«Era tutto stupendo fin quando mi ritrovo a venire qua. Siamo atterrati a Milano, mi guardo intorno ed era un mondo diverso. Non mi sono mai in realtà ambientato fino a un paio di anni fa». Paul Yeboah, in arte Bello Figo, si racconta a Luca Casadei in un episodio del podcast “One More Time” — disponibile da oggi, 17 ottobre, in formato audio su “OnePodcast” e su tutte le piattaforme streamin e, da martedì 21 ottobre, in versione video, su Spotify e YouTube. 





La scalata verso il successo

Trasferitosi a Parma con la famiglia all’età di 12 anni, il rapper e youtuber di origine ghanese ripercorre la sua storia passo dopo passo: dall’infanzia segnata dalla timidezza e dall’isolamento, fino all’esplosione virale con brani-parodia come “Non pago affitto” e “Pasta col tonno“. «Dal 2004, anno in cui sono arrivato, me ne restavo solo nella mia cameretta perché io poi di carattere sono timido e non uscivo mai, di amici non ne avevo. La cosa che mi ha aiutato tanto ad esprimermi è stata la musica. Ho iniziato a cantare e a scrivere le prime cose in inglese seguendo un po’ i miei idoli», dice. «Facevo sentire alla gente che capitava: “ce l’hai, c’è il flow”. Poi però arrivano le prime critiche sfidanti sul provare a farlo in italiano. Non parlavo bene in italiano quindi ho sempre tenuto in stand-by la cosa fino al 2010, 2011. La mia visione era importare i miei idoli americani in italiano. Non avevo filtri, precisione. Interpretavo il loro personaggio. Mi veniva male perché non avevo la possibilità come loro di andare in studio».



«Cosa la gente ha apprezzato di me? La simpatia»

«Al tempo la trap in Italia non era considerata e vista come musica mentre in America sì», spiega. «Quindi la gente quando ascoltava la mia roba diceva “ma chi è sto pazzo”. Io mi divertivo con le mie difficoltà, inserendo la simpatia. Facevo almeno ridere, perché so benissimo che, se avessi voluto mostrare le super macchine come i miei idoli non avrei potuto farlo perché io non le ho. Quindi stessa base, stesso mood ma con la simpatia ed è stato quello che inizialmente la gente ha apprezzato di me». 



Un nome problematico: da Gucci Boy a Bello Figo

Inizialmente, Bello Figo si chiamava “Gucci Boy“, un nome… problematico: «In quel periodo i miei video fanno tante visualizzazioni e grandi numeri. Purtroppo, c’è stata una segnalazione da parte di Gucci nei miei confronti perché il mio nome andando avanti diventava sempre più famoso e se qualcuno cercava su Google uscivo per assurdo prima io che il brand. Mi arrivano delle diffide, ma non sapevo neanche cos’era. Questo produttore mi porta da un suo avvocato e alla fine quelli di Gucci hanno capito che era solo un semplice ragazzo che cantava, ha preso il nome perché gli piaceva ed è stato un equivoco. Tramite lui siamo riusciti a spiegarci e hanno accettato. Li ho cambiato nome. Ho sempre voluto essere Bello Figo, e così è stato». 



«Vergogna… sei un profugo»

Dalla pasta col tonno alla politica: «Io spopolo con la canzone “Non pago affitto”. Era la fase in cui vivevo in casa con i miei. Non trovavo lavoro, i miei mi pagavano l’affitto, quindi effettivamente non lo pagavo. Inizialmente non parlavo di politica. Poi esce questo video sugli immigrati che si scontrano con gli italiani; quindi, decido di provare a parlarne anche se non c’entravo. Per me era simpatica». Ma la “leggerezza” dell’intento si scontra presto con la realtà: «Esce e mi chiamano per fare un’intervista in tv. La mia figura lì era quella del profugo, quello della canzone che loro dovevano giudicare, anche se non era vero. “Vergogna… per colpa tua… sei un profugo”. Io ridevo perché non ero un profugo. Tornato a casa vedo mille meme e mi richiamano in tv, ma ho rifiutato perché, dopo quella trasmissione i media continuano ancora a utilizzare quello show. Lì mi sono sentito usato».





L’intervento della Digos

Poi la confessione: «Mai avrei pensato che una canzone fatta nella mia cameretta potesse arrivare così in là. Un ragazzo africano che non parla bene neanche l’italiano. Anche per me la situazione stava sfuggendo di mano. I miei amici si vergognavano di me, mi dicevano “cancellala, la canzone è un problema, non ci fanno neanche più fare concerti. Andiamo in giro e la gente ci guarda male”. Se entravo in un bar ero visto come quello lì che insulta gli italiani. La gestivo con un po’ di sorrisi. Mi dispiaceva, soffrivo perché non era mia intenzione creare una discussione nazionale». Una «discussione» che ha smosso persino la Digos: «La Digos mi è venuta in casa: “abbiamo visto delle minacce alle tue serate. Qualcuno in giro ti è mai venuto a picchiare?”.

Mi chiudevo in casa, sapevo la mia direzione. La gente intorno a me invece era in confusione. Io so i motivi per cui ho fatto quella canzone. Non volevo offendere nessuno».

Un’intervista che va oltre il personaggio e che restituisce il ritratto di un ragazzo che ha trovato nella musica una via per esprimersi tra ironia, provocazione e il desiderio di essere compreso.




Ultimo aggiornamento: venerdì 17 ottobre 2025, 12:17





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