Ad una mostra fotografica che abbia come tema il terremoto, si sa già cosa aspettarsi. Scatti di macerie, palazzi mutilati, visi disperati e polverosi dei sopravvissuti, tendopoli per gli sfollati. Ma Marta D’Argenio, giovanissima fotografa avellinese, ha ribaltato la prospettiva e – con la sua mostra 1’30’ ’ allestita presso il Mercato Nero di Atripalda e organizzata da Caos aps – ha scelto di raccontare il terribile sisma che ha colpito l’Irpinia il 23 novembre del 1980 in un modo molto diverso.

Al centro del suo lavoro non ci sono i ruderi dell’epoca e nemmeno quelli che ancora oggi persistono nel paesaggio. Ci sono i volti, scattati a quarantacinque anni di distanza, di persone che hanno vissuto quel minuto in mezzo di terrore e anche tutto ciò che è successo dopo. Uomini e donne che all’epoca erano bambini, adolescenti, adulti, genitori e figli, nipoti e zii. E che, nel riascoltare il tuono della terra, hanno fatto catturare a D’Argenio e alla sua macchina fotografica molto di più di un’espressione. In quegli scatti il ricordo e il trauma si fondono, vivendo oggi ma nascendo tanto tempo fa.

Ma c’è anche la volontà di una ragazza appena ventunenne di creare un legame tra passato, presente e futuro perché «anche se non sembra, noi ragazzi che all’epoca non eravamo ancora nati, come anche tutti gli adulti che hanno meno di 45 anni, ci portiamo sempre un po’ dietro quello che è successo. Anche solo dalla connotazione che, nel resto d’Italia, ci danno di “terremotati”. Non abbiamo vissuto l’evento, però aveva senso per me trovare la mia parte di identità in questa storia. Con questo lavoro ho compreso che la storia del sisma dell’80 non appartiene solo al mio passato ereditato, ma è parte viva della mia identità presente. Attraverso gli scatti ho riconosciuto il mio posto dentro quella memoria».

Tutto è nato per il progetto di tesi che Marta doveva immaginare per laurearsi all’Istituto Europeo di Design. Un’idea che è cresciuta pian piano, fino a diventare un’esposizione vera e propria, «dal desiderio di dare forma a un legame mai vissuto ma sempre percepito: un lascito emotivo tramandato dai genitori, dai loro amici, dalla mia comunità. Le loro storie le ho sempre sentite anche un po’ mie».

Eppure, fino all’inizio della ricerca, ammette di non avere avuto idea di cosa fosse realmente accaduto: «Trovare emozioni comuni in storie così diverse mi ha resa parte di qualcosa. E chi ha partecipato a questo lavoro si è sentito parte di qualcosa. Questo mi interessava indagare: il senso d’appartenenza. E creare qualcosa che non seguisse i cliché». Ecco perché ha scelto di escludere volutamente le figure istituzionali come Vigili del Fuoco, volontari, istituzioni: «Sono stati fondamentali, ma la loro narrazione è quella più diffusa. Io volevo parlare con la gente comune, con chi non ha mai potuto raccontare la propria storia, e dargli spazio». Nel lavoro di ricerca ha studiato fotografie d’epoca, reportage, documentari. Ma anche in quelle immagini il suo sguardo andava altrove: «Io guardavo i soggetti. Non volevo occuparmi del palazzo crollato. Volevo guardare in faccia la gente. È ciò che mi attira di più e, di conseguenza, è ciò che so fare meglio».

Le sue foto sono il frutto di una metodologia precisa: «Sono partita dall’intervistare i soggetti: a tutti ho posto le stesse domande, senza andare oltre. Volevo che si sentissero liberi di raccontare ciò che desideravano». In base all’età, al luogo, a ciò che si stava facendo, vengono fuori dettagli differenti e racconti diversi, anche se legati dallo stesso contesto.

Poi è arrivato il momento degli scatti, il più delicato. La giovane artista racconta di aver allestito uno studio nella sua camera da letto, uno spazio familiare pensato per accogliere e proteggere. Lì ha fatto sedere ogni intervistato, uno alla volta, davanti al suo obiettivo. E ha scelto il rituale: far sentire l’audio autentico della scossa del 1980.

In quei 90 secondi i soggetti ascoltavano, in silenzio, mentre lei scattava a raffica
: «Abbiamo rivissuto insieme il trauma. All’inizio mi sono anche sentita un po’ in colpa, mi è sembrato un atto invasivo. Poi mi sono ricordata che la fotografia, quando è arte, ha anche il compito di indagare ciò che fa male, di andare oltre. Rivivere quel momento è stata la chiave per immortalare delle micro-espressioni importanti, che senza il supporto sonoro non sarebbero venute a galla con questa forza. Le foto sono questo: la testimonianza di un evento accaduto 45 anni fa ma che vive ancora».

Nel chiederle se la sua percezione sul terremoto, su quei giorni, sia cambiata dopo il progetto, non esita un secondo: «Sì, assolutamente sì. All’inizio sapevo quello che era successo solo tramite racconti fugaci. Non era mai qualcosa che avevo iniziato davvero a capire. Certo, la mia famiglia ogni tanto ne parlava, per esempio mio padre menzionava spesso la partita dell’Avellino di quella domenica. Ma i racconti si spostavano sempre sul dopo. Io volevo capire che cosa le persone si portassero ancora addosso, dentro, di quello che era successo». Il cuore della sua indagine diventa così la memoria. Personale, collettiva, e soprattutto emotiva: «Ho scoperto cosa rimane nella mente delle persone. Tutti mi dicevano la stessa cosa: all’inizio pensavano fosse un’esplosione, una bomba. Nessuno aveva capito che fosse un terremoto».

Ed è in questo “sentire comune” che ha trova la chiave di lettura del progetto: «Per me è stata una scatola di ricordi: sapevo che c’era, ma l’ho aperta piano piano. Prima le interviste, poi i documenti ufficiali, le foto, la scelta. Sono andata sempre più nel profondo».

La mostra è dedicata innanzitutto a tutti gli irpini: «Per poter dire “non mi sento solo, faccio parte di una collettività”. E per chi non conosce questa storia, per tramandarla davvero. L’obiettivo era ed è dare una nuova vita a quei ricordi e a quelle esperienze, costruendo un racconto che non si limiti a documentare il passato ma lo renda vivo e tangibile nell’oggi». E non c’è assolutamente l’intento di legare in maniera perfettamente coincidente l’identità irpina con la tragedia: «Io sto solo offrendo un racconto in più rispetto a ciò che già conosciamo. Il motivo per cui non ho voluto parlare della distruzione è proprio questo: abbiamo già visto tanto. Io invece volevo concentrarmi sul lato umano».

Marta D’argenio ha scelto di farsi tramite di una storia che non ha vissuto, ma che sente comunque sua. Una storia che è ancora vivida nei ricordi di chi l’ha attraversata e che, attraverso le sue foto, forse può cominciare a vibrare all’unisono in modo nuovo e condiviso. Come vera memoria collettiva di una terra.