Cos’ha in serbo Putin per il resto dell’Europa, se la sua invasione dell’Ucraina si conclude con un successo? 

Un assaggio delle mire espansioniste e aggressive di Mosca è ormai cronaca quotidiana nei Paesi baltici e scandinavi, in Polonia, in Germania, Belgio, Olanda: queste sono le nazioni che subiscono di continuo sconfinamenti di droni, chiusure di aeroporti civili, e altre forme di sabotaggio perfino più dannose (vedi, di recente, un attentato ferroviario sul suolo polacco). 



















































Queste non sono soltanto delle provocazioni. Sono azioni che vanno viste come un anticipo e una possibile variante degli attacchi militari tradizionali: qualche esperto parla di una «guerra grigia» per indicare un’aggressione non dichiarata ma strisciante, in crescendo. 

Una brillante studiosa militare americana attira la nostra attenzione su questo: Putin copia in Europa occidentale quel che Xi Jinping sta facendo da anni contro Taiwan. I militari taiwanesi parlano di «strategia dell’anaconda», il serpente che non uccide col veleno bensì strangolando le sue prede fino a soffocarle. 

Putin, a differenza di Xi, non si propone necessariamente l’obiettivo di un’annessione territoriale per ciascuno dei Paesi europei che bersaglia con queste forme di «guerra grigia», e tuttavia i parallelismi Russia-Cina sono molto istruttivi. Vi propongo una sintesi dello studio che ha pubblicato la professoressa Ariane Tabatabai, oggi ricercatrice presso la società Lawfare, e che in passato ha ricoperto importanti incarichi ai Dipartimenti di Stato e della Difesa degli Stati Uniti. È lei ad aver messo in luce le analogie con lo stillicidio di aggressioni cinesi contro Taiwan.

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«Nelle ultime settimane – scrive Ariane Tabatabai – la Russia ha messo in atto tattiche coercitive contro gli Stati membri della Nato, a livelli che funzionari europei hanno descritto come “senza precedenti” dalla fine della Guerra Fredda. Diversi Paesi europei — tra cui Polonia, Estonia, Danimarca e Norvegia — hanno subito incursioni nello loro spazio aereo da parte di velivoli russi con e senza pilota. Gli alleati Nato hanno risposto con misure difensive immediate, come l’abbattimento dei droni russi, e avrebbero anche avviato una revisione e un aggiornamento del proprio approccio e delle regole di ingaggio di fronte a tali incursioni. Lo stanno facendo per segnalare la loro determinazione e mostrare a Mosca le capacità combinate dell’Alleanza, di fronte a quella che il primo ministro polacco Donald Tusk ha definito “la fase più vicina a un conflitto aperto dalla Seconda guerra mondiale”. Sebbene la Russia abbia una lunga storia di azioni provocatorie, le sue recenti attività assomigliano alla strategia cinese degli ultimi anni nel progressivo aumento della pressione su Taiwan. 

Naturalmente, le due campagne presentano differenze significative (ad esempio, mentre le attività più recenti di Mosca si sono finora limitate allo spazio aereo, quelle di Pechino hanno riguardato anche il dominio marittimo). 

Le operazioni russe sono state inoltre più estemporanee e limitate per ampiezza e profondità, mentre quelle cinesi sono ormai continuative da diversi anni, e sono cresciute gradualmente in portata, intensità, frequenza e complessità. La campagna cinese ha l’obiettivo dichiarato di riunificarsi con Taiwan, mentre nulla di simile è in gioco per la Russia nei confronti della Nato. 

Ma i due approcci condividono numerose somiglianze e si stanno sviluppando sullo sfondo di una cooperazione crescente tra i due Paesi nelle rispettive “campagne nella zona grigia”, un termine utilizzato dalla comunità d’intelligence per descrivere l’”uso deliberato di strumenti coercitivi o sovversivi da parte di uno Stato al fine di raggiungere obiettivi politici o di sicurezza a scapito di altri, in modi che violano le leggi o sfruttano le lacune delle norme internazionali, ma restano al di sotto della soglia percepita di un conflitto armato diretto”. Una cooperazione che ha implicazioni per la Nato in Europa così come per gli alleati e partner degli Stati Uniti nella regione indo-pacifica».

Nella prosecuzione della sua analisi, questa studiosa di scienze militari spiega che la guerra del futuro ha già cambiato pelle. Non assomiglia alle grandi invasioni del Novecento, e nemmeno alla guerra ibrida che abbiamo imparato a conoscere in Ucraina. È una guerra grigia, fatta di pressioni incrementali che si fermano un passo prima del conflitto aperto. In questo terreno intermedio — la zona grigia, appunto — Russia e Cina stanno affinando tattiche sempre più simili, osservandosi e copiandosi l’una con l’altra, in una convergenza strategica che dovrebbe preoccupare sia la Nato in Europa sia gli Stati Uniti e i loro alleati nel Pacifico.

Mosca cerca contemporaneamente di logorare Kiev, intimidire gli europei, e verificare quanto la Nato sia realmente preparata a reagire. L’ombra dell’incertezza americana pesa: l’Amministrazione Trump ha mandato segnali contraddittori, oscillando tra frasi concilianti verso il Cremlino e dichiarazioni aggressive che non si accompagnano a una linea chiara. Rende più fragile la deterrenza occidentale.

Uno degli elementi sorprendenti di questa strategia russa è la scelta degli strumenti. I droni Shahed — copia iraniana prodotta ora in massa negli stabilimenti russi — costano poche decine di migliaia di dollari. Per abbatterli, i Paesi Nato devono spesso utilizzare missili intercettori che costano dieci, cento volte tanto. È la matematica dell’usura: si attacca con armi economiche per obbligare l’avversario a difendersi con armi costose. Una tattica antica, ma aggiornata alla tecnologia del XXI secolo.

La Russia non si muove nel vuoto. La Cina studia attentamente ciò che accade in Europa e, a sua volta, da anni porta avanti una propria strategia di pressione costante contro Taiwan. Dopo la visita di Nancy Pelosi a Taipei nel 2022, Pechino ha accelerato tutto: incursioni quotidiane nella zona d’identificazione aerea, manovre navali sempre più complesse, operazioni ibride come il taglio dei cavi sottomarini che garantiscono le comunicazioni dell’isola.

Il comandante della Marina taiwanese, l’ammiraglio Tang Hua, ha definito tutto questo «la strategia dell’anaconda»: si stringe lentamente la presa, si costringe l’avversario all’errore, si logora il suo sistema di difesa. La Cina non nasconde la propria ambizione: essere pronta a prendere Taiwan entro il 2027, preferibilmente senza sparare un colpo. Anche in questo caso, il confine tra pressione e conflitto è sfocato.

Molti elementi della strategia cinese coincidono con la logica russa: testare la determinazione degli alleati americani, sondare le vulnerabilità, normalizzare la presenza militare, cambiare lo status quo senza dichiararlo.

La Russia guarda alla Cina. La Cina guarda alla Russia. E non è un caso se entrambe stanno perfezionando le stesse tecniche: guerra dei droni low-cost, operazioni sotto soglia, manovre aeree e marittime sempre più frequenti, diplomazia intimidatoria, sfruttamento delle ambiguità del diritto internazionale. La loro cooperazione non è un’alleanza formale, e certe diffidenze storiche restano profonde. Ma è una convergenza funzionale, pragmatica. Tutto ciò che indebolisce l’ordine liberale occidentale va bene per entrambe le capitali. E ogni volta che la Nato o Washington mostrano esitazioni, Mosca e Pechino traggono una lezione utile: fino a dove ci si può spingere senza conseguenze.

La Nato prova a serrare i ranghi. Sono state attivate consultazioni sotto l’Articolo 4 del Trattato di Washington. Sono state lanciate operazioni multidominio che combinano cyberspazio, difesa aerea, intelligence e presenza militare. Ma una strategia condivisa contro la «guerra grigia» non esiste ancora.

Le provocazioni russe nel Baltico e nel Mare del Nord non sono solo un problema europeo. Se questo tipo di pressione diventasse strutturale, come ormai è per la Cina nel Mar Cinese Meridionale, gli Stati Uniti dovrebbero impegnare più risorse in Europa, sottraendole al contenimento di Pechino. E per la Cina sarebbe un vantaggio netto. Non a caso Pechino osserva con cura come la Nato reagisce alle incursioni di Mosca: ogni divisione interna, ogni ritardo nella risposta, ogni messaggio ambiguo diventa un precedente. Quando Xi deciderà se e come alzare la pressione su Taiwan, la reazione occidentale all’aggressività russa sarà stata uno dei suoi punti di riferimento.

La conclusione dell’autrice di questo studio: l’Occidente non può più limitarsi alla deterrenza tradizionale, quella pensata per evitare lo scoppio di una guerra convenzionale. Deve dotarsi di una deterrenza per la «zona grigia»: una dottrina che metta insieme tecnologia anti-drone, resilienza delle infrastrutture critiche, una comunicazione politica coerente, e una collaborazione stretta tra Europa e alleati asiatici. Russia e Cina hanno capito che il modo più efficace per cambiare l’ordine mondiale non è la guerra dichiarata, ma la pressione continua, lenta, studiata per sfruttare le esitazioni occidentali. La loro cooperazione nella «zona grigia» è già una realtà consolidata. Per rispondere, Stati Uniti, Europa e Paesi del Pacifico devono riconoscere che la partita decisiva non si gioca più solo sul campo di battaglia, ma in tutto quello spazio ambiguo dove le potenze autoritarie stanno cercando di riscrivere le regole.

24 novembre 2025, 08:52 – modifica il 24 novembre 2025 | 10:31