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Nell’ultimo periodo il rugby è coinvolto in un grande dibattito che riguarda il progetto di una nuova competizione globale per club, chiamata “Rebel League” (Lega Ribelle) o “R360”. Della lega si parla già dall’anno scorso, ma nelle ultime settimane il progetto si è fatto sempre più concreto, motivo per cui se ne discute con maggiore intensità. In particolare, il 7 ottobre otto tra le più importanti federazioni nazionali al mondo (compresa l’Italia) hanno pubblicato un comunicato congiunto contro la nuova lega e hanno minacciato di escludere dalle squadre nazionali i giocatori che ci parteciperanno.
Di ufficiale sulla Rebel League c’è ancora ben poco: non esiste neanche un sito. Negli ultimi mesi diversi articoli sui siti specializzati di rugby e di sport hanno però seguito gli sviluppi affidandosi a fonti interne all’organizzazione della lega e alle interviste fatte a Mike Tindall, un ex rugbista che vinse i Mondiali con l’Inghilterra nel 2003 ed è alla guida della Rebel League insieme ad altri tre dirigenti sportivi inglesi e statunitensi.
La Rebel League dovrebbe cominciare non prima di ottobre 2026 e dovrebbero farne parte otto squadre, che si affronterebbero in 16 diverse tappe. In ognuna di queste tutte le squadre si ritroverebbero per giocare in uno stesso stadio, di volta in volta diverso, in giro per il mondo. Le partecipanti alla lega non sarebbero squadre già esistenti, ma da formare ex novo. Sarebbero quindi “franchigie”, cioè squadre a cui corrisponde una licenza che non è strettamente collegata al luogo in cui hanno sede. Le città di cui si è parlato come possibili sedi di una franchigia sono Londra (Inghilterra), Boston, Miami (Stati Uniti), Tokyo (Giappone), Dubai (Emirati Arabi Uniti), Città del Capo (Sudafrica), Lisbona (Portogallo) e Madrid (Spagna). Parallelamente verrebbe creata anche una lega femminile composta da quattro squadre. È comunque tutto ipotetico, non ancora ufficiale, e soggetto a modifiche o cambiamenti.

Mike Tindall nel 2003 a Melbourne, in Australia, in una partita dell’Inghilterra contro l’Australia (David Rogers/Getty Images)
Nelle ultime settimane si è parlato – senza conferme ufficiali – di alcuni forti giocatori che avrebbero firmato per giocare nella Rebel League. Sarebbero stati convinti soprattutto dagli stipendi offerti, paragonabili a quelli dei rugbisti più pagati al mondo.
A differenza del calcio, in cui qualche anno fa il progetto di una Super Lega simile alla Rebel League era stato accolto malissimo, il rugby è più abituato e aperto a questo tipo di discussioni: ha una storia di professionismo più giovane (sono solo 30 anni che esiste il rugby professionistico) e le sue regole cambiano con maggiore frequenza e rilevanza.
L’amministratore delegato di World Rugby (l’organismo che governa il rugby nel mondo) a luglio si è detto disponibile a dialogare con chi organizza la Rebel League. Ha aggiunto che ogni investimento che rende il rugby finanziariamente più stabile è benvenuto e che l’importante è non essere d’intralcio per le partite delle nazionali.
Le federazioni di Sudafrica, Nuova Zelanda, Irlanda, Francia, Inghilterra, Australia, Scozia e Italia, nel loro comunicato del 7 ottobre hanno criticato il modello della Rebel League perché secondo loro sarebbe troppo elitario: distribuirebbe i profitti tra pochi, senza nessuna ricaduta sul resto del sistema, penalizzando soprattutto le squadre giovanili. Inoltre, ritengono difficile integrare le partite della nuova lega in un calendario internazionale già parecchio affollato, e a differenza di molti altri sport non è possibile giocare a rugby una volta ogni tre o quattro giorni.
Nel rugby le federazioni nazionali sono particolarmente gelose dei propri giocatori. Alcune – come Inghilterra, Nuova Zelanda e Irlanda – impongono addirittura ai propri rugbisti di giocare in club del paese per poter essere convocati in nazionale: come se nel calcio l’Italia scegliesse di non convocare chi gioca nella Premier League inglese o in qualsiasi altro campionato estero.
Questa mossa delle federazioni non è nuova. Nel 1995 l’imprenditore australiano Kerry Packer fondò la World Rugby Corporation (WRC) e provò a creare una competizione globale, con un’idea simile a quella che c’è dietro alla Rebel League. Packer riuscì ad accordarsi con alcuni dei migliori giocatori australiani, neozelandesi e sudafricani. Proprio come successo ora, anche trent’anni fa le federazioni dei tre paesi reagirono minacciando i rugbisti che avessero aderito alla WRC di non farli mai più giocare per le loro nazionali. Molti a quel punto si tirarono indietro e il progetto fallì. Ha quindi senso chiedersi se la Rebel League farà la stessa fine dopo la decisione delle otto federazioni.
Alcuni elementi fanno pensare di sì. Nel rugby la presenza in nazionale è ancora considerata di grande prestigio per un giocatore: un torneo per nazionali come il Sei Nazioni è molto più seguito di ogni altro torneo per club. Len Ikitau, uno dei migliori rugbisti australiani, ha di recente ammesso di essere stato approcciato dagli organizzatori della Rebel League. Ha detto però che non accetterebbe se questo implicasse la sua esclusione dalla nazionale e quindi l’impossibilità di partecipare ai prossimi Mondiali, che si terranno nel 2027 proprio in Australia.

Len Ikitau con l’Australia in una partita contro il Sudafrica, nel 2022 a Sydney, Australia (Mark Kolbe/Getty Images)
Altri elementi fanno invece credere che la nuova lega possa avere successo. Per prima cosa non tutti i rugbisti sono interessati ad andare in nazionale. Soprattutto nelle nazionali migliori c’è molta competizione per ottenere un posto in squadra, e questo implica che anche molti giocatori forti o a fine carriera abbiano poche possibilità di ottenerlo. Potrebbero quindi decidere di rinunciare alla convocazione in nazionale preferendo il compenso offerto dalla Rebel League.
Già alcuni rugbisti inglesi, irlandesi e neozelandesi rinunciano alla propria nazionale per giocare in un campionato diverso da quello del loro paese, e tre importanti nazionali (Argentina, Fiji e Galles) non hanno firmato il comunicato. Se queste federazioni non decideranno diversamente, tutti i loro rugbisti potrebbero giocare nella nuova lega senza problemi.
Va poi tenuto in considerazione l’aspetto economico. Nel 1995 le federazioni crearono i campionati professionistici per offrire ai rugbisti un’alternativa economicamente allettante al progetto della WRC. Oggi invece il sistema mondiale del rugby professionistico, nato proprio nel 1995, è in crisi: 12 club di livello internazionale sono falliti negli ultimi anni, tra cui per esempio i Wasps, vincitori di ben sei campionati inglesi. Nel campionato inglese poi sette squadre su dieci hanno debiti maggiori dell’attivo, cioè dei beni, dei diritti e delle risorse che possiedono. Dall’altra parte, fonti vicine alla Rebel League hanno detto che gli organizzatori avrebbero ottenuto abbastanza investimenti per iniziare nel 2026 e fare profitti già nel 2027.
Vittorio Munari, uno dei più famosi commentatori di rugby italiani, ha recentemente detto nel podcast settimanale che conduce con Antonio Raimondi di essere dalla parte delle federazioni. Le ha però anche rimproverate. Riguardo al rugby giovanile, che è stato usato come argomento dalle federazioni per criticare la deriva elitista della Rebel League, Munari ha chiesto: «Dov’è il programma per il rugby di base [delle federazioni]? Dov’è la vera attenzione non a parole ma in sostanza?».
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