Delle due l’una: o io ho inseguito Moby Dick o Moby Dick ha inseguito me. Ma magari ci siamo semplicemente inseguiti a vicenda. Quando ancora valeva il principio di ogni buon lettore – di un lettore forte si diceva, che voleva poi significare il massimo del privilegio – non potevano mancare i russi, i francesi, gli anglo-americani, i tedeschi (in primis Thomas Mann), meno gli spagnoli (giusto Don Chisciotte e qualcosa di Quevedo, ma anche di Pérez Galdós: per gli spagnoli vincevano i tre del “siglo de oro”), solo più tardi i mitteleuropei (a partire da Joseph Roth) ma quasi nulla gli scandinavi che non fossero Ibsen e Peer Gynt.

Non parliamo poi dei cinesi o dei giapponesi, di cui ci arrivava ben poco (ricordo solo Lin Yutang, di cui lessi Momento a Pechino tradotto dal francese da Jahier o Mishima, di cui si favoleggiava il nazionalismo ascetico e di cui lessi Il padiglione d’oro). Per i russi e i francesi era tutto più liscio. Così per inglesi e americani, di cui erano stati Vittorini e Pavese a suonarci la diana, ma anche un po’, quantunque meno incombente, Emilio Cecchi di America amara.

In ambito anglo-americano, da Poe – magari passando per Baudelaire – fino a Bellow o Malamud ho letto molto, ma non i più attorcigliati e sperimentali, da cui sono sempre rimasto lontano o perché impaurito (non ho mai letto l’Ulisse, sentendomi in buona compagnia con Calvino e con Pavese). Ma ho letto invece il Dickens del Pickwick con grande gusto. Curioso in ogni caso che di tutto questo mi resti soprattutto ciò che ho dimenticato, come è successo a Süskind che ne parla in un suo delizioso racconto.

Tornando a Pavese, che per l’adolescenza della mia generazione è stato una frequentazione assidua, è stato lui a muovermi verso Melville e verso Moby Dick la prima volta. Sono stato uno studente spesso disilluso, ma un lettore vorace, sempre pronto a raccogliere sollecitazioni e consigli, anche se forse mi appassionavano fin d’allora le voci dei perdenti, degli sconfitti o degli “inetti”, dei “senza qualità” o d’altra qualità, di cui cercavo a modo mio – anche fraintendendo – titoli di diversa provenienza, dal Frédéric Moreau dell’Educazione sentimentale al Myskin di Dostoevskij.

Non so tuttavia perché, pur avendo affrontato romanzi di grande estensione come il Chisciotte o Guerra e pace o I fratelli Karamazov, non sia mai riuscito ad affrontare seriamente Moby Dick. Grazie a Pavese, avevo comprato il romanzo nella sua traduzione, ma me n’ero allontanato quasi subito, fermo alle pagine dell’Etimologia, mentre avevo divorato La lettera scarlatta dell’amico Nathaniel Hawthorne, cui Moby Dick è dedicato.

Avevo anche letto Benito Cereno, che avevo sottolineato in molti passaggi, e il Bartleby scrivano, che mi aveva incantato con la sua condizionale ostinazione, in cui riconoscevo un poco di me. Avevo vent’anni, molte letture alle spalle ma Moby Dick mi pareva greve, forse anche perché non ho una passione divorante per il mare, e non vivevo spiccate “fantasticherie oceaniche”, quantunque amassi Conrad, ma forse per via dei suoi outcast, che stimolavano la mia passione per i margini e per gli emarginati.

Trascorso un decennio, ho ripreso in mano Moby Dick quando leggendo Il Sistema Periodico di Primo Levi (correva l’anno 1975 e i miei anni erano ormai trenta) al racconto Fosforo m’ero imbattuto in questo passo: «L’indomani stesso mi licenziai dalle Cave, e mi trasferii a Milano con le poche cose che sentivo indispensabili: la bicicletta, Rabelais, le Macaroneae, Moby Dick tradotto da Pavese ed altri pochi libri, la piccozza, la corda da roccia, il regolo logaritmico e un flauto dolce».

Spinto questa volta da Levi, riprovai. Se Moby Dick era per lui “indispensabile”, come avrei potuto non dargli ascolto? Mi ci rimisi e questa volta arrivai al nero della “Locanda del Baleniere” immergendomi nell’incontro notturno di Ismaele con il tatuatissimo Quiqueg e col suo “Jogio” in quel memorabile letto condiviso, incontrando il mistero di Achab e il promiscuo, sgangherato, equipaggio del Pequod, ma incagliandomi poi nell’insopportabile “Cetologia”. E io che purtroppo non riesco a fare salti di pagine, respinsi nuovamente Moby Dick nel mio limbo di lettore: lì confinato per trentacinque anni.

E c’è voluto il Covid a risvegliare Moby Dick dal lungo sonno. Tempo ne avevo: un bene da un male. Potevo mettere a confronto il mostro coi mostri e tirai giù dagli scaffali il libro, in cui mi sono finalmente immerso per giorni vivendone l’attualità, estraendone perle irresistibili, parteggiando (“maturità è tutto”?) per una scrittura cui Pavese è riuscito – e so bene che Ottavio Fatica ne ha dato un’altra traduzione – a strappare la vertigine d’abisso (quel “minatore sotterraneo che lavora in tutti noi”) di cui l’assurda, estrema, tragica lotta oceanica diventa il simbolo.

Il grandioso, l’affocato, l’eroico, che vibrano nel precipizio del grandissimo stile e fanno ormai di questo libro-mondo, che tanto ho tardato a leggere, una delle mie compagnie più solide ed entusiasmanti. Nell’abisso visionario della fine, i sommersi del Pequod gettano un’ombra duratura su tanti altri naufragi, convertendosi nelle vittime di una catastrofe emblematica, da cui tuttavia, tra tanti “figli” sommersi, almeno uno – quantunque “orfano” – si è per fortuna salvato.