Come ricordato da Beppe Bergomi in telecronaca domenica sera, la Norvegia non si qualificava al Mondiale dal 1998, quando “Lo Zio” ancora vestiva la maglia azzurra. Sono passati più di trent’anni e lo scarto tra quella Norvegia – espressione del catenaccio estremo di Egil “Drillo” Olsen – e questa è notevole. La squadra che affrontò negli Stati Uniti l’Italia di Sacchi e Baggio si schierava con un 4-5-1 estremamente guardingo, frutto della programmazione metodica del suo allenatore, che affidava la manovra (eufemismo) a poche, essenziali, giocate. Il Flopasing, per esempio, cioè il lancio lungo in diagonale del terzino sinistro Bjørnebye in direzione dell’ala destra Jostein Flo, un centravanti mascherato che cercava la sponda di testa per l’inserimento dei centrocampisti.
La Norvegia attuale, invece, è una Nazionale moderna, piena di talento, che finalmente è riuscita a concretizzare il proprio potenziale con la qualificazione alla fase finale di un grande torneo internazionale. Certo, il 4-1 con cui Haaland e compagni hanno travolto gli azzurri a San Siro è figlio anche dei limiti atavici del nostro calcio e dei difetti questa Nazionale ma non è frutto del caso.
LA CRESCITA DELLO SPORT NORVEGESE
Da sempre la Norvegia è sinonimo di eccellenza negli sport invernali: Andrea Goldstein, in un recente articolo pubblicato sul Sole 24 Ore, ha per esempio ricordato come un Paese con “meno di 6 milioni di abitanti […] abbia conquistato 405 medaglie alle Olimpiadi invernali”: un primato assoluto, superiore anche ai numeri di colossi come Russia e Stati Uniti. Ciò che sorprende davvero, però, è quello che sta succedendo fuori dalla neve.
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