di
Michela Nicolussi Moro
Il dottor Schiavon (già direttore attività motoria dell’Usl di Padova): «Prevale l’aspetto psicologico sulla cura del fisico»
Dopo la morte dei due maratoneti Anna Zilio, 39 anni, e Alberto Zordan, 48, trovati senza vita a distanza di due settimane nelle loro case di Verona e Sovizzo (Vicenza), e la scoperta dei certificati di idoneità sportiva falsificati dalla prima vittima, ci si interroga sul pericoloso fenomeno dell’agonismo a tutti i costi. Soprattutto dopo i 35 anni.
Dottor Maurizio Schiavon, lei ha diretto il Servizio di attività motoria dell’Usl di Padova, ha fatto parte delle commissioni regionale e nazionale di Medicina dello Sport: perché questo improvviso fanatismo agonistico fino a 70 anni?
«Non è una novità. Praticando sport, l’organismo secerne endorfine, che nonostante lo sforzo regalano benessere e soddisfazione. Insomma, ci si sente bene ed è uno stato che molti continuano a voler replicare. Non si rassegnano a smettere o a passare ad attività ad intensità medio-bassa, perché non suscitano le stesse emozioni».
Quindi l’aspetto psicologico prevale sulla cura del fisico?
«Sì, prevale l’affermazione personale. Quando si supera un ostacolo il cervello ti dice: bravo. E quindi si tende a voler alzare sempre più l’asticella, a vincere i propri limiti. È il lato positivo dello sport, se non si esagera. Altrimenti il rischio è alto».
Le è mai successo di vedere certificati falsi?
«Ho visto di tutto. Lo sa che alcuni professionisti non giudicati idonei in Italia per problemi cardiaci si sono fatti impiantare il defibrillatore e hanno continuato l’attività agonistica in America? Sono casi di alterazione della personalità: se pur di scappare dai controlli un atleta arriva a falsificare il certificato, significa che si sente morire all’idea di sospendere la pratica sportiva».
Significa anche che ci sono pochi controlli?
«Fino al 1994 i certificati di idoneità sportiva potevano essere rilasciati solo dalle Usl, che sottoponevano gli atleti a visite molto rigorose. Poi sono stati autorizzati anche i privati accreditati, dopo opportune ispezioni da parte degli specialisti pubblici. E con l’obbligo di far vidimare i certificati rilasciati all’Usl competente. All’inizio degli anni 2000 è caduto anche quest’ultimo paletto».
Risultato?
«A Padova su 10mila atleti sottoposti a visita medico-sportiva ogni anno, 100 venivano da noi dichiarati non idonei per gravi problemi, generalmente cardiaci. Nello stesso lasso di tempo il privato su 20mila soggetti controllati ne fermava 50».
Complicità o incompetenza?
«Le cose nel privato non sempre funzionano bene. Una visita per l’idoneità sportiva può durare anche un’ora ed è diversa a seconda dell’età dell’atleta. Fino a 35 anni la prova da sforzo consiste nel solito gradino dal quale scendere e salire per 3 minuti, ma dopo cambia, perché andando avanti con l’età possono insorgere miocarditi emorragiche o ischemiche, più difficili da diagnosticare. E allora si sottopone il paziente al cicloergometro, cioè lo si fa pedalare su una cyclette fino a raggiungere l’85% della frequenza cardiaca media, controllando l’elettrocardiogramma. Se insorgono complicazioni lo si ferma subito e non si rilascia l’idoneità».
E nel privato non funzione così?
«Ci vuole tempo per questi esami e il privato tende a fissare quattro visite in un’ora, per mantenere un ticket più basso del pubblico: 60 euro invece di 100».
Ma che se ne fanno le Federazioni di atleti «attempati»?
«Hanno esteso l’età tesserabile perché l’età media continua a salire, tanti giovani a un certo punto mollano l’agonismo per motivi di studio o lavoro e queste realtà hanno comunque bisogno di iscritti».
Vai a tutte le notizie di Padova
Iscriviti alla newsletter del Corriere del Veneto
15 novembre 2025
© RIPRODUZIONE RISERVATA