Quando si pensa a George Lucas, l’immaginario corre subito a Star Wars e al regista che ha rivoluzionato l’industria dell’intrattenimento. Ma prima di diventare l’uomo che ha ridefinito la space opera, Lucas era un outsider: un giovane autore cresciuto dentro la New Hollywood, attratto dall’avanguardia, dall’anti-commerciale, dalle sperimentazioni radicali. La sua carriera nasce in un territorio molto lontano dalla popolarità che lo avrebbe reso un’icona, e il film che meglio racconta quel momento è il suo debutto del 1971, L’uomo che fuggì dal futuro (THX 1138): un’opera disturbante, glaciale e ancora oggi sorprendentemente attuale.
Derivato dal suo cortometraggio universitario Electronic Labyrinth: THX 1138 4EB, il film ci porta in un futuro distopico dominato dal controllo, dalla sorveglianza e dalla deumanizzazione tecnologica. I cittadini vivono in spazi bianchi, abbacinanti, privi di qualunque identità estetica: uniformi identiche, crani rasati, farmaci obbligatori che sopprimono emozioni e desideri. THX 1138 (interpretato da Robert Duvall) è uno dei tanti ingranaggi di questo sistema, fino a quando la sua compagna di stanza LUH 3417 altera di nascosto il dosaggio dei medicinali. Quel gesto, minimo ma rivoluzionario, gli permette per la prima volta di “sentire” qualcosa. La scoperta dell’emotività — e dell’amore — diventa l’inizio della sua ribellione e, inevitabilmente, della sua condanna.
La fuga di THX dalla prigione invisibile in cui è cresciuto è un viaggio mentale prima ancora che fisico. Lucas compone una distopia figlia di Orwell e Huxley, ma filtrata attraverso un’estetica ipnotica e una messa in scena che sembra anticipare Black Mirror, Gattaca, Brazil e tutta quella fantascienza che usa il futuro per parlare delle ossessioni del presente. L’onnipresenza delle voci, degli avvisi elettronici, dei sistemi automatizzati crea un tappeto sonoro allucinato che soffoca ogni respiro: è il contributo decisivo del sound editor Walter Murch, che qui firma una delle sue creazioni più celebri. Anche la colonna sonora di Lalo Schifrin — cupa, frammentata, inquieta — sostiene la sensazione di essere intrappolati in un incubo ipertecnologico senza via d’uscita.
Molti critici dell’epoca contestarono a L’uomo che fuggì dal futuro la lentezza, il minimalismo narrativo, l’assenza di personaggi “empatici”. Tutto vero — ed è proprio questo il punto. Il mondo sotterraneo creato da Lucas non vuole farci affezionare a qualcuno, ma immergerci dentro una società che ha cancellato le emozioni in nome dell’efficienza. Anche i protagonisti sembrano a tratti più funzioni che persone: un dispositivo narrativo che può risultare spiazzante, ma che rende il film un’esperienza sensoriale unica. E quando, nel terzo atto, entra in scena Donald Pleasence nei panni di SEN 5241, l’opera trova una delle sue presenze più disturbanti e affascinanti.
Nonostante le ambizioni, l’accoglienza di L’uomo che fuggì dal futuro nel 1971 fu tiepida: Warner Bros. lo tagliò senza il permesso del regista nel tentativo — fallimentare — di renderlo più commerciale. Solo dopo il trionfo di Star Wars il film venne riscoperto come un tassello fondamentale nella formazione artistica di Lucas. Non è un caso che l’autore abbia fondato Lucasfilm proprio in seguito a quell’esperienza traumatica: la necessità di avere controllo creativo totale nasce qui, dall’impossibilità di difendere un’opera considerata troppo “oscura”.
Eppure, la sua eredità è enorme. Quasi tutto il filone della fantascienza sociale successiva — da Silent Running a Brazil, da Gattaca a Beyond the Black Rainbow — deve qualcosa a THX 1138. La sua estetica “bianca” e disumanizzata, il suo modo di far sembrare ogni ambiente preesistente e logoro, la sua rappresentazione della tecnologia come forma di annullamento identitario sono ormai codici riconoscibili. Anche Star Wars, pur così distante per tono e spirito, eredita da THX 1138 la costruzione dei mondi “vivi”, sporchi, abitati, dove ogni dettaglio racconta una storia.
Più di cinquant’anni dopo, L’uomo che fuggì dal futuro resta un film duro, ostico, incapace di accontentare il pubblico generalista. Ma la sua forza sta proprio lì: nel ricordarci quanto la fantascienza possa essere estrema, politica, scomoda. È un’opera che parla apertamente della paura di perdere l’umanità in un mondo dominato dai sistemi automatizzati, dalle voci sintetiche e dalle identità uniformate. Un cinema che inquieta, più che intrattenere. Ed è per questo che continua a emergere, a distanza di decenni, come uno degli sci-fi più lucidi e angoscianti mai realizzati sul rapporto tra uomo e tecnologia.
Leggi anche: Ha solo due stagioni, ma questa è una delle serie sci-fi più intelligenti e sottovalutate che troverete in streaming
© RIPRODUZIONE RISERVATA