C’è un uomo. È uno dei tanti dalla barbara e disordinata folla dei “bassi fondi”. La sua situazione familiare non è delle più facili. Prendendosi sulle spalle i disagi di una vita animata da conflitti e battaglie, lo si può vedere correre per la propria vita e quella delle persone a lui care. Ma chi è veramente? Perché lo sta facendo? Cosa si cela dietro all’immaginario fittizio che il piccolo schermo costruisce ogni giorno per il pubblico più affezionato? The Running Man, nuovo adattamento cinematografico dal romanzo scritto nel 1982 da Richard Bachman (Stephen King sotto pseudonimo), ritrova le riflessioni di un racconto legato al passato ma ancora oggi attualissimo nella sua crudeltà di fondo.

Diretto da Edgar Wright e disponibile nei cinema italiani dal 13 novembre 2025, The Running Man riflette su tantissime cose differenti, condensandole tutte nel viaggio di un uomo che si trova costretto a mettersi al centro di un reality sadico per via del suo ambiente di provenienza sociale. Non una storia inedita al cinema, ovviamente, ma comunque ancora d’impatto e fondamentale (anche lo stesso Stephen King è rimasto colpito da The Running Man), se costruita attraverso la cifra poetica giusta e un certo tatto artistico.

Come i romani

In un mondo dominato dall’immagine e dal consumo di massa, un programma incarna in tutto e per tutto la deriva definitiva dell’intrattenimento: The Running Man. Ogni sera, milioni di spettatori si radunano davanti agli schermi per assistere a una caccia all’uomo trasmessa in diretta mondiale. I protagonisti, i cosiddetti “Runner”, non competono per gloria o denaro (o almeno non tutti), ma per la propria sopravvivenza: hanno trenta giorni per fuggire da assassini professionisti, i “Cacciatori”. L’unica regola è semplice e brutale: chi viene raggiunto, muore. Il sangue scorre, gli applausi si alzano. Lo spettacolo continua, sempre più famelico.

In questo inferno televisivo entra Ben Richards, portato sul grande schermo da Glen Powell. Non ha il carisma dell’eroe né l’ambizione del ribelle. La sua scelta non nasce da un desiderio di cambiamento: è un uomo spinto all’estremo dalle circostanze, un disperato senza alcuna possibilità se non la più estrema. La sua partecipazione a The Running Man non nasce dal desiderio di fama, ma da una necessità che va oltre sé. L’unica via per salvare la vita di sua figlia malata è accettare le condizioni del gioco, diventare preda consapevole, corpo sacrificabile davanti a un sistema che misura la pietà in punti di share.

A orchestrare The Running Man c’è Dan Killian, mente del programma, incarnato da Josh Brolin. È il demiurgo dello spettacolo moderno: trasforma la violenza in linguaggio, la paura in profitto. La sua abilità consiste nel manipolare le emozioni collettive, nel dare forma alla crudeltà come se fosse intrattenimento. Ogni inquadratura, ogni grido, ogni colpo sparato sono costruiti per mantenere vivo l’interesse dello spettatore. In questo meccanismo perfetto, Richards dovrebbe essere soltanto un numero, una storia da consumare e dimenticare, o comunque da spremere fino all’osso. Ma qualcosa va storto.

Guardare la vita consumarsi

The Running Man è un lungometraggio che parla di immagini, di immaginario e di manipolazione delle masse con finalità di propaganda. È un film sul consumismo che ancora oggi dilaga in ogni ambito. Traendo ispirazione dagli eccessi di una storia sicuramente sopra le righe, il film diretto da Edgar Wright guarda in faccia il proprio pubblico, instaurando fin da subito una discussione sulla passività di una società che assomiglia per tante cose alla nostra.

Gli schermi sempre accesi e il dramma umano e reale che si consuma poco a poco. Il tutto attraverso una regia estremamente frenetica, sempre in movimento ma anche leggera, in qualche modo. The Running Man è anche e soprattutto cifra stilistica: non solo lo sguardo della macchina da presa, ma anche il montaggio ritmato e musicale di Paul Machliss fa la differenza, con un lungometraggio che si nutre voracemente della propria colonna sonora, anch’essa movimentata e varia.

La tensione è un’altra costante fondamentale del racconto. Basandosi tutto su un inseguimento continuo e folle, The Running Man si gioca alcune delle sue carte più impattanti attraverso la messa in scena di questo mondo avvolgente, a metà fra la fantascienza rétro anni ’80 e un futuristico abbastanza attuale. Questo è ovviamente un ulteriore gioco alla satira sociale, alla critica e distinzione di due classi ben specifiche che vivono in mondi separati: abissi di dettagli e scenografie che lasciano il segno proprio perché agiscono direttamente sulle scene.

The Running Man disegna, quindi, un futuro che assomiglia pericolosamente al nostro presente, un’epoca in cui la linea di confine tra realtà e spettacolo si è dissolta. La sofferenza diventa un prodotto, la morte uno strumento di fidelizzazione, l’empatia un ostacolo alla performance. L’intrattenimento è diventato un linguaggio crudele, calibrato ed estremizzato dal potere per alimentare il desiderio di controllo e il bisogno di emozione immediata.

In questa cornice, la violenza non è più solamente esibita: è richiesta, programmata, venduta. La società osservata da The Running Man non si limita a guardare: partecipa, applaude, giudica. È lo spettatore a decretare la misura della brutalità necessaria, ed è proprio in questo atto di consenso che si consuma la condanna collettiva, anche oltre lo stesso grande schermo.

Ben Richards, costretto a farsi spettacolo per sopravvivere, incarna la parabola di un uomo che si ribella non per eroismo, ma semplicemente per dignità. La sua corsa diventa così, e ben presto, la rappresentazione più diretta di una lotta contro il disumano travestito da intrattenimento e svago. Più lo si vede sfuggire alla morte, più il sistema tenta di trasformarlo in un’icona, per riassorbirlo e neutralizzarne la forza. Ma nella sua resistenza, nella sua decisione di non conformarsi al copione imposto, si rivela l’ultimo gesto di libertà possibile in un mondo che trasmette la fine dell’uomo come spettacolo in prima serata.

Ecco che The Running Man non è più semplicemente un reality da consumare comodamente nel proprio spazio personale: è il ritratto di un mondo che ha smarrito la propria umanità, disposto a divorare i propri miti pur di restare intrattenuto. E mentre Richards corre per la vita, diventa sempre più chiaro che il vero mostro non è chi uccide, ma chi guarda.