“La notizia della scomparsa del maestro Peppe Vessicchio è un colpo duro. Sessantanove anni sono un’età in cui si dovrebbe ancora lavorare, studiare, creare, guardare avanti. Stava promuovendo un libro dedicato a Mozart e ai giovani, e mi fa male pensare che si sia spento mentre cercava di avvicinare le nuove generazioni alla musica più grande che abbiamo”. Così il compositore e direttore d’orchestra Enrico Melozzi sui social.
Melozzi ricorda poi la serata di Sanremo in cui hanno diretto a quattro mani, “nella serata cover con Grignani e Arisa, è stato uno dei momenti più belli della mia carriera. Una folla enorme guardava il palco, ma quei secondi prima dell’inizio del brano erano un istante privato: ci abbracciammo, ci ringraziammo a vicenda, ed entrammo nella musica. È così che me lo porto dentro”. Poi: “Mi stanno già chiedendo dell”eredità’. Non mi appartiene questa parola. Non esistono eredi.
Nella musica non si subentra come in un ufficio postale. Un direttore d’orchestra non è un titolo da assegnare, è un mestiere che si coltiva, è studio, fatica, dedizione, notti in bianco, prove, porte chiuse, conquiste, sconfitte. E soprattutto è servizio. Servizio alla musica, ai compositori, ai musicisti, ai cantanti, al pubblico. Lui ha servito la musica per tutta la vita, e l’ha servita con umiltà, competenza, rigore, ironia e fede nel suono vivo, nell’orchestra vera, senza trucchi e senza stampelle elettroniche”.
“Oggi non ho ambizioni né di raccogliere il suo posto né di sostituire nessuno. Non sono l’erede di niente e di nessuno. Sono un uomo che fa il suo lavoro, come lui l’ha fatto prima di me, e come lo faranno altri dopo di noi. Se ho la fortuna di essere stato ispirato da lui e di aver condiviso un podio, già questo per me è molto. In questo momento penso solo alla sua famiglia, ai suoi affetti, ai suoi musicisti e a tutte le persone che in questi anni hanno fatto musica con lui. Ha lasciato un segno vero, e non serve altro”, conclude.