
Ricercatori, PhD students, professori in quest sub che opinioni avete a riguardo all’articolo?
In generale che opinione avete riguardo il vostro lavoro? Vi sentite privilegiati in confronto al resto del mondo del lavoro?

Ricercatori, PhD students, professori in quest sub che opinioni avete a riguardo all’articolo?
In generale che opinione avete riguardo il vostro lavoro? Vi sentite privilegiati in confronto al resto del mondo del lavoro?
11 comments
Ciao a tutti, come riportato nel link all’articolo di Nature si parla delle difficoltà psicologiche causate dall’ambiente di lavoro nei centri di ricerca scientifica. Io lavoro presso un’università italiana e questo tema è dibattuto da tempo all’interno della comunità. L’articolo allarga il tema di discussione alle discriminazioni di genere, classe sociale e bullismo.
Sarei curioso di sapere che opinione avete a riguardo, magari anche un opinione diretta di chi vive o lavora in qualche modo in contatto con questo mondo. Che impressione vi ha fatto leggere l’articolo? È giusto discutere delle difficoltà lavorative senza metterle in relazione ad altri ambiti lavorativi? Quale sarebbe secondo voi un trattamento equo per questo specifico settore, in qualche modo l’articolo è classista?
Edit: ho scritto di getto che mi è saltata la mosca al naso, quindi sintetizzo: è NAMMERDA, come prospettive, mole di lavoro e pressioni, di che cavolo si stupiscono?
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>Vi sentite privilegiati in confronto al resto del mondo del lavoro?
**SAY WHAT?**
Io sono ricercatore ma uso il mio vicino come esempio che è meglio: matematico di 40 anni, di quelli pazzi che si chiuderebbero in una stanza 24/7 a studiare problemi geometrici a N dimensioni, sono 13 anni che lavora in università, un contratto annuale (o circa) dopo l’altro, e se non gli danno un posto da associato questo anno con la riforma Gelmini è fuori dai giochi per sopravvenuto limite rinnovi.
Ho amici che sono andati a far ricerca per mezza Europa, ramo biotech, e non mi pare da quello che dicono che ci siano oasi felici.
E non voglio nemmeno entrare nell’eterno dibattito del publish or persih che mi vien voglia di tagliarmi le vene.
La gente ADORA i prodotti della ricerca ma a finanziarla la stragrande maggioranza è stramaledettamente tirchia.
Il giorno dopo che mi hanno proposto il PhD sono scappato.
Per quanto riguarda la ricerca, le meccaniche le conoscono tutti: tu segui il tuo professore, tappi i buchi delle lezioni, nel mio campo lavori lo stesso anche se ufficialmente dovresti solo produrre ricerca, e quello che puoi produrre viene determinato dal tuo bacino di utenza.
Poi in Italia su una cosa sono assolutamente convinto che siamo d’accordo: nessuno sa fare statistica o la insegna a livelli professionali. Quel poco che ho imparato, lontano da un corso matematico serio, lo si impara leggendo MIGLIAIA di articoli e studiando libri in totale autonomia, e un po’ lo impari partecipando alla stesura dei paper prendendoti sgridate o bocciature dei revisori. Gente competente ce ne sta pochissima, e quelli che sanno fare statistica se la tengono stretta, strettissima.
Fondamentalmente credo sia il motivo per cui il sistema italiano sia fortemente handicappato. Gente che viene pagata pochissimo per fare tutt’altro e nel frattempo nessuno ti dà una formazione culturale scientifica sufficiente per produrre buona scienza, quindi accetti il salario scadente perché quello che produci è altrettanto.
Sono fuori da due anni dall’accademia. Ho abilitazione da associato, ho fatto gavetta con assegno, contratti a progetto, ecc. 10 anni di rinnovi annuali mai certi mi hanno devastato (depressione e ansia diagnosticate, sotto psicofarmaci per un periodo) e due anni fa ho mollato il colpo. Ho qualche amico che si è salvato (rtdb, associato), la maggior parte sono fuori anche loro; quelli più intelligenti di me hanno mollato prima. La ricerca mi manca, continuo a pensare che sia il lavoro della mia vita. Odio quello che faccio ora ma almeno posso costruirmi una vita fuori.
Chissà se bazzica ancora reddit Massimo Sandal, al secolo brullonulla, un divulgatore scientifico spezzino ex ricercatore a Cambridge, che mollò il prestigioso e ambitissimo laboratorio in un clima misto bullismo, mobbing, house of cards e game of thrones.
Personalmente conosco diversi ricercatori ed ex, si dividono in tre gruppi:
– gente che ha mollato durante/subito dopo il dottorato o i primi postdoc, perché non ne poteva più di non vivere, lavorare spesso di merda, il tutto guadagnando come cassieri o peggio
– gente che ha mollato dopo qualche assegno di ricerca, perché materialmente non era più possibile conciliare la vita col lavoro: troppe ore, troppi viaggi, troppo stress e troppi pochi soldi per qualcuno che vuole mettere su casa e famiglia
– gente che ha ottenuto una posizione a tempo indeterminato, tenured o meno: uno è un raccomandato per parentela, un altro è stato portato in palmo di mano dal dottorato in poi dallo stesso professore che l’ha preso sotto la sua ala come suo successore designato, il terzo è un workaholico senza vita ma gli piace così
Non c’è niente di sano a livello personale, né di sistema; si produce cattiva ricerca, si bruciano talenti, il tutto per nessun output utile.
Più che la “cultura tossica” i responsabili sono la mancanza di fondi, gli stipendi da fame e i contratti da schiavo. Chi sceglie di fare ricerca in Italia ha chiaramente dei problemi psichiatrici (è una battuta, non insultatemi), ma anche all’estero non va molto meglio.
Publish or perish
A mio avviso, c’è una bella differenza fra centri di ricerca Puri e università. Se a uno piace il mondo alla ricerca Io consiglio di interessarsi ai centri di ricerca (CNR, ENEA, INAF, INFN, INGV, OGS, ISPRA, ma anche altri centri e fondazioni finanziati dalle regioni) e non alle università. In generale ho sempre sentito di condizioni molto peggiori in università (nepotismo, incertezza lavorativa, salari bassi, multitasking) rispetto alle strutture che si occupano di sola ricerca.
Io sono Ricercatore in tenure track (in via di stabilizzazione) in un centro di ricerca del nord e la situazione non è malvagia. Sono pagato decentemente (il confronto con l’estero rimane comunque impietoso), c’è un buon work-life balance e soprattutto ho avuto la possibilità di costruire il mio percorso di ricerca sulle cose che mi interessavano, ovvero ho avuto la cosa che più dovrebbe interessare a un ricercatore: la libertà scientifica.
Ho iniziato a lavorare qui part-time come tecnologo ancora durante la triennale in informatica e ho poi continuato fino alla laurea quinquennale per poi fare un dottorato sempre qui. Dopo 3 anni di post-doc hanno aperto la posizione per la stabilizzazione.
Mi rendo conto che la mia esperienza é privilegiata (non tutti hanno avuto un percorso così lineare) e forse più unica che rara, ma é per dire che cercando un po’ si possono trovare opportunità buone anche in un mondo che è notoriamente considerato “malato”, in particolare nel nostro paese.
Certo, dovrebbe essere la norma e non l’eccezione.
Questo articolo mi manda in una frenesia distruttiva difficilmente descrivibile. Cerco di stare concentrato su cosa chiedi, invece di prendere a picconate l’autore di quello che è clickbait indegno del glorioso passato di Nature (ma purtroppo molto degno di nature.com, che sta diventando indistinguibile dalla CNN)
Sì, è vero che i livelli di stress/ansia/bassa autostima/insicurezza sono alti e in crescita.
E’ anche vero che l’accademia è tradizionalmente sessista, classista, politicamente schierata. L’accoppiata professore+dottoranda (post-doc) è un grande classico, nonostante siano pochi i professori *fighi*. Ma lo era anche negli anni ’10, ’00, ’90, ’80… quando questa “crisi di salute mentale” non c’era. O quando leggo che i ricercatori transessuali (carino siano stati separati da maschi e femmine…) hanno maggiori probabilità di soffrire di ansia e depressione, penso: grazie al c…o, è così anche nella popolazione generale. Cosa si aspettavano di trovare?
Ma soprattutto: l’articolo confonde la causa con l’effetto. [Mai prima d’ora nella storia dell’umanità così tanti hanno scritto così tanto pur avendo così poco da dire a così pochi](https://academic.oup.com/book/5963), ma nonostante questo ogni anno migliaia di dottorandi entrano in una mentalità da grindset più adatta a Deloitte che all’accademia, e se la portano avanti negli anni da post-doc, e la trasmettono ad altri.
Ma cosa ci si può aspettare se prendi persone che sognano di scoprire come funziona il mondo e le metti in un ambiente di lavoro che ha tutti gli svantaggi della grande azienda, il nepotismo delle PMI, prospettive di carriera da guardaspiaggia d’inverno e stipendi più bassi del necessario? Chi dovrebbe essere felice di continuare a sfornare articoli su articoli che smettono di essere interessanti a fotocopiatrice ancora calda, invece di prendersi il tempo necessario per lavorare bene?
Quando, verso la fine del dottorato, ho capito com’era la situazione mi sono reso conto che il sistema è completamente fottuto e senza possibilità di correzione a breve termine (difficile che chi ha il potere di mettere in discussione l’assetto attuale ne abbia anche l’inclinazione).
Sono tonto, lo ho capito tardi. Ma sono felice di esserne uscito, e sono felice di aver contribuito a tenere lontano dal mondo della ricerca gli studenti brillanti che ho incontrato, e continuerò a farlo finché riuscirò ad essere abbastanza convincente o carismatico da indirizzarli altrove.
[ho risposto? :P]
Un po’ troppo catastrofista e spinge troppo sull’identità di genere, talvolta perdendo generalità. Quando invece la generalizzazione di questa esperienza , e non la sua particolarizzazione, sarebbe la sua forza. Detto questo, è sostanzialmente corretto.
Ogni paio di anni, scoprono l’acqua calda…
Si parla di questo da quando facevo la mia Laurea, quasi quindici anni fa. Non cambierà mai perché l’accademia non ha voglia di cambiare, invece, assume questo come il moralmente giusto.