Un pittore ancora poco noto e tutto da scoprire, attivo a Venezia per la maggior parte della sua carriera: è il bresciano Pietro Bellotti (1625-1700), al centro della mostra «Stupore, realtà, enigma. Pietro Bellotti e la pittura del Seicento a Venezia», allestita dal 19 settembre al 18 gennaio 2026 alle Gallerie dell’Accademia di Venezia e curata da Francesco Ceretti, Filippo Piazza e Michele Nicolaci, curatore delle collezioni del Sei e Settecento del museo veneziano, che afferma: «La mostra non arriva isolata ma come parte di una progettualità di valorizzazione più ampia, il cui merito è soprattutto della direzione di Giulio Manieri Elia, con il riallestimento dei saloni del piano terra delle Gallerie, acquisti di nuove opere e convegni di studio».

Quasi una sfida: Pietro Bellotti, chi era costui?
Un artista che godette di stima e riconoscimenti in vita, oggi apprezzato per la sua straordinaria qualità pittorica da una nicchia; i suoi soggetti più tipici sono ritratti di persone umili, di poveri, vecchi medicanti e pellegrini, temi tipici della cosiddetta «pittura della realtà». Negli ultimi anni Bellotti sta ritornando all’attenzione, grazie anche alla sua presenza in mostre importanti, ultima delle quali in senso cronologico è stata quella dedicata a Brescia nel 2023 a Giacomo Ceruti, «il Pitocchetto», a cura di Francesco Frangi e Alessandro Morandotti, nel comitato scientifico della nostra esposizione. Qui era stato positivamente enfatizzato il suo ruolo di «precedente» di Ceruti ed è stata avanzata con più convinzione l’attribuzione di una grande tela, di altissima qualità e di notevole impatto, finora catalogata come di autore anonimo o tra le opere di Ceruti, notificata fin dal 1969 dallo Stato, ma acquistata in prelazione solo due anni fa per le Gallerie dell’Accademia: «Popolani all’aperto» è il germe della nostra mostra.

Come si sviluppa la mostra delle Gallerie?
Il percorso inizia con un altro dipinto di Bellotti che le Gallerie hanno acquistato nel 2017: un «Autoritratto in veste di Stupore», intrigante opera giovanile, in armatura ed espressione curiosa. tematica aderente alla temperie «barocca», ma interpretata in maniera dissonante ed enigmatica, niente a che fare con lo stupore declinato secondo la lettura religiosa gesuitica. A questo se ne affiancherà per la prima volta un altro, proveniente dagli Uffizi, intitolato «Autoritratto in veste di Riso»: insieme raccontano la strategia di autorappresentazione e autopromozione del pittore che vuole irrompere sulla scena veneziana con immagini nuove, provocatorie e allegoriche al tempo stesso, una strategia che riesce, a giudicare dalle fonti.