
9 Maggio 1946: Vittorio Emanuele III abdica alla Corona del Regno d’Italia in favore del figlio Umberto e parte in esilio volontario per l’Egitto

9 Maggio 1946: Vittorio Emanuele III abdica alla Corona del Regno d’Italia in favore del figlio Umberto e parte in esilio volontario per l’Egitto
6 comments
La lettera scritta dal Re al figlio Umberto il giorno dell’abdicazione:
“Carissimo Umberto, mentre si svolgono le trattative per la pace intendo portare il mio contributo abdicando al trono in tuo nome. Per quasi mezzo secolo ho servito il mio Paese anche in ore difficili e amare… Tu sai che ho avuto un duro lavoro, mirando sempre, anche se posso aver errato, al bene della Nazione. Possa la Nazione sentire questa verità e riprendere la meravigliosa ascesa iniziata or quasi un secolo dalla concorde opera di tutti gli Italiani”
Ciaooone a mai più rivederci.
A mio giudizio fu prima il migliore e poi il peggiore dei re d’Italia. Prima il migliore perché credette ad un’Italia liberale **e** democratica (più di Umberto I e in fondo anche di Vittorio Emanuele II) nonostante da più parti gli venisse richiesto di “tornare allo statuto”; se nella crisi post-regicidio del 1900 avesse preso altre posizioni probabilmente non si sarebbe giunti all’etá giolittiana, alla prima industrializzazione, e al suffragio universale maschile, cioé a quell’Italia che, tra mille difficoltà e nella tragedia, superò lo scoglio titanico della prima guerra mondiale. E poi però fu il peggiore perché si fece clamorosamente gabbare da Mussolini nella Marcia su Roma e poi gli consentì di istituire la dittatura, peraltro, in contraddizione con quanto fece prima, anche con il racconto del “tornare allo statuto” che in realtà si stracciava (o almeno con questa logica firmò la legge 100 del ’25 che tolse la fiducia parlamentare al governo per attribuirla solo al Re). Credo che lo spartiacque nella vita di Vittorio Emanuele III fu proprio la prima guerra mondiale e ancor di più la guerriglia civile 19-22, che lo trasformò da sovrano razionale a monarcha chiuso in se stesso e ossessionato dal rischio della fine della dinastia, per cui rovesciò le sue posizioni giovanili e si aggrappò al fascismo, che poi ne consolidò l’assenso ricoprendolo delle corone dell’Impero, dell’Albania, proprio mentre ne richiese la firma per le leggi razziali (a cui il re obiettò solo con parole private di circostanza, altra grave colpa). Spesso gli si imputa la fuga da Roma a Brinidisi e poi a Salerno, ma in quel caso mi trovo d’accordo con chi dice che quella scelta (che sia stata fatta per mettere in salvo se stesso o lo Stato, ma le due cose nella testa di un sovrano tendono a coincidere) garantì la continuità dello Stato impostando e legittimando il passaggio dalla parte degli Alleati e d’altra parte lo fecero tutti i sovrani dei paesi occupati. Gli imputo invece un’altra cosa che generalmente non gli è imputata (anzi in questo erroneamente una vecchia storiografia lo “salvava”), e cioé l’aver condiviso la scommessa di Mussolini di entrare in guerra impreparati nel 1940 perché convinto la Germania avesse già vinto, su questo fatto si è ricostruito che il re fosse uno di quelli che sospingeva Mussolini a quella scelta, tanto che il suo scontro con il Duce in quel momento era il cercare di non delegargli il comando delle F.A., e cioè l’intestarsi la vittoria imminente.
Per quanto odi la monarchia c’è da dire che il figlio Umberto si é comportato da signore, al contrario del padre.
Umberto II, “il re di maggio” (nel senso che regnò solo a maggio 1946), visse metà della sua vita in esilio in Portogallo, morendo poi settantottenne a Ginevra il 18 marzo 1983.
In seguito al risultato del referendum, il 13 giugno 1946 il Consiglio dei ministri, con un atto “rivoluzionario… unilaterale e arbitrario” (poiché non avvenne alcun controllo delle schede elettorali) spostò le funzioni accessorie di capo provvisorio dello Stato al De Gasperi, presidente del Consiglio.
È andata come è andata, pazienza, ma è una delle tante ombre sulla nascita della repubblica italiana (insieme alle debolezze della monarchia, a cominciare dall’abdicazione del 9 maggio 1946, che neppure il C.L.N. auspicava).
Sciaboletta