Una donna a Damasco in festa subito dopo la caduta del regime di Bashar al-Assad

Una donna a Damasco in festa subito dopo la caduta del regime di Bashar al-Assad – Afp

Non sarà la «svolta verso la democrazia». E in molti si chiedono già se, a poco meno di 10 mesi dalla caduta di Bashar al-Assad l’8 dicembre scorso, il sogno di una “nuova Siria” non sia già svanito. Dopo 55 anni di regime baathista e di terrore sotto lo spietato sistema di controllo del Mukhabarat (i servizi segreti), quelle di domani in Siria per scegliere l’Assemblea del Popolo sono di sicuro le prime elezioni libere da censura e controllo poliziesco.
Ma chi si immagina – pensando al primo voto dopo Saddam Hussein in Iraq a fine gennaio 2005 per l’Assemblea nazionale – code interminabili ai seggi in aule di fortuna ripitturate di fresco, resterebbe deluso. Per scegliere i 210 seggi dell’Assemblea del Popolo, andranno alle urne solo 6mila notabili: dei “comitati elettorali” di saggi per cooptare fra 1.570 candidati in liste pilotate dall’alto 140 deputati. Gli altri 70 saranno scelti direttamente dal presidente Ahmad al-Shaara che ha promesso di includere in questo modo donne e minoranze, cristiani compresi. In realtà nessuna quota è prevista per legge per le minoranze e nemmeno i criteri con cui questi rappresentanti sono scelti è noto all’opinione pubblica. Insomma, una sorta “Loja Jirga” scelta non fra pashtun, tagiki e hazara – come fu in Afghanistan nel 2002 per legittimare Hamid Karzai dopo la caduta dei taleban – ma fra sunniti, alauiti, drusi e curdi, ma su una base elettorale a dir poco risicata. L’identikit dei prescelti dal presidente Shaara sarà una cartina di tornasole per capire le inclinazioni del nuovo potere. Tutto, però, sembra confermare un “debutto” in democrazia pieno di imbarazzi e incertezze, per gli ex terroristi dell’Hayat Tahrir al-Sham ora al potere a Damasco.

Lo slittamento della consultazione dal 15-20 settembre al 5 ottobre è stato giustificato con problemi organizzativi: la mancanza di una anagrafe certa e i 7,4 milioni di sfollati interni le comprensibili motivazioni. E c’è chi scommette che 19 seggi nella nuova Assemblea saranno vuoti: i comitati elettorali delle regioni a maggioranza curda nell’Est, e in quella drusa di Sweida, nel sud, non saranno convocati. Gli scontri tra drusi e le tribù beduine a luglio, come il boicottaggio al processo di transizione costituzionale da parte del Consiglio democratico siriano espressine dei curdi del Rojava, hanno suggerito di congelare la situazione in attesa di tempi più propizi. Il simbolo di questa spaccatura è Deir ez-Zor, città orientale attraversata dall’Eufrate che avrà i comitati elettorali attivi nei quartieri occidentali controllati dal governo, mentre in quelli curdi non verrà consegnata nessuna scheda.

Una Siria che “cammina zoppa” in questa difficile transizione – in marzo si è insediato il Comitato costituziamnle provvisorio con forti opposizioni dei curdi e delle minoranze – che sembra aver già spento gli entusiasmi dell’inverno passato: «Non ho fiducia in questo governo, non c’è un metodo, una base di legalità in quello che fa», afferma l’arcivescovo di Homs Jacques Murad. Se ad Aleppo e Damasco si promette di voler difendere ad ogni costo la ritrovata libertà di parola, la transizione politica sinora pare solo di facciata. L’obiettivo di al-Shaara potrebbe essere di crearsi un minimo di credibilità all’estero: il ritorno, dopo sei decenni, di un presidente siriano all’Assemblea generale dell’Onu lo scorso 25 settembre il simbolo di una svolta possibile. Ma la “nuova Siria”, senza nuove istituzioni e prima ancora di aver avuto un vero voto popolare rischia di essere schiacciata dalla crisi regionale. L’appoggio di al- Shaara al piano Trump per Gaza e l’avvicinamento all’Arabia Saudita e al Patto di Abramo, sono una vera rivoluzione per una Damasco che sinora guardava a Teheran e Mosca. E con Israele che colpisce duro nel Golan. Insomma, un voto con più incognite sul futuro che elettori in fila alle urne.