In streaming su Prime Video c’è l’opera seconda di Damian Mc Carthy, uno dei milgiori horror degli ultimi anni. La recensione di Oddity di Federico Gironi.
Una delle cose – e non sono poche – che più mi piacciono di Oddity è il fatto che sia tutto incentrato su uno stile astratto e ellittico che in qualche modo è quello del sogno e dell’incubo, eppure è anche un film che, nei suoi snodi e nei suoi intrecci, e perfino nelle sue immagini, si basa su una logica ferrea e su una precisione geometrica. Questo di certo non in sé qualcosa di sufficiente a fare di Damian Mc Carthy uno Stanley Kubrick, ma forse basta per permettere di dire che il suo è stato un approccio decisamente kubrickiano alla materia. Lì dove la materia non è solo quella dell’horror, ma più in generale quella del cinema tutto.
Un’altra cosa che mi piace di Oddity è che questa tensione tra irrazionale e razionale è chiaramente uno dei temi principali di un film che, sintetizzando all’estremo, contrappone una donna cieca ma dotata di poteri di chiaroveggenza, e alle prese con un piano di vendetta personale, a un uomo che invece fa della sua visione fredda e razionale delle cose e delle persone un’arma affilata. Eppure, ecco che ci sarà qualcosa che la donna non sarà in grado di vedere e di anticipare, e – in un finale davvero memorabile per quanto è beffardo – una sfida razionale che l’uomo sarà condannato a perdere per via di una curiosità e una presunzione (logica) che sono drammatiche falle nell’armatura della sua logica.

Come Caveat, più di Caveat, Oddity è un film di luoghi, di atmosfere, di tensioni costanti che montano lentamente fino a diventare snervanti, e che esplodono poi in alcuni momenti che non sono banali jump scare, ma lampi di orrore esplicito che arrivano sempre in leggero, fatale e spiazzante fuori tempo rispetto alle aspettative dello spettatore, pure il più smaliziato.
Oddity, se non si fosse capito, fa assai paura, e ci sono diverse scene che si fisseranno nella vostra memoria in maniera assai durevole, ma lo fa con grande raffinatezza: nella composizione delle immagini, nella gestione dei suoi elementi più perturbanti (come l’inquietante manichino in legno che domina per la sua prolungata fissità), nel modo in cui Mc Carthy è attento a far scivolare da un piano all’altro i toni e i luoghi del racconto per togliere riferimenti a noi che guardiamo.

Perché, ed è un’altra delle cose che mi piacciono di Oddity, anche perché gestita alla perfezione, il film è un horror che slitta costantemente verso il thriller psicologico, e poi quasi verso il noir, e poi torna horror, evocando spesso e volentieri, in tutto questo, non solo il fantasma di Shining, e quello del Silenzio degli Innocenti, ma soprattutto quello di Hitchcock.
Se li guardiamo bene, e li spogliamo della loro veste più contemporanea, ecco che i protagonisti di questo film sono personaggi chiaramente hitchcockiani, e la trama stessa sembra in qualche modo portare con sé lontani sussurri di film come Rebecca, Io ti salverò e forse perfino La donna che visse due volte. Anche se la cosa più hitchcockiana di tutte è il lavoro esplicito e metaforico che Mc Carthy fa sullo sguardo, sulla visione.
Anche per questo, scrutare nel buio della casa teatro quasi unico del film, e nel buio della mente di alcuni personaggi, è una delle grandi esperienze permesse e regalate da Oddity.