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Il Tribunale dei crimini internazionali del Bangladesh ha condannato a morte l’ex prima ministra Sheikh Hasina per crimini contro l’umanità, per la violenta repressione che ordinò a seguito delle grandi proteste antigovernative cominciate a luglio del 2024. Secondo diverse stime, negli scontri con la polizia furono uccisi più di 600 manifestanti, e almeno 11mila furono arrestati: furono gli scontri più violenti dal 1971, cioè da quando il Bangladesh ottenne l’indipendenza dal Pakistan.

La pena massima per questo tipo di reato è appunto la pena di morte, ma è prevista la possibilità di appello presso la Corte Suprema. Hasina ora vive in India, dove è fuggita nell’agosto del 2024 proprio per via delle proteste contro il suo governo. Il Bangladesh ha chiesto la sua estradizione, che però finora non è stata approvata dal governo indiano. Al momento quindi per il Bangladesh è impossibile eseguire la pena.

Hasina ha 78 anni ed è stata la prima ministra più longeva della storia del Bangladesh, che ha governato dal 2009 al 2024 e in precedenza dal 1996 al 2001. È la figlia maggiore di Sheikh Mujibur Rahman, il politico che dichiarò l’indipendenza del Bangladesh e fondò il partito Lega Awami, di orientamento progressista, che è ora guidato da lei.

Alcuni poliziotti di fronte alla Corte Suprema del Bangladesh, Dhaka, Bangladesh, 13 novembre 2025 (AP Photo/Mahmud Hossain Opu)

Nel tempo la figura di Hasina è diventata molto controversa: nonostante si fosse sempre opposta alle dittature militari e si fosse impegnata a promuovere politiche a favore delle donne e delle fasce più povere della popolazione, col passare degli anni il suo governo era diventato sempre più autoritario. Hasina ha sempre negato le accuse di essere responsabile delle violenze che hanno causato la morte dei manifestanti.

Oltre ad Hasina sono stati condannati l’ex ministro dell’Interno, Asaduzzaman Khan Kamal, e il capo della polizia, Abdullah al Mamun (quest’ultimo era l’unico presente in aula). Sono tutti stati ritenuti colpevoli di aver autorizzato l’uso della forza contro le persone che hanno partecipato alle proteste del 2024. Dopo la lettura della sentenza ci sono stati applausi e gesti di gioia tra chi era nel pubblico.

La sentenza arriva a distanza di pochi mesi dalle elezioni parlamentari, previste a febbraio, da cui però il partito di Hasina Lega Awami è stato escluso.

– Leggi anche: Chi è Sheikh Hasina, l’ex prima ministra del Bangladesh

Le proteste erano nate come manifestazioni studentesche pacifiche contro il sistema di quote nell’assegnazione degli incarichi pubblici, considerato da molti discriminatorio e poco meritocratico. Aumentarono poi quando la Corte Suprema del paese modificò il sistema delle quote: vi presero parte anche altre fasce della popolazione e diventarono delle manifestazioni con rivendicazioni più generiche contro Hasina e il suo governo, il cui atteggiamento era diventato nel tempo sempre più autoritario. A questo contribuì anche il modo repressivo con cui il governo stesso cercò di bloccare le proteste: per esempio, ordinò la chiusura di tutte le scuole e delle università e impose un coprifuoco e un blocco ai servizi di internet, di telefonia mobile.

Per giorni i manifestanti appiccarono incendi in centri commerciali, stazioni di polizia e anche edifici governativi. Hasina si dimise lunedì 5 agosto dopo che migliaia di manifestanti avevano assaltato la sua residenza ufficiale nella capitale Dacca. In seguito il presidente del Bangladesh Mohammed Shahabuddin sciolse il parlamento, come richiesto dai manifestanti, e nominò Muhammad Yunus, vincitore del premio Nobel per la Pace nel 2006, alla guida di un governo di transizione. Yunus ha poi annunciato nuovi elezioni.