Negli ultimi giorni in questo subreddit ci sono state diverse discussioni riguardo i programmi elettorali e ho pensato che vi potrebbe incuriosire vedere cosa dicono riguardo un argomento di cui in Italia ci si cura poco: la lingua italiana.
Non capirò mai l’ossessione per l’italiano in quanto “monolite inossidabile erogatore di cultura”. La lingua è uno strumento, peraltro neanche particolarmente efficiente, per la trasmissione di pensieri. L’essere umano ha sviluppato uno spettro di idiomi eccezionale, tutte versioni diverse di come si possa leggere e tradurre la realtà che ci circonda, caricando ogni parola di significati peculiari di ogni cultura. Non solo, abbiamo adottato linguaggi espressivi ancora più stratificati, come la musica e l’arte in generale, sempre come espressione del proprio «io» in relazione ad un «altro», proprio perché il linguaggio non esaurisce tutto quello che abbiamo da dirci. Se c’è qualcosa che emerge in maniera chiara e ineludibile dalla storia degli idiomi è che questi mutano ad una velocità spaventosa, e non per diatribe di matrice accademica o politica, ma per la funzione adattiva che hanno le lingue stesse di appropriarsi del proprio contemporaneo.
Le futili battaglie contro gli anglicismi, lo studio infertile del *Fermo e Lucia*, l’uso territoriale e politico della nascita della lingua italiana, sono tutte sovrastrutture che non hanno nulla a che fare con la natura viva e pulsante delle lingue. Chi se ne frega se la politica non pone come elemento enucleare dello sviluppo culturale italiano la lingua, la lingua è uno strumento come un altro, se è vero che ci sono troppi corsi universitari in inglese è altrettanto vero che aprirsi alle nuove culture in espansione è fondamentale, e una lingua franca può aiutarti nel non dover specializzarti in coreano e cinese mentre magari ti stai anche specializzando in meccanica quantistica.
Il problema della cultura in Italia è che non si produce cultura, e laddove lo si fa con grande sforzo, non c’è alcuno sostegno in un mercato del lavoro stagnante e senza prospettive. La cultura in Italia è solamente rivolta al passato, il 47% del FUS (Fondo Unico per lo Spettacolo) va alla lirica, la quale continua a proporre le stesse opere dal 1910. La lingua italiana, così come i monumenti che caratterizzano le nostre città, sono il solo interesse culturale che smuove fondi pubblici e privati, lasciando al presente nient’altro che le briciole.
Ovvio che non puoi apprezzare a pieno il valore culturale della storia italiana senza conoscerne la lingua, è quantomeno impervio spingersi a leggere Gadda senza sapere come chiedere un caffè al bar, ma neanche è concepibile che una cultura si risolva nella sua lingua.
Scusate per il rant, torno a leggere Ed Ward. In inglese.
Secondo me l’avere corsi in inglese nelle università è una roba figa e utile che valorizzerei e incentiverei
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Negli ultimi giorni in questo subreddit ci sono state diverse discussioni riguardo i programmi elettorali e ho pensato che vi potrebbe incuriosire vedere cosa dicono riguardo un argomento di cui in Italia ci si cura poco: la lingua italiana.
Non capirò mai l’ossessione per l’italiano in quanto “monolite inossidabile erogatore di cultura”. La lingua è uno strumento, peraltro neanche particolarmente efficiente, per la trasmissione di pensieri. L’essere umano ha sviluppato uno spettro di idiomi eccezionale, tutte versioni diverse di come si possa leggere e tradurre la realtà che ci circonda, caricando ogni parola di significati peculiari di ogni cultura. Non solo, abbiamo adottato linguaggi espressivi ancora più stratificati, come la musica e l’arte in generale, sempre come espressione del proprio «io» in relazione ad un «altro», proprio perché il linguaggio non esaurisce tutto quello che abbiamo da dirci. Se c’è qualcosa che emerge in maniera chiara e ineludibile dalla storia degli idiomi è che questi mutano ad una velocità spaventosa, e non per diatribe di matrice accademica o politica, ma per la funzione adattiva che hanno le lingue stesse di appropriarsi del proprio contemporaneo.
Le futili battaglie contro gli anglicismi, lo studio infertile del *Fermo e Lucia*, l’uso territoriale e politico della nascita della lingua italiana, sono tutte sovrastrutture che non hanno nulla a che fare con la natura viva e pulsante delle lingue. Chi se ne frega se la politica non pone come elemento enucleare dello sviluppo culturale italiano la lingua, la lingua è uno strumento come un altro, se è vero che ci sono troppi corsi universitari in inglese è altrettanto vero che aprirsi alle nuove culture in espansione è fondamentale, e una lingua franca può aiutarti nel non dover specializzarti in coreano e cinese mentre magari ti stai anche specializzando in meccanica quantistica.
Il problema della cultura in Italia è che non si produce cultura, e laddove lo si fa con grande sforzo, non c’è alcuno sostegno in un mercato del lavoro stagnante e senza prospettive. La cultura in Italia è solamente rivolta al passato, il 47% del FUS (Fondo Unico per lo Spettacolo) va alla lirica, la quale continua a proporre le stesse opere dal 1910. La lingua italiana, così come i monumenti che caratterizzano le nostre città, sono il solo interesse culturale che smuove fondi pubblici e privati, lasciando al presente nient’altro che le briciole.
Ovvio che non puoi apprezzare a pieno il valore culturale della storia italiana senza conoscerne la lingua, è quantomeno impervio spingersi a leggere Gadda senza sapere come chiedere un caffè al bar, ma neanche è concepibile che una cultura si risolva nella sua lingua.
Scusate per il rant, torno a leggere Ed Ward. In inglese.
Secondo me l’avere corsi in inglese nelle università è una roba figa e utile che valorizzerei e incentiverei