San Giovannino”, ma solo una “Ruota di Bicicletta”
Ancora più radicale è la cesura tra l’artista e il pubblico, che ha interiorizzato un vocabolario “artistico” tradizionale e ha poca voglia di imparare una lingua nuova per ogni artista.
A me pare che questo stia alla base del naufragio (ad esempio) della musica (colta) contemporanea. Per le arti figurative c’è la questione del mercato (di cui parla l’articolo, e che è praticamente assente per la musica): l’interrogativo sulla valutazione dell’arte è quasi un gioco di parole, che oscilla tra valutazione monetaria e valutazione estetica, la prima tangibilissima, la seconda sempre più evanescente.
Tutto questo thread ha un bel sapore di gente che taglierebbe *Who’s afraid of red yellow and blue*
L’intera arte è sostanzialmente una forma di dottrina di fede.
Esistono alcune cose che appaiono belle, altre meno, in un mondo completamente soggettivo.
Si decide che alcuni sistemi di “esperti” abbiano la corretta chiave di lettura.
Ci si accoda.
Esiste sicuramente un certo livello di competenza, ma al netto di tutto è un problema di carattere tecnico/stilistico. Il resto è totalmente un mostro che serve per dare spessore a cose totalmente inutili.