voto
7.5
- Band:
SPOCK’S BEARD - Durata: 01:00:01
- Disponibile dal: 21/11/2025
- Etichetta:
- Madfish
Streaming non ancora disponibile
Gli Spock’s Beard pubblicano il loro quattordicesimo studio album, intitolato “The Archaeoptimist”, a ben sette anni dall’ultimo “Noise Floor”, con delle premesse sensibilmente differenti rispetto ai dischi precedenti. Ciò non tanto a livello di line-up, dove l’unico cambio che si registra è quello alla batteria, con l’innesto di Nick Potters il quale, peraltro, alla stregua dei suoi predecessori, se la cava egregiamente anche dietro ai microfoni.
La novità più importante è invece data dal fatto che si assiste ad un deciso cambiamento nello staff compositivo: John Boegehold sembra ormai essersi dedicato completamente ai Pattern-Seeking Animals, band che vede coinvolti anche il bassista Dave Meros e il cantante Ted Leonard, mentre quest’ultimo e Alan Morse si sono limitati a contribuire solamente ai testi in un paio di tracce ciascuno.
Per il resto, l’onere compositivo è stato invece interamente sostenuto dal tastierista Ryo Okumoto e dal suo collaboratore Michael Whiteman (I Am Manic Whale): praticamente lo stesso duo che si era occupato di realizzare l’album solista di Okumoto, “The Myth Of The Mostrophous”, pubblicato appena tre anni fa.
Risulta in effetti palese come vi siano moltissimi punti di contatto nello stile tra i due dischi, specialmente se pensiamo a tracce di quell’album come “Mirror Mirror” o alla title-track, dove hanno partecipato gli stessi membri degli Spock’s Beard o anche a “Chrysalis”. Anzi, non escludiamo che alcune delle nuove tracce presenti su “The Archaeoptimist” fossero inizialmente destinate ad un nuovo full-length solista di Okumoto, ma poi potrebbe essere maturata l’idea di dirottarle piuttosto verso un nuovo disco degli Spock’s Beard i quali, del resto, come abbiamo notato, erano ormai assenti dal mercato da un po’ di anni in quanto a studio album.
Ad ogni modo, l’approccio che risulta in “The Archeoptimist” è certamente più corale a livello di band, laddove, invece, nel suo insieme, “The Myth Of The Mostrophous” aveva una struttura molto più aperta alla presenza di numerosi guest.
Questo nuovo lavoro parte dunque dalle composizioni di Okumoto e Whiteman, ma gli altri membri della band hanno lavorato per renderlo quanto più possibile un disco degli Spock’s Beard al 100%. Il risultato è sicuramente riuscito bene, per quanto si noti un approccio leggermente diverso nelle melodie delle linee vocali, un po’ più complesso rispetto agli standard della formazione statunitense. In qualche brano, come nel caso di “Aforthougths”, ci sono addirittura passaggi solo con voci a cappella, con intrecci vocali alquanto ricercati. Non mancano inoltre lunghe divagazioni strumentali, nelle quali ogni tanto sembra emergere anche una certa vena fusion, essendo questa una delle maggiori influenze di Okumoto.
Al di là di queste piccole osservazioni, “The Archaeoptimist”, come dicevamo, può essere considerato a tutti gli effetti un album degli Spock’s Beard, con il loro tipico prog rock, che li rende oggi tra i principali eredi di band leggendarie come Yes, Genesis e Gentle Giant. Il disco comprende solo sei canzoni, ma è da sottolineare come tra queste “Next Step” sfiori gli undici minuti di durata e la title-track addirittura i ventuno: insomma, come al solito, la band appronta una tavolozza da riempire con una ricchezza di colori e sfumature che rendono le loro composizioni delle autentiche opere d’arte.
La sezione ritmica non disdegna di lanciarsi improvvisamente in trame dalla complessa periodicità, mentre Alan Morse e Ryo Okumoto si sbizzariscono in parti strumentali ad elevato tasso tecnico, con quest’ultimo abile a districarsi tra hammond, piano, synth, mellotron e mini-moog, sempre con grande credibilità e ricchezza espressiva.
Diciamo che “The Archaeoptimist” è un disco che si presta un po’ a diversi livelli di ascolto, perchè risulta gradevole già dai primi approcci, ma riesce a conquistare sempre più man mano che si approfondiscono gli ascolti, grazie alla minuziosa cura per gli arrangiamenti, alla complessità del songwriting ma anche per la bravura degli interpreti. Da evidenziare, inoltre, come il missaggio e il mastering siano stati curati da Rich Mouser (Dream Theater, Weezer), con ottimi risultati.
Insomma, i maestri del prog rock sono tornati e, pur avendo ormai qualcosa come trentatrè anni di carriera alle spalle, dimostrano di non sentirli affatto e di avere ancora le loro carte da giocare.