All’età di quattro anni, Linus O’Brien vide per la prima volta a teatro The Rocky Horror Show, il musical scritto dal padre Richard, che di lì a poco sarebbe entrato nell’immaginario collettivo freak come Riff Raff, il gobbo e vampiresco maggiordomo del film di culto tratto dallo spettacolo. Oggi, a cinquant’anni dall’uscita della pellicola nelle sale americane, O’Brien junior racconta ascesa teatrale, caduta e rinascita cinematografica di un’opera iconica in un bel documentario, “Strange Journey: the story of Rocky Horror”: dalle prime rappresentazioni nei teatri off londinesi al successo, dalla scelta di farne un film con una major, la Fox, al fiasco iniziale nelle sale, fino alla resurrezione scintillante, con il pubblico che partecipava alle gesta sullo schermo, travestendosi come i protagonisti e mimandone danze e canzoni.

«Gli happening andavano in scena durante le proiezioni notturne e contagiarono un cinema dopo l’altro, una città dopo l’altra», racconta O’Brien commentando il suo documentario, col risultato di creare «una comunità di persone che per la prima volta non si vergognavano di mostrarsi per quello che erano». Quel fenomeno irripetibile ha consacrato The Rocky Horror Picture Show, facendone il cult movie che dal 27 ottobre la Cineteca di Bologna riporterà nelle sale italiane in versione restaurata 4K.

Il primo spettacolo

«Ricordo ancora l’impressione che mi fece The Rocky Horror da bambino a teatro, a Londra – dice il regista -: ero in un palco vicino al palcoscenico e azionavo le luci con un pulsante, per gioco. Per me è stata un’esperienza quasi paurosa ma molto immersiva, perché la sala era nell’oscurità e gli attori mascherati: tutto molto strano e un po’ dark, molto diverso dal musical colorato che sarebbe diventato negli anni successivi».

Ciò che ha portato Linus O’Brien, a decenni di distanza, a ricostruire le vicende dell’opera, è la volontà di «celebrare i fans e la musica di mio padre: il pubblico l’ha amata e la ama, ma forse non sapeva che era sua, né conosceva i dettagli della realizzazione dello show». A impreziosire il documentario, le testimonianze dei protagonisti: Richard O’Brien naturalmente e poi, in ordine di apparizione, il produttore del film Lou Adler, l’indimenticabile Frank-n-furter ovvero Tim Curry, e poi Susan Sarandon, Barry Bostwick, Lady Patricia Quinn (Magenta) e tanti altri.

L’ispirazione invece gli è venuta anni fa: «Ho visto su YouTube una serie di video del film e quando ho trovato la canzone I’m going home mi sono commosso profondamente leggendo i commenti di chi raccontava come il film gli avesse cambiato la vita e lo avesse aiutato». Quanto alla valenza politica e sociale del film, O’Brien nega che ci fosse qualcosa del genere quando il padre scrisse il musical: «Le uniche cose che gli piacevano all’epoca erano il rock’n’roll, la fantascienza e i vecchi horror, voleva fare uno spettacolo che fosse pura gioia e divertimento. Solo successivamente il film ha assunto un’altra valenza, creando comunità e connessione fra persone che si sentivano vulnerabili e potevano manifestare la propria condizione senza vergogna. Per questo penso che il principale lascito di The Rocky Horror sia, come dice mio padre alla fine del documentario, che quest’opera appartiene alla gente».

Invece nell’America di oggi – «tristemente», commenta O’Brien – «le minoranze come la comunità Lgbtq o gli immigrati si trovano sotto attacco, perché sono la parte più debole. Mio padre mi ha insegnato l’empatia, tutti noi dovremmo saperci mettere nei panni degli altri».