Semiconduttori, l’Italia guarda ai chip di Taiwan grazie ad una ipotetica rinuncia della partecipazione nella Belt and Road Initiative

14 comments
  1. tl;dr

    *Esponenti politici italiani (MEF) hanno riferito a Bloomberg che l’italia si ritirerebbe dalla Belt and Road Initiative con la Cina per aprire le strade a nuovi investimenti con TSMC.*

    Ottima notizia secondo me.

  2. Sarebbe un’ulteriore allineamento alla politica Americana, quindi immagino ci sia sotto FDI piuttosto che FI o Lega. Certo io non mi lamento, finché fanno gli atlantisti e non leccano il culo a Cina, Russia etc… va bene. Peró fa ridere come cambiano gli allineamente internazionali tra una campagna elettorale all’altra.

  3. E anche quest’altra eredita’ politica di Giggino (dopo il RdC) se ne va nel bidone della spazzatura. Speriamo che il prossimo sia Conte.

  4. Ma a parte tutto io capirei una politica che spingesse verso un polo europeo dei chip se e’ la “sicurezza nazionale” la questione di fondo. Taiwan? E se domani cambia il vento geopolitico? E se Cina e Taiwan si ri-avvicinano? A me sembra piu’ una mossa motivata delle pressioni USA ma non mi aspetto nulla della politichetta italiana, tanto meno lungimiranza.

  5. Fosse una notizia vera non ci sarebbe di che far festa. Mi spiego: l’iniziativa della belt and road, nata in quel marasma grillino, e finora senza applicazioni pratiche, consente però dal punto di vista strategico all’Italia di giocare un ruolo di rispetto su più tavoli, sia con l’occidente sia con la Cina. L’idea che si possa costruire facilmente fabbriche di chip fuori da Taiwan è falsa. Soprattutto nei tempi per la realizzazione, che sono lunghissimi. E questo al di là dei corposi incentivi economici messi in campo sia dagli americani che dagli europei. Rinunciare alla belt and road initiative significa solo perdere ogni hedge internazionale e sarebbe visto dalla Cina come un affronto diretto che, prima o poi, pagheremmo caro; non solo, non ci sarebbe nulla da guadagnare, perché anche se Taiwan fosse disponibile a costruire qualche fabbrica sul suolo italiano, di sicuro non sarebbero fabbriche più rilevanti rispetto a quelle che costruirà in USA e nel resto di Europa, di cui comunque riusciremmo a beneficiare in termini di approvvigionamenti. Al di là del parteggiare acriticamente per Taiwan in adesione alla crociata americana, in questa fase, bisognerebbe anche considerare l’esito di un’ ipotetica invasione cinese prima che gli Usa e l’europa riuscissero a rendersi indipendenti sul fronte dei chip. Dal momento che, a spanne, al 90% la Cina, qualora si decidesse ad invadere, ne uscirà vittoriosa, è probabile che utilizzerà i chip, che a quel punto controllerà completamente, per ricattare tutti quelli che avranno manifestato solidarietà alla causa di Taiwan e tratteranno anche peggio i voltagabbana (come noi). Insomma, se entrarci è stata una decisione poco ragionata, uscire ora dalla belt and road initiative sarebbe una decisione anche peggiore. Scommettere tutte le fiches sul fatto che gli americani riescano a contenere le voglie cinesi, o che USA ed europa riescano a staccarsi totalmente dai rifornimenti di chip di Taiwan prima che questa cada sotto completo dominio cinese, e non considerare le altre plurime dipendenze dell’industria europea rispetto alle forniture cinesi, non sarebbero decisioni razionali. I chip sono solo uno dei tanti problemi. Proprio in virtù della pochissima lungimiranza di una tale scelta, dalla politica estera italiana degli ultimi anni me l’aspetto come ipotesi molto concreta.

  6. Vediamo quanti soldi perderemo per la crisi numero x creata dagli us per foraggiare la propria economia, in culo a accordi e alleati.

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