“Un anno speciale, con alti e bassi, ma pieno di gratitudine per le persone che mi circondano. Non potrei farcela senza questa squadra”. Con questo messaggio social Jannik Sinner – a meno di 24 ore dal successo contro Carlos Alcaraz – ha voluto ringraziare il suo team. E non smette mai di farlo. Perché nella sua squadra Sinner non ha trovato solo delle affidabili figure professionali, ma un’altra famiglia. Gente fidata, che l’altoatesino vuole sempre accanto: su tutti Simone Vagnozzi (Head coach), Darren Cahill (assistente allenatore) e Umberto Ferrara (preparatore atletico).
Che sia un’intervista in tv, a un giornale, pre partita, post partita, Sinner parla sempre di “noi”, mai di “io”. “Stiamo lavorando su altri aspetti” e mai “sto”. Un plurale che all’altoatesino è sempre venuto spontaneo, perché Sinner senza il suo team non sarebbe Sinner. Per più motivi, che esulano dai miglioramenti tecnici e dall’ottima condizione fisica. Perché Vagnozzi e Cahill sono “di famiglia”, amici a cui l’azzurro si è anche affidato nei momenti più complicati. E lo stesso vale per il preparatore Umberto Ferrara, quel tassello mancante che Sinner ha deciso di re-inserire a luglio, dopo averlo licenziato post caso Clostebol. Nessuno come loro conosce il corpo e soprattutto la mente di Sinner.
“Come dico sempre, dicembre è molto importante per me e per il team, perché cresce l’unione: non c’è la pressione del torneo, la corsa continua da un posto all’altro. È importante non solo per il lavoro in campo, ma anche per far crescere la connessione all’interno del team e capirsi sempre meglio”, ha ribadito Sinner nel post gara contro Alcaraz. E allora succede che Darren Cahill voglia andare via a fine 2025, ma Sinner lo convinca a rimanere un altro anno. Rimarrà al 99,9%, a giudicare dalle ultime dichiarazioni (“se vuole, rimango”, aveva esplicitamente detto l’allenatore). E succede anche che Sinner licenzi Umberto Ferrara dopo il caso Clostebol, decida di affidarsi a Panichi e Badio ma con loro non trovi la connessione mentale, il feeling. E allora è arrivato l’addio pre Wimbledon e la scelta di richiamare Ferrara.
Perché con quel team – a cui si è aggiungono l’osteopata Andrea Cipolla e ultimamente anche il fisioterapista Alejandro Resnicoff (con lui Sinner sta iniziando a migliorare anche il suo spagnolo) – c’è unione d’intenti: tutti sembrano navigare nella stessa direzione. E quando non succede, Sinner si arrabbia. Come quando ottenne il break contro Shelton a Parigi e rivolgendosi al suo angolo disse: “Faccio il break e voi state seduti, caz*o“. C’è il relax in allenamento, con scherzi e giochi. Ma poi anche la serietà: il confronto, il lavoro, lo studio su come migliorare e quali modifiche apportare al gioco. “Siamo davvero felici della prestazione di Jannik”, ha dichiarato Vagnozzi con tutto l’orgoglio di un coach che con Sinner è cresciuto.
Poi però si torna al campo: “Dopo gli US Open abbiamo visto alcuni problemi, soprattutto con il servizio. Abbiamo cambiato il movimento. Abbiamo cambiato il ritmo. Ha servito davvero bene da Shanghai fino a qui”. E anche tra loro, nel team, nessuno è una “prima donna”, nessuno vuole apparire, come dimostrano le dichiarazioni di Cahill: “Sappiamo che ci sono aspetti del suo gioco che possono ancora crescere molto, ci confronteremo nei prossimi mesi”. Tutti insieme, ognuno rispettoso del ruolo dell’altro. E dopo ogni vittoria il primo pensiero di Sinner è sempre rivolto a loro: pugno chiuso reciproco, sguardo con mezzo sorriso e poi abbraccio finale.