Un giorno gli storici, o gli psicanalisti, ci spiegheranno le ragioni per cui gli italiani del ventunesimo secolo erano così bravi negli sport dove la palla deve oltrepassare la rete e molto meno in quelli come il calcio e il basket, dove la rete (o la retìna) bisogna gonfiarla. Vorrà forse dire che siamo più adatti a scavalcare gli ostacoli che a centrare gli obiettivi? Ma tant’è: l’Italia si ritrova campione del mondo di tennis e di volley. E sia tra i maschietti sia tra le femminucce, per usare il lessico famigliare riportato di recente alla ribalta dal ministruccio Nordio. Non può essere una coincidenza e, durante le ore trascorse a palpitare davanti ai match di Coppa Davis mi sono malamente appuntato alcune cose.
1) Le formule rappresentano scatole vuote, a riempirle sono sempre gli esseri umani. Tu puoi disegnare un Giro d’Italia con duecento salite mozzafiato, ma se poi i ciclisti le percorrono in fila indiana, chi li guarda morirà di noia. Al contrario, se dieci di loro scatenano la bagarre, renderanno memorabile persino una tappa pianeggiante.
2) Sulla Coppa Davis formato tascabile sono state scritte pagine di aspra riprovazione, grondanti nostalgia per i bei tempi andati, quando ogni sfida si disputava in casa di una delle due nazionali e durava tre giorni e cinque incontri. La memoria, si sa, opera in maniera selettiva. Trattiene il romanticismo di quelle partite, ma dimentica che spesso venivano giocate in posti assurdi, con arbitri sfacciatamente casalinghi e davanti a spettatori che non avrebbero sfigurato sugli spalti del Colosseo.
Un flash dell’adolescenza mi rimanda l’immagine di un esasperato Panatta che fa a botte con un ultrà della squadra rivale, che guarda caso era proprio la Spagna.
3) Per vincere, avere un fuoriclasse in campo aiuta, ma non è indispensabile (specie se, come contro gli iberici, manca anche quello degli avversari…). Mentre è indispensabile, il fuoriclasse, averlo dietro la scrivania. Perché i Sinner non si programmano, ma i Cobolli sì. Come scriveva Gianni Brera a proposito di un leggendario presidente federale, Artemio Franchi, «i dirigenti non fanno i gol, però guai se non li propiziassero». Pensate a Marotta e a Sartori nel calcio. E a Binaghi nel tennis. Ha preso uno sport in declino, che stava per essere oscurato dal più comodo padel, e lo ha trasformato in una moda, ma prima ancora in una fucina di ottimi giocatori. Ha creato un sistema, e una squadra. Poi, certo, c’è Sinner. Ma, anche quando non c’è, ci si emoziona lo stesso, per quanto i puristi non manchino di far notare che Cobolli-Munar, la partita che ha assegnato l’insalatiera, in un torneo dello Slam sarebbe stata un trentaduesimo di finale, e che senza Sinner e Alcaraz (e i rispettivi numeri 2: Musetti e Davidovich-Fokina) questa sfida era Italia B contro Spagna B.
4) È stata bellissima lo stesso. E la foto di Cobolli che in semifinale, e in pieno delirio agonistico, squarcia la maglia azzurra finirà dritta nell’album dei ricordi accanto a quella di Sinner che si pianta a braccia alzate sull’erba di Wimbledon.
5) È stata bellissima, ma per far sì che lo diventi ancora di più, non sarebbe un insulto ritoccare la formula. Senza però tornare all’antico: il passato è meglio lasciarlo dentro le immagini in bianco e nero. Basterebbe migliorare la Davis attuale, rendendola più lunga e più rara. Quindici giorni anziché una settimana, così da poter disputare ogni sfida su cinque incontri invece che su tre.
E non più tutti gli anni, ma una volta ogni quattro, come avviene nel calcio, in modo da creare un po’ di appetito nei giocatori e regalare alla fase finale quella sensazione di unicità che rende un evento veramente tale agli occhi di chi lo crea e anche a quelli di chi lo guarda. Al momento, a differenza che nel calcio, non credo avremmo troppi problemi a qualificarci.
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25 novembre 2025
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