Come mai la mediocrità sembra un concetto tanto respingente? Perché pare non dirci nulla di rivelante di sé, nulla che vorremmo imitare. Dopo i primissimi secondi di Le città di pianura, di Francesco Sossai, è chiaro che la localizzazione spaziale in cui ci troviamo, tanto quanto quella relazionale, non ha a che fare con grandi narrazioni, e con questo si intendono parabole di riscatto e risarcimento che trovano in un climax qualunque la propria ragione d’esistenza. I primissimi personaggi in cui ci imbattiamo sono due cinquantenni ubriaconi alla guida di una Jaguar S-Type, di posta in un bar in attesa di recuperare un amico in aeroporto. Il viaggio che li aspetta, e che è altresì destinato a noi spettatori, non è il viaggio dell’eroe che conquista una versione evoluta del sé, ma l’attraversamento paziente di uno stato di dolce inadempienza.

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Presentato al Festival di Cannes nella sezione Un Certain Regard, il secondo lungometraggio del giovane regista veneto sembra catturare quella media lunghezza di sguardo che a più riprese il cinema italiano autoriale privilegia nella suo palmarès contemporaneo: quella porzione di realtà che resta in secondo piano, non sovraesposta ma spesso nascosta. La realtà mediocre – dove “mediocrità” nella sua accezione priva di condizionamenti culturali è una semplice “via di mezzo” – in fin dei conti sembra non offrire alcun vantaggio identitario, quando invece raccoglie tutto quello che di popolare conosciamo: il “pop” e il “punk” della vita, le strategie di sopravvivenza, il reinventarsi e il godimento per le piccole cose. Si tratta del paesaggio esistenziale che abitiamo per la maggior parte del nostro tempo (il quotidiano), accompagnati da “tipi” eterogenei più che da personaggi esemplari. Allora Sossai scava in questo paesaggio complesso e tutt’altro che insapore, e lo fa dirigendo un’elegia scanzonata sul paesaggio extra-urbano che più gli assomiglia. La pianura veneta diventa scenario di suggestioni sulla mediocritas non in quanto intervallo di vita, ma come punto di vista riabilitato sul mondo.

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Carlobianchi e Doriano – due splendidi Sergio Romano e Pierpaolo Capovilla – sono i “vitelloni” di mezza età che faranno da chauffeur e guide spirituali per Giulio – Filippo Scotti si riconferma attore interessantissimo – un giovane studente di architettura che li seguirà, suo malgrado, in un lungo viaggio attraverso la pianura veneziana, Altivole e i paesi della provincia di Treviso. Immediata è l’eco a Il sorpasso di Dino Risi in questo road movie con un passeggero in più, ma per quanto si tratti di due opere sul movimento, le traiettorie che seguono raccontano due posture erratiche differenti. La Lancia di Bruno Cortona era puro veicolo propulsivo, una fuga in avanti accelerata che incarnava meccanicamente il bisogno di scavalcare il limite della vita ordinaria. La Charlie Whitie è invece il luogo in cui accade la relazione, la lenta signora a quattro ruote che ha visto glorie e miserie e che nella sua alcova ospita un trio che “sosta” piacevolmente nell’attraversamento. Non c’è tratta diretta con un’unica destinazione, c’è piuttosto uno spostamento che invoglia a restare con se stessi e con gli altri nella profondità di un incontro.

L’Italia che entrambi i film attraversano, subisce allo stesso modo due sguardi: le tappe lungo l’Aurelia erano panoramiche dal forte potere visuale, oggetti ancora osservabili, ma la pianura veneta non si offre allo sguardo da cartolina perché non vuole essere celebrata, emerge in mezzo a parcheggi provinciali, argini, rotonde. Dal paesaggio come immagine, quindi, al paesaggio come densità relazionale. Risi voleva raccontare l’Italia del boom e l’ha immaginata come un’automobile il cui motore pulsa nel qui e ora. Le città di pianura racconta la risultante di un post-boom che invece esiste ancora e cerca la propria continuità generazionale. Queste 48 ore lungo il Triveneto si muovono nel non-evento, in una sequela di scorci marginali che costruiscono un senso nel loro accumularsi e ripetersi.

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È importante non confondere Il film con operazioni cinematografiche sulla periferia, grande topos della geo-estetica contemporanea. La pianura di Sossai vive al di fuori di una gerarchia centripeta: parliamo di un tessuto interstiziale senza centro, dove la geografia non produce narrazioni dominanti. E non parliamo nemmeno di non-luoghi: loci di puro passaggio – come autogrill e aereoporti – che imitano le “città” solo per fare transitare i propri abitanti a ore. Qui sta l’intuizione di Sossai: non c’è un altrove verso cui tornare ma è importante esplorare dove, in pianura, si generi uno spirito. E nella percorrenza delle strade vuote, i due vecchi amici rimettono in circolo con Giulio i gesti del passato con cui avevano contrassegnato quei luoghi. Bellissimi i flashback in cui l’acerbo Giulio si immagina a interpretare “Genio”, terzo protagonista di tutte le storie che Doriano e Carlobianchi raccontano. In questo falso reenactment mentale, sublimato dalle tappe eno-gastronomiche ed erotiche del trio novo, la pianura può diventare un “genius loci”, perché i gesti tornano a ravvivarne lo spirito.

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La fotografia insiste, per continuità, sugli spazi liminali: foschie fredde, luci intermittenti, ombre senza pathos. L’immagine non cerca la bellezza, cerca la presenza. Ed è proprio in questa rinuncia all’estetizzazione che affiora una grazia minima, un volto che appare più vero quando non è al centro dell’inquadratura. Impreziosite dalla colonna sonora firmata Krano, le fatiche di questi due saggi perdigiorno, senza speranze in un futuro in ascesa, risuonano di sincera veemenza, accordati dalla musica tradizionale veneta e il country sperimentale. L’opera di Sossai dissacra tutta quella estetica della “realness artificiale”, ribalta la bellezza della campagna aesthetic e ci mostra quei locali sinceri che sono belli perché aprono un campo di senso.

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La svolta percettiva arriva infine con il Memoriale Brion, ultima tappa del viaggio. Nel lirismo dei tre flâneur che attraversano gli spazi architettonici della tomba, si compie la profezia dello sguardo. Dalla cinta muraria del memoriale si può ammirare la pianura tutta, quella figura mediana che veniva completamente rimossa nei capricci della scuola del Veronese dove le Dolomiti sconfinavano per immaginazione direttamente nell’Adriatico. Sossai, in fin dei conti, prova a sfidare un vizio culturale e politico che spinge gli uomini a ignorare o posporre le proprie incombenze quotidiane delegandole a un sogno futuro, e costruisce un discorso pieno sulla pianura veneta dove le relazioni offrono prospettiva, e le nuove prospettive svolte inedite da prendere. Le città di pianura altro non sono che un modo di vivere la realtà rilocando i propri progetti su un’orizzontalità basso continua, una sosta sulle cose del mondo che ci riguarda ora. Quello del regista veneto è un film sulla potenza di un eterno presente dell’azione come unica fonte di gioia, e unico orizzonte temporale su cui avere eventuali rimpianti. E se questo incedere disarticolato verso un domani ha un valore per il nostro possibile benessere – così come la piacevole disarticolazione narrativa che a noi propone, non potendoci offrire da bere – la nostalgia ci insegna a cercare, ora, il nostro personale tesoro, e per farlo nulla sembra più coerente che guidare tutta la notte, e il giorno dopo ancora, alla ricerca del nostro bicchiere della staffa.