A volte basta un dettaglio minuscolo per far crollare un’esistenza. Altre volte è lo stesso dettaglio a salvarla. Nei film drammatici che RaiPlay propone e che ti consiglio oggi, c’è sempre un momento fragile, un gesto che incrina o ricompone una vita.
È questo l’incanto del cinema italiano quando decide di parlare di crescita, dolore, riscatto. Ti ritrovi a seguire personaggi che vacillano, inciampano, si rialzano, e mentre lo fanno senti che qualcosa sta cambiando anche dentro di te.
Forse è per questo che torno spesso a queste storie. Perché mi ricordano che esistono ferite che non si vedono, ma che scandiscono il ritmo di una vita. Ed è proprio nei tempi sospesi, nelle esitazioni, nelle scelte impossibili che il cinema drammatico sa colpire più a fondo.
Su RaiPlay trovi tre opere italiane capaci di guardare negli interstizi dell’anima umana: “Il colibrì” (2022, prodotto da Indiana Production, Rai Cinema, Tamtam Cinema), “La bella estate” (2023, prodotto da Kino Produzioni, Rai Cinema, 9.99 Films) e “Maledetta Primavera” (2020, prodotto da BiBi Film e Rai Cinema). Apparentemente lontani tra loro, condividono uno stesso impulso: raccontare la fragilità come forma di resistenza.
Piccola digressione. Ogni tanto mi sorprendo a ripensare ai film che ho visto in momenti decisivi della mia vita. Magari non erano perfetti, magari non erano nemmeno i più celebrati, ma sapevano toccarmi dove serviva. Con queste tre opere succede proprio questo: non cercano di impressionarti, ti entrano dentro in silenzio.
“Il colibrì”, diretto da Francesca Archibugi, mette al centro Pierfrancesco Favino nei panni di Marco Carrera, un uomo che attraversa lutti e amori mancati restando ostinatamente fermo, come l’uccellino da cui prende il soprannome. Tra ricordi, salti temporali e passioni irrisolte, il film osserva la vita come un campo minato in cui ogni passo è una perdita o un guadagno.
L’amore impossibile per Luisa Lattes, interpretata da Kasia Smutniak, è uno di quei sentimenti che tutti, almeno una volta, avrebbero voluto vivere o dimenticare. Il cast – da Nanni Moretti a Bérénice Bejo fino a Benedetta Porcaroli – sostiene un racconto che riflette sulle scelte che non abbiamo il coraggio di fare. Su Google il film raccoglie il 67% di giudizi positivi, su Rotten Tomatoes il 63%, mentre IMDb registra una media di 6,4.
Più luminosa e sensuale, ma non meno intensa, è la Torino del 1938 raccontata da Laura Luchetti in “La bella estate”, tratto dal romanzo di Cesare Pavese. Qui il dramma si mescola alla formazione, seguendo l’iniziazione emotiva di Ginia, interpretata con finezza da Yile Yara Vianello.
L’arrivo della modella Amelia (Deva Cassel) spalanca alla protagonista un mondo di artisti, desiderio e contraddizioni.
La critica ha accolto bene il film: Il Mattino ha parlato di modernità che emerge dal passato senza cadere nel nostalgico, Avvenire ha messo in luce la potenza emotiva della “gioventù inquieta di Ginia”. Su Google il gradimento è del 62%, su IMDb 5,5, mentre Rotten Tomatoes segna un 69%.
Poi c’è “Maledetta Primavera”, debutto alla regia di Elisa Amoruso, che porta sullo schermo un frammento autobiografico ambientato negli anni ’80. Una storia di amicizia, identità e prime ferite affettive vista attraverso gli occhi di Nina (Emma Fasano), che trova in Sirley (Manon Bresch) una compagna capace di spalancarle il mondo.
Micaela Ramazzotti e Giampaolo Morelli interpretano i genitori, entrambi in lotta con fragilità che finiscono per pesare sulle scelte della figlia. Con un 62% di apprezzamenti su Google e un 5,7 su IMDb, è una pellicola che sa evocare un decennio senza farne una cartolina, usando la musica – soprattutto il celebre brano di Loretta Goggi – come ponte emotivo tra passato e presente.
Tre film, tre modi diversi di raccontare il dolore e il desiderio. Su RaiPlay diventano parte di un’unica traiettoria emotiva: si parla di adulti feriti che cercano un equilibrio e di adolescenti che ancora non sanno come trovarlo. È un viaggio tra resistenza e rinascita, tra scelte mai fatte e quelle che cambiano tutto.
Forse, rivedendo questi titoli, ti accorgerai che crescere significa proprio questo: riconoscersi nella fragilità degli altri.