La Formula 1 sbarca in Azerbaigian e questa nazione molto affascinante e molto strana, al confine tra Europa e Asia, si mette in festa per un evento che la porta alla ribalta nel panorama mondiale, anche se in quello economico c’è da sempre per i suoi giacimenti di petrolio e gas (c’è un gasdotto che arriva sino alla provincia di Lecce), con relativi risvolti. Fu proprio a Baku, ad esempio, che Sergio Marchionne cominciò la sua carriera di manager, subito dopo le lauree.
Parlare di Azerbaigian significa entrare nel campo delle tante emozioni che il gran premio ci ha regalato. Ma non va dimenticato che il Paese è da tempo in guerra con l’Armenia per una antica controversia che riguarda la regione di Nagorno Karabakh. Nell’ottobre del 2020 ci fu, appunto, un attacco missilistico che colpì centri strategici dell’Azerbaijan. E oggi? Fonti diplomatiche assicurano che la situazione si è normalizzata e non c’è nessun pericolo.
Tutti siamo testimoni inermi di ciò che accade sia in Ucraina sia in Medio Oriente per via del conflitto tra Israele e la Palestina. Il 9 settembre, ad esempio, missili israeliani sono caduti a Doha, in una zona dove si trovava una delegazione di Hamas. Perché il Qatar finanzia proprio Hamas, oltre a ospitare una base militare americana. Una situazione altamente equivoca, la cui pericolosità è stata evidenziata da Netanyahu: “Il Qatar finanzia Hamas e ogni nostra azione è giustificata“.
Il termine “azione” pronunciato dal premier israeliano fa venire i brividi al mondo. Ma non all’ambiente della Formula 1 che, come se nulla fosse, il 30 novembre affronterà proprio sul circuito di Losail, a due passi da Doha, la penultima tappa del mondiale. Come? Con quali cautele, con quali margini di sicurezza? Silenzio totale. Liberty Media e i costruttori tacciono, dopo aver dimenticato in fretta i missili che caddero a 15 chilometri da Jeddah, nelle giornate del gran premio del 2022. Autosprint ha dedicato un lucido approfondimento di Stefano Tamburini su quanto sta accadendo e sul mutismo di chi invece dovrebbe quanto meno preoccuparsi, avvertire, esaminare, alla luce del fatto che lo sport, da sempre, è un amplificatore di eventi politici.
C’è chi fa notare come la F1 sia sempre passata sopra fatti gravi come l’apartheid al massimo livello che c’era in Sudafrica negli anni del gran premio a Kyalami, così come non abbia fatto una piega dinanzi alla tragedia argentina, quando le monoposto correvano a due passi dalla caserma dove si trovavano i desaparecidos. Ma erano altri tempi, era più facile filtrare e manipolare notizie ed eventi. Oggi non è così. Eppure non sembra cambiato niente.
C’è solo una voce – una! – che si è levata per quanto sta accadendo in Palestina. Quella di Lewis Hamilton, il quale in una nota sulla tragedia di Gaza dice che “non possiamo restare a guardare e lasciare che continui”, prima di lanciare un appello accorato sui fondi per aiutare i palestinesi.
Lewis non ha accennato al Gran Premio del Qatar, però non c’è dubbio che a Baku parlerà con Stefano Domenicali e chi gestisce la F1 nel bene e nel male. Con la speranza che a Hamilton si uniscano altri piloti di peso, molti dei quali impegnati soprattutto a mandare messaggi vacui, pieni di banalità, sui canali social quando forse, in momenti delicati come questo, bisognerebbe occuparsi anche d’altro.
Non è una situazione facile quella che Liberty Media (società americana) deve affrontare, considerando l’enorme business che avvolge la F1 in Medio Oriente. Ma può essere l’occasione per smarcarsi, per dare un messaggio forte in momenti in cui la gente – e i giovani, compresa la moltitudine che ama i gran premi – ha bisogno di punti di riferimento, di opinioni credibili, di pause di riflessione, invece di ambiguità del momento. Perché stiamo parlando di qualcosa di molto più importante della F1, che potrebbe tuttavia segnare in modo indelebile l’immagine e la reputazione della Formula 1 stessa.